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Sogni e Risvegli

L’unico autore che mi viene in mente che scrivesse direttamente dei suoi sogni è H.P. Lovecraft. Ce ne saranno a migliaia che non mi vengono in mente, ma non è questo il punto: a me, viene in mente lui. In un’altra vita ho scritto qualcosa su di lui.

Ora… Voi l’avete presente quello che scriveva Lovecraft? E quindi, quello che sognava Lovecraft..?

Cthulhu

E comunque tutta colpa delle zie, di sicuro…

I miei sogni sono di tre tipi. Del terzo tipo non parlo. Al primo tipo appartengono quelli che definisco sogni di servizio. Tutto è così semplice e chiaro che l’Io fa passare per buono tutto, all’Es: non c’è bisogno di nascondere o travisare niente. Secondo me significa che ho desideri troppo semplici.

Voglio dire: se sogno qualcuno che mi aiuta a tornare a Dublino, e voglio tornare a Dublino, e i sogni son desideri… Che cosa rimane da interpretare, caro Sigmund!?

Poi c’è il secondo tipo. I sogni normali: quelli in cui, se non sei Freud, non sai che cosa veramente il tuo Es abbia voluto dirti. Ho una bella geografia nei bei sogni, questo sì. Un’Irlanda (ovviamente) ancora più bella. Perché i ricordi sono più belli della realtà. Sempre.

E così, qualche volta, temo di essere un replicante…

 

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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