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SPLF Flash Fiction Contest 2019 – Giù in tandem

Un atterraggio da manuale. Nella cabina passeggeri scatta l’applauso. Guardo fuori dall’oblò e scorgo la sagoma dell’aeroporto di Dublino. Sono tornata in Irlanda. Dopo vent’anni da quell’indimenticabile viaggio con Roberto. Questa volta, però, lui non c’è. Perché Robi ha varcato il confine invisibile che separa i due Regni: è morto tre mesi fa. E io sono venuta fin qui, da sola, per mantenere una promessa che gli ho fatto.

Recupero il trolley, esco dall’aeroporto, e prendo l’automobile a noleggio che ho prenotato online. Quando arrivo a Dublino — a metà pomeriggio — vengo travolta da un’onda titanica di ricordi. Il cuore inizia a martellarmi nel petto a un ritmo forsennato. Le lacrime mi appannano la vista. Sono costretta ad accostare la macchina al marciapiede. Scendo dall’auto. Faccio qualche passo. Inspiro ed espiro lentamente.

Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.

ll cuore, nel frattempo, rallenta passando dal galoppo al trotto. Inizio a dubitare di me stessa. Della mia forza interiore. Non so se ce la posso fare. Ma, in realtà, non ho alternative. Ce la devo fare e basta: una promessa è una promessa. Attendo che le pulsazioni tornino normali, rimonto in macchina, e procedo in direzione dell’hotel che si trova nel quartiere di Temple Bar.

A cena opto per una Guinness e un fish and chips, in un pub nelle vicinanze che già conosco. Ordino la seconda birra nell’arco di un’ora. E la terza mi viene offerta, nel prosieguo della serata, da una coppia appena incontrata: due italiane — sopra i quaranta, come me — molto simpatiche, che si sono sposate a Dublino e ci abitano da un lustro.

“Scusa se mi permetto, cara, ma ho notato che hai gli occhi velati da una profonda tristezza… Non è così?” mi fa, a un certo punto, la tipa che si chiama Mila.

Rimango in silenzio. Mi esce fuori una specie di smorfia. Poi alzo il bicchiere di birra.

“A Roberto, in qualunque dimensione si trovi adesso!” dico, accennando un sorriso.

Mila e Sara mi fissano, senza proferire parola, per un tempo che mi sembra eterno. Infine anche loro sollevano il bicchiere.

“A Roberto!” facciamo, in coro.

Brindiamo. Una. Due. Tre volte di fila. Poi, d’improvviso, le mie nuove amiche si alzano dagli sgabelli e mi avvolgono in un abbraccio. Mollo gli ormeggi. Il mare in tempesta mi trascina via. Annego nei singhiozzi. Nella mente mi scorrono le immagini di Roberto che legge la guida turistica, a voce alta, proprio in questo pub: io che gli faccio il verso; lui che sbuffa; io che rido; lui che allora mi afferra stringendomi a sé; io che gongolo tra le sue braccia lunghe. La felicità di quegli attimi. Cosa non darei, adesso, per viverne ancora. E ancora. E ancora…

Riemergo. Prendo aria. Mi asciugo la faccia. Ordiniamo un altro giro di bevute. La serata va avanti così. Tra confidenze, ricordi, silenzi, lacrime, risate. Ogni tanto butto un’occhiata sulla strada, al di là delle ampie vetrate del locale. E mi ritrovo a sperare che appaia Robi come d’incanto, bello sorridente, con la mano alzata a mo’ di saluto. Poi, a un certo punto, lo vedo sul serio; mentre cammina un po’ ingobbito, a gambe larghe, con il suo immancabile cappotto nero. Trattengo il respiro. Strizzo gli occhi. Guardo meglio: è solo un tizio qualsiasi che gli somiglia vagamente.

Quando torno in albergo, a notte fonda, sono abbastanza ubriaca. Non faccio in tempo a toccare il letto che mi addormento di schianto.

Riapro faticosamente gli occhi verso le dieci di mattina, al termine di una notte senza sogni. Ho un fastidioso cerchio alla testa. Scendo dal letto, ingurgito un analgesico, e faccio la doccia. Dopo colazione mi sento già meglio. Pronta per mantenere la promessa fatta a Roberto.

“Ti ricordi quel campo di volo in Irlanda, vicino a Dublino?” mi chiese Robi, mentre era disteso sul letto d’ospedale, pochi giorni prima che il cancro se lo portasse via per sempre.

“Certo che me lo ricordo, amore. Come potrei dimenticarlo?!”

“Vorrei che tu facessi una cosa per me… Me lo prometti?”

“Te lo prometto, Robi… Dimmi pure, sono tutt’orecchi.”

Lascio l’hotel e salgo in macchina, diretta verso l’Irish Parachute Club — nei pressi di Clonbullogue —, dove io e Roberto ci lanciammo col paracadute per la prima volta in vita nostra. Dista una settantina di chilometri da Dublino. Metto su una compilation di Jeff Buckley per farmi compagnia durante il viaggio e allentare la tensione. Dopo un’oretta giungo a destinazione. Parcheggio, scendo dall’auto, e mi avvio verso l’hangar della scuola di paracadutismo.

Il piccolo velivolo sta salendo di quota. Quando raggiungerà i quattromila metri, io salterò giù agganciata all’istruttore. Ho la sensazione che il cuore mi esca dal petto. L’adrenalina mi scorre a fiumi nelle vene. Penso a Roberto, mentre stringo forte la busta con dentro le sue ceneri. Il portello si apre. Io e l’istruttore strisciamo lentamente fino all’orlo del baratro. Il rumore del vento adesso è assordante. Siamo seduti in bilico sul vuoto. L’uomo mi spinge delicatamente la testa all’indietro. Chiudo gli occhi. Saltiamo.

Ci siamo solo io e Robi.

Giù in tandem.

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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