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Un anno di buio, o: da un solstizio all’altro

Era un po’ di tempo che non scrivevo qui.

Tranne un post da primo lockdown e qualche nota sul diario, nulla. Ma il solstizio d’inverno si avvicina, e volevo trovare un modo di ricordare, e ricordarmi, le cose che avevo scritto in precedenza, sul solstizio, e una cosa così irlandese, sul solstizio, che secondo me non ci avevano pensato neanche gli irlandesi. Glielo devo, al solstizio.

E così eccoci qui.

Le vecchie cose che avevo scritto sul solstizio sono queste:

La notte del solstizio d’inverno 2019 l’ho passata in Italia. Me lo ricordo, perché dopo i vari disastri della seconda metà del 2019 avrei ricominciato a contare i giorni consecutivi d’Irlanda che servono per poter dire che sì, vivi lì. E a forza di giorni consecutivi in anni consecutivi prendi la cittadinanza.

Un progetto – il progetto – accantonato dopo la morte di C. e tutto ciò che ne era seguito. Avevo pensato che sarebbe stato facile ricominciare a contare da una data che non posso dimenticare.

Una data importante per me.

Mi torna in mente adesso che una volta non sono andato a una cena aziendale, a causa del solstizio. Ricordo me stesso spiegare che per me era come il Natale e quindi, ciao.

Adesso non devo spiegare più niente a nessuno, ma, al tempo stesso, non avrò la pensione. Ma questa sarebbe un’altra storia e, dopotutto, va bene così.

Con tutto ciò, se tanto mi dà tanto, la mattina del solstizio 2019, più o meno all’alba, più o meno proprio quando l’orologio di Newgrange faceva il suo dovere, ero all’Aerphort.

Per come lo conto io, era Capodanno. Il 2019 era finito.

Era finito un anno strano: il consolidarsi di un ricongiungimento familiare, il successo strepitoso del SPLF, il dover, e poter, spostarsi in sei Paesi e due continenti. Un progetto concreto per il futuro.

La sensazione di avercela fatta.

Ma la morte di C. e le sue conseguenze avevano riportato tutto a quote già conosciute.

Meno di tre mesi dopo, il tutti a casa di Leo. E gli altri tre mesi di prigione che sarebbero seguiti.

Quello che si sente dire spesso a proposito della pandemia è che avrebbe tirato fuori il meglio e il peggio dell’umanità.

Io, il nuovo io ottimista che sono diventato, spero ancora che da tutto questo l’umanità impari una cosa sola: ad avere un po’ più di rispetto per il pianeta. Perché non ci vinci contro, e quindi sarebbe meglio non combatterlo.

Non lo so come sia riuscito ad attraversarli, quei tre mesi abbondanti di prigione.

Fa tanto me che la prigione sia finita il giorno di Bloomsday. Fa tanto me che nel mio trasloco ci sia di mezzo Beckett. Fa tanto me che la prima cosa che ho fatto dopo il trasloco sia stata andare in pellegrinaggio a Cooldrinagh.

E così eccoci qui.

Metto agli atti oggi, scrivendo, il fatto che, con tutta l’incertezza e la preoccupazione del caso, questo secondo tempo della pandemia passerà alla mia piccola, inutile, personale storia come alcuni dei migliori mesi della mia vita.

Certo, è stato un anno di m*a. Era bisestile, dopotutto. La pandemia. L’Inghilterra che vince il Sei Nazioni. La peggior versione di WordPress di sempre. Le lattine di birra da 440ml.

Ma ho mappato il giardino come se fosse la Terra di Mezzo, però in Gaeilge; ho piantato semi come non mai, in giardino ho rispettato il Cúinne an ghiorria; gli uccellini che vengono a mangiare i semi sono di una bellezza commovente.

Tutto andrà bene?

No. Certo che no.

E alla fine, poi, muori

Come ha detto il filosofo di Carlingford a cui ho rubato anche questa.

Alla fine poi muori and I mean it: gli astrofisici ce l’hanno già detto che anche l’universo morirà (di noia, credo, aggiungo io). Il che potrebbe addirittura far presupporre che siamo condannati, con questa cosa dell’inspirare ed espirare dell’universo, del suo espandersi e contrarsi, a tornare qui di nuovo ancora, e ancora, e ancora, ogni tot triliardi di triliardi di triliardi di anni. Di anni e di noia, povero universo.

Torneremo tutti quanti esattamente a questo punto.

Compresi questi mesi, tra i migliori della mia vita.

Adesso sono le 9.23 e sono a Casa ed è appena sorto il sole. È alla mia sinistra. Lo sappiamo: è in vacanza al sud, e si vede. Solo qualche giorno ancora e comincerà a tornare, mattina dopo mattina, dalle nostre parti.

No, il sole in Irlanda non sorge alle 9.23.

Ma sto parlando della mia alba, di quando il sole comincia a illuminare questa finestra, questa tastiera, questa vita.

Il giardino, quello che ho mappato as Gaeilge, è molto più sfortunato: non c’è alba, per lui, da novembre, credo. E quindi non ci sarà alba fino a febbraio, se tanto mi dà tanto.

Probabilmente ho scritto questo pezzo per fare, a chi lo leggerà, gli auguri di un felice anno (solare: and I mean it) nuovo.

E per ricordarvi, celebrando la notte più lunga e come ha già detto Mr B., che non si può indagare il buio inondandolo di luce.

Vi auguro di trovare, a tentoni, nel buio, ciò di cui avete bisogno.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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