un italoirlandese in lockdown

Un italoirlandese in lock down

Fantasmi a Finglas

Appunti sull’identità da un italoirlandese in lockdown

Aeroporto di Ciampino, 29 febbraio 2020.

Non sono superstizioso, ma questo è il quarto anno bisestile di m*a di seguito. E questa volta la m*a è di proporzioni spettacolari, planetarie.

Gargantuesche.

Attorno a me gente con la mascherina sul volto. Il SPLF2020 è appena morto.

Io voglio solo andare a Casa.

Dublino è Casa.

C’è una cosa della lingua inglese che amo: la differenza tra “house” e “home”. A Dublino io sono at home. A Casa. Con la maiuscola.

L’Irlanda per me ha iniziato a essere Casa nel 1999.

Vivo in Irlanda dal 2014 (sì: c’è voluto tempo. Pazienza…).

In Irlanda.
A Dublino.
A Finglas.

Sono finito in un “granny flat”.

Non sapevo neanche cosa fosse, un “granny flat”.

Sono stato fortunato.

La famiglia del landlord, il padrone di casa, mi ha praticamente adottato.

Era un gentiluomo, il landlord.

Non sapevo, allora, che sarebbe diventato anche un grandissimo amico.

Penso ancora di avere avuto un affitto onesto perché sapevo pronunciare “Saoirse”. Perché so che cosa significa, Saoirse.

Sin dall’inizio di questa storia d’amore (e tutte le storie sono storie d’amore, giusto?) ho amato l’idea che Aisling agus Saoirse camminino su queste strade. Che Sogno e Libertà prendano l’autobus… 

Sono le prime ore del primo marzo quando lascio l’Aerphort.

Di Gaeilge so tante parole quanti sono i cartelli che ricordo. Bagaiste. Slí Amach. Adoro la denotazione di parole come stradbhaile e bándearg. Una nitidezza che non ti aspetti dall’Irlanda e i suoi abitanti, e invece…

Cartelli e fermate dell’autobus. Adoro Iostana cluiche leithne. Adoro il suono che fa, questo deposito della pietra lunga… 

Non vivo più a Finglas. Adesso vivo solo da qualche parte. In una house. Parecchio piccola, tra l’altro.

È notte fonda, sono stanco. Il taxi mi lascia di fronte alla house.

Ma, aspetta: non la trovo, la house. Comincio a pensare che il tassista abbia sbagliato strada. O che mi abbia preso per il c*o. Cerco il telefono. GoogleMaps non mente mai. 

Sono nel posto giusto, quello sbagliato. 

Eccola lì, la house.

Alla faccia di Freud.

Ho dovuto lasciare il granny flat quando il landlord è morto.

Il landlord, il gentiluomo.
L’Amico.

Era un paio di anni fa. Ce l’avevo ancora, una home, allora. Su Facebook vedo una foto aerea del centro di Finglas. Fine Anni Settanta?

C’è il mio giardino, nella foto.

Ciò che non posso vedere, perché ancora non esisteva, è l’angolo fiorito, quello che il landlord era così contento che avessi messo a posto. Gli ricordava la moglie, morta prima di lui. Non c’erano più stati i fiori, lì, da quando era morta.

In quella foto, invece dei fiori, sul muro, i pali disegnati di una porta.

Comincio a viaggiare nel tempo.

Posso immaginare – no: vedere – i figli del landlord (chiamiamoli Deco e Stevo) che giocano. Vedo qualcosa che è la versione sovrapposta di loro di allora, e quella che io ho conosciuto, il loro sé adulto. I diversi loro, e anche un po’ di Paddy Clarke.

E eccolo, era inevitabile. Facciamo entrare in campo il prof della Greendale Community School.

Una volta, ero a Finglas, in giardino, vedo un ragazzino che scavalca il muretto, e lo scavalca di nuovo, lato opposto, per passare dal giardino del negozio di passeggini alla terra di nessuno dietro la Credit Union. Quella macchia di verde da cui, a primavera, arriva il profumo dei fiori.

Lo vedo e non sono arrabbiato per l’intrusione. Nemmeno sorpreso.

Era, invece, come se avessi già avuto quella esperienza. Perché c’è qualcosa di personale, che suona bizzarro, talvolta, tra me e i libri del prof di Greendale. Di commovente, talvolta. Come se avesse scritto ricordi non miei ma di cui avevo bisogno, e cose di me che dovevo vedere ma non sapevo guardare.

Devo ammetterlo: questo, alla fine, non ha neanche a che fare con la qualità dello scrittore, della scrittura. È solo una cosa bizzarra che mi è successa, che è accaduta alla mia vita. Bizzarra, piacevole in un modo bizzarro ma positivo. Certo: secondo me la Barrytown Trilogy e i libri di Paula Spencer sono capolavori, ma non lo perdonerò mai, il prof di Greendale, per le ultime pagine di “Smile”…).

E ora è tempo di chiamare in scena un altro monumento nazionale.

Mr B..

Una delle citazioni di Mr B. che preferisco è:

Il passato batte dentro di me come un secondo cuore.

Certo, è strana questa cosa di usare un altro scrittore per descrivere il tuo rapporto con uno scrittore. E poi: ma te li immagini due scrittori più diversi tra loro di Mr B. e del prof di Greendale!?

Personaggi, storie, ambientazione: tra i due assolutamente niente in comune. Eppure nella mia testa questi due scrittori completamente differenti, questi due geni che sono geni in maniera completamente diversa tra loro, si sovrappongono. Ho anche scritto una cosa in cui c’è una specie di Frankenstein che li fa diventare uno, e vincitore di Nobel… 

E, ecco: il mio secondo cuore è irlandese. Anche se non so perché.

Ho scritto cinque libri. 

Sono tutti ambientati in Irlanda. A Dublino, soprattutto. Nei libri ci sono Gardaí e pub e anime perdute. E libri, naturalmente. I libri del prof, di Mr.B, di Catherine.

Un bel giudizio di un caro amico dice che sono bravo a destrutturare gli stereotipi irlandesi. Grazie.

Il mio secondo cuore è irlandese.

È quello del me scrittore.

Il senso di appartenenza a questa terra (questa isoletta, questo ultimo avamposto, questa città divisa in due, quel giardino a Finglas) e la creatività sono un cuore solo. Sono un unisono. Come la musica degli Ainur.

Non ho scritto niente durante il lockdown.

Fino a oggi.

Intanto il senso di appartenenza e un orgoglio stupido che mi hanno accompagnato dall’inizio del lockdown stavano tra il bizzarro e il commovente, con qualche punta di imbarazzo.

Perché, voglio dire: non si dovrebbe mai essere orgogliosi di Varadkar, neanche se cita Heaney… 

Sono felice di aver avuto la possibilità di ascoltare la sua (di Heany, dico: non di Varadkar…) arte con le mie orecchie.

Era il 2009.

Me lo ricordo sussurrare imbarazzato qualcosa sul Bushmill per calmare i nervi e l’ansia da pubblico.

Non lo ringrazierò mai abbastanza per Blackberry Picking.

Dunque anche Heaney è qualcuno che ho incontrato, con cui mi sono relazionato di persona. E che mi piace ancora di più con il suo “Beowulf” che me lo avvicina a Tolkien, uno degli dei del mio Olimpo personale.

Il mio secondo cuore è irlandese.

Lo so, è colpa di questi strani tempi che mi sono ritrovato spesso a commuovermi, durante il lockdown.

E non dovresti commuoverti a causa di Marty Morrissey… 

Eppure quel suo programma sul sostegno a cause locali, cominciando con le signore di Ballybough (con tanto di citazione di The Van con quei cupcake “riciclati” come le patate di Jimmy Sr.) e proseguendo con il mare in tempesta di West Clare, che fa paura anche in TV, mi ha commosso.

Per non parlare della musica di Colm, e di Glen, proprio ieri. Glen, con il suo “me ma” uguale a quello di dove sono nato… 

Il mio secondo cuore è irlandese.

Ed è quello del nuovo me.

Nel mio settimo anno (da) dublinese, questa non è la prima volta che dico che quella irlandese è una versione migliore, di me.

E un pizzico più fortunata, nonostante la serie di shitstorms che fronteggiamo senza soluzione di continuità.

Ho passato a Finglas l’anno più bello della mia vita.

Finglas: la Barrytown con il nome di un Ent.

Ho passato a Finglas uno dei giorni più brutti della mia vita, un anno fa.

Quando il landlord è morto.
Quando il gentiluomo è morto.
Quando il mio carissimo amico è morto.

E presto diventerò un Southsider!!!

Non so come sarà la mia vita sull’altro lato. So che a confessarlo a Deco, l’altro giorno, davanti al SuperValu di Finglas, quasi mi vergognavo…

So che è comunque la migliore possibile versione di me. 

Quella un pizzico più fortunata.

Dopotutto, quando traslochi grazie a Beckett (un’altra delle divinità del mio Olimpo personale) e finisci a due passi da Cooldrinagh… È il genere di fortuna che ti meriti.

Non sarei in grado di tornare indietro. No, non nel senso: a Finglas… Lo sai cosa voglio dire.

Non posso proprio immaginarmelo un altro lockdown senza Marty Morrissey, senza il prof di Greendale, senza Mr B., senza Beckett – senza Varadkar, vah! – nella mia vita.

We’ll be grand. Non per scelta o per fortuna: per irlandesità. Il prossimo anno bisestile ci troverà pronti.

A Dublino.

A Casa.

In memoria di C.L., venuto a mancare il 28 maggio 2019.

un italoirlandese in lockdown

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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