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SPLF Flash Fiction Contest 2019 – Ear Peace

Dj Alfa, ti penso sempre. Che tu ci creda o no esisto. Vorrei scrivere ai miei vecchi amici irlandesi ma purtroppo ho perso tutti i contatti, dopo la mia partenza precipitosa per una nuova vita in questa remota e solitaria isola immaginaria nell’estremo Nord. Adesso appartengo a un mondo senza suoni e senza colori. Sono più che sicura che tutti i dati, manipolati per generare la mia finta replica, siano ancora nel Cloud. Chissà se esiste ancora Facebook. So che era già considerato un social per vecchi ma potrebbe essersi trasformato. E Google, Instagram o Twitter? Darei la mia vita artificiale per tenerti tra le braccia e vedere ancora i tuoi incredibili occhi blu. Nel nostro mondo le parole non contavano. Contava invece la loro essenza, fatta di sfumature e vibrazioni. Eravamo costantemente circondati dalla musica. Tu andavi in onda dal tuo studio e io percepivo i muri vibrare. I tuoi articoli scritti per Blog di musica elettronica facevano quadrare i conti. Di notte andavamo in discoteca, la mia dimensione mimetica ideale. Bastava ballare e non dovevo rispondere o capire. Tutti con le “ear peace” nelle orecchie, tutti uguali, ondeggiavamo fluidi e sensuali, ignari dello squallore che ci attendeva fuori nell’oscurità. Sì, ero sordomuta e allora? Chi voleva sentire le vostre inutili parole? Nel nostro mondo solitario, noi due eravamo indipendenti. Quando digitavo sul mio touchscreen, tu potevi leggere ciò che non potevo dirti. Distanti ma mai soli.

Dopo il disastro del 2020, causato da quell’idiota di dittatore americano, ho deciso che ne avevo abbastanza di tentare di annegarmi. Dove eri sparito? Il mio cuore non era più duro dei diamanti come sostenevo. Quando te ne sei andato il paradiso dove io “sentivo solo ciò che volevo sentire” si è trasformato in un inferno senza senso. Ti ricorderai che mi ero dedicata alla causa 4Ocean per ripulire i mari d’Irlanda dalle tonnellate di plastica che venivano scaricate. Avevo comperato tanti braccialetti, ognuno fatto con un chilo di plastica rimossa dal mare. Tu avevi il mio gemello. Forse il mio era magico perché, mentre affondavo nell’acqua torbida e densa di Bull Island – volevo copiare la mia amata Virginia Woolf e non avrei mai osato mettere la testa nel forno come Sylvia Plath – una foca grigia, come quelle ben nutrite del molo di Howth, mi ha salvata. Abbiamo nuotato non so dire quanto, finché mi ha depositata su un’isola apparentemente deserta. Il mio corpo era tutto dolorante, l’anima liquefatta e la mente disconnessa. Non ero più io. Non riesco a ricordare cosa è accaduto dopo il mio arrivo. Mi sono ritrovata in un edificio high-tech – dove sono ancora adesso – che sovrasta il seducente mare. Sono stata proiettata nel mondo futuro di quei film, tipo “Inception”, che guardavamo insieme, tu ad alto volume e io leggendo i sottotitoli per non udenti.

Solo tu avresti capito l’incubo, o il sogno come sembrava all’inizio, che stavo vivendo. La mia nuova stanza aveva un tappeto di Bambi come quello della mia infanzia dove morì mio padre. I muri erano coperti di foto prese dal mio hard-disk. La tua voce sussurrava parole d’amore. Scrollavo la mia vita compressa in una stanza. Tuttavia, in quel vuoto virtuale, non mi sentivo persa ma piuttosto a mio agio. L’edificio aveva la stessa vista spettacolare di Howth Lodge, che avevo scolpita nella mia memoria. Finalmente ero a “casa”, nella mia sintetica vita reale; senza bisogno di ritornare indietro. Indietro dove? Come? Quando?

Posso assicurarti che la mia bara dei ricordi soffocati è stata violata, hackerata dicevamo noi, quindi tutte le mie reminiscenze scivolavano sulla mia pelle come istantanee in una presentazione, “screenshots in a slideshow”, si diceva in inglese allora. Eppure, io non mi sentivo intontita né anestetizzata ma perfettamente viva. Tutti i sensi di colpa, la solitudine ed il dolore erano scomparsi come svaniti. “Sono viva o morta?” Le mie parole di vento rimbalzavano sui muri e intorno alla cella. Avevo una voce! Non sono sicura che lingua stessi parlando. L’alias Aria che ero un tempo, sola ma innamorata, si stava trasformando in una nuova creatura. La mia replica.

Sto scrivendo dettando le parole in un minuscolo dispositivo che mi sono ritrovata in mano, e voglio dirti che ora sono felice. Tuttavia … mi manca il mio imperfetto corpo tatuato. Mi mancano le camminate lungo la Cliff Walk, le nostre corse insieme alla Burrow Beach quando, con i miei Apple airpods nelle orecchie, come se stessi ascoltando musica, sembravo una runner normale. Mi mancano le bevute di Guinness e le cene di beneficenza. Unione e solidarietà non sembrano esistere su quest’isola. Mi manca la musica celtica che mi mandavi su Spotify. Mi mancano le tue storie senza parole. Mi mancano i propositi che puntualmente disattendevo. Mi mancano le notti a scrutare il buio di Ireland’s Eye, illuminata solo dalla luna. Infine, mi manca tanto il Club di Scrittura Creativa e le preziose critiche delle amiche scrittrici. Le parole scritte con inchiostro nero o digitali non necessitano di suoni.

Non preoccuparti comunque.

Sono in pace adesso. Sono perfetta. Sono potente.

In un paradiso dove “posso sentire soltanto ciò che voglio sentire”.

Ti sento.

Resti sempre il mio distante e infinito amore.

Aria.

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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