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SPLF Flash Fiction Contest 2019 – Un’epidemia colpisce l’Irlanda

Erano già passati 26 giorni da quando l’Irlanda era stata isolata. Una segregazione obbligata per accertarsi che la malattia non si diffondesse oltre le mura invisibili della nazione: il mare e l’oceano. Dublino era una città fantasma, molti erano scappati, cercando rifugio in sperduti villaggi nell’entroterra dell’isola, sperando che il “Morbo” o come veniva chiamato dagli abitanti più anziani “Caoineadh”, non li raggiungesse. I più sfortunati che avevano contratto il virus, semplicemente morivano: nessun sintomo, nessun segno di sofferenze, o la trasformazione in zombie come il cinema ci aveva abituato a vedere. Le persone andavano a dormire la sera, e non si svegliavano il giorno seguente.

Connor era uno dei superstiti, destinato ad aspettare su un patibolo la fine, che forse non sarebbe mai arrivata. Ma molti erano ora ottimisti, Connor compreso; il Morbo aveva mietuto le sue vittime per quattro interminabili soli giorni, e migliaia di persone si erano semplicemente spente e la vita li aveva abbandonati. L’OMS, senza ascoltare nessuna obiezione del governo, avevo messo in isolamento l’isola, per poi, dopo aver isolato il virus e compreso il suo Brevissimo ciclo vitale, trasformare tale prigionia in quarantena, dando speranza ai superstiti.

Queste e poche altre notizie erano giunte dal mondo esterno. Nessuno infatti aveva avuto più contatti con gli Altri. Magnanimi benefattori che rifornivano i superstiti di viveri e beni di prima necessità solo attraverso lanci aerei, come doni dal cielo.

Il giorno atteso arrivò, Connor e molti altri, andarono in città a Dublino, noncuranti dei possibili rischi. Ma nulla accadde, arrivò solo il solito aereo che lanciò i consueti rifornimenti senza nessuna nuova indicazione o altra informazione. La scena si ripeté per diversi giorni, poi settimane, e poi mesi. Alcuni iniziarono a disperarsi, altri persero il controllo ed iniziarono a saccheggiare il poco rimasto. Connor conobbe una donna in uno dei suoi viaggi per recuperare cibo e risorse, e decise così di ritirarsi in una sperduta casa di famiglia nel Donegal, dove con pochi altri superstiti, poté stabilirsi e creare una famiglia, vivendo solo grazie ai propri mezzi e ai beni da loro prodotti.

Gli anni passarono, Connor ebbe dei figli; seppe da voci che i rifornimenti si erano interrotti già da molto tempo. Si pensò a qualche contrattempo o ad un incidente, aspettarono il giorno dopo e quello dopo ancora, ma nulla.

Aveva raccolto dei libri e personalmente iniziò ad istruire i suoi figli. Non voleva che crescessero nell’ignoranza e dimenticassero completamente la conoscenza della vita passata, anche perché egli sperava sempre che un domani questa potesse ritornare la normalità. Il suo sogno non si avverò, ma almeno quando morì, seppe di aver dato una vita dignitosa ai propri figli e soprattutto una cultura da tramandare ai nipoti, e così fu.

Le generazioni passarono, e il piccolo insediamento dove la discendenza di Connor si era stabilito, divenne un paese, un centro sociale, culturale ed economico di una società tornata agli albori ma moralmente e culturalmente forse più elevato di prima. Brión, nipote di Connor, animo ribelle e desideroso di riscoprire i fasti del passato, iniziò ad esplorare l’isola, alla ricerca di un mezzo per poterla lasciare. L’impresa era ardua perché da quanto gli era stato raccontato, nei primi giorni dell’epidemia ogni nave, vascello o mezzo era stato sequestrato e portato via e, per quanto si sapeva, affondato per impedire a chiunque di lasciare l’isola. Brión trovò la soluzione, e questa si chiamava Jeanie Johnston. L’ormai antica copia del famoso vascello, vestigia di un passato, ancorata in quello che restava di Dublino.

Brión e pochi altri temerari recuperarono la nave. Il lavoro fu arduo, soprattutto aggiustare e rendere ancora utilizzabile quello che gli anni di abbandono avevano causato al vascello. Ci impiegarono 3 anni, ma alla fine la nave era pronta, ormeggiata nei resti del porto di Dublino. La prima tappa era relativamente vicina e semplice: Liverpool. La traversata non fu priva di pericoli per marinai totalmente inesperti ed alle prime armi, ma alla fine vi riuscirono, ed arrivarono al largo della costa inglese. Quello che videro non fu però quello che si aspettavano. La città era distrutta, Liverpool era una montagna di macerie; ma al contrario di Dublino, che era stata semplicemente abbandonata e dimenticata, era evidente che in quella città era stata combattuta una cruenta guerra. Segni di esplosioni, incendi e innumerevoli spoglie di macchine da guerra, probabilmente carrarmati come Brión aveva visto dai disegni nei libri di suo nonno. Brión decise di cambiare rotta, seguirono la costa, costeggiarono quello che un tempo era stata la costa dell’Inghilterra e poi quella del Galles. Attraversarono lo stretto canale che separava le isole britanniche con il continente europeo, diretti a quello che sulle antiche carte nautiche era indicato come Francia. Al largo della Bretagna, diretti verso Nantes, l’equipaggio iniziò a sentirsi male. Brión e molti altri vomitarono, apparvero macchie sulla pelle qualcuno iniziò a perdere capelli. Qualcosa di terribile era successo nel continente. Era evidente che non c’era più nessuno ad accogliere quei giovani esploratori e, a riprova di questo, in diversi giorni di navigazione non si era vista nessuna altra nave. Brión e la sua ciurma presero una decisione; invertirono la rotta e veleggiarono verso la vecchia Irlanda, o come veniva chiamata ora “Emne”; l’isola paradiso che per prima aveva incontrato la fine, ma l’unica che si era risollevata.

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Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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