San Patrizio a Livorno: meglio di un’astronave a Lucca

Che cosa ci fanno San Patrizio, Livorno e un’astronave nello stesso post? Semplice: la ricetta del Numero Zero del San Patrizio Livorno Festival.

Secondo Carlo Fruttero l’Italia non era terra per ambientarvi storie di fantascienza: un’astronave non può atterrare a Lucca. Io penso che si sbagliasse. Il bello del narrare storie è l’attingere al mondo del possibile. Mettersi paletti geografici è senza senso.

Alle storie questi limiti fanno un baffo. E così, mentre con Catherine Dunne, Federica Sgaggio e Michele Marziani cominciavo a ragionare sull’idea – ambiziosa? Forse. – di creare a Livorno il San Patrizio Livorno Festival, a forza di googlare cose che neanche i più arditi bot di Google osavano immaginare, mi sono imbattuto in una storia che non era poi tanto lontana da quella di un’astronave a Lucca.

Solo, una storia molto più irlandese.

La storia di San Patrizio a Livorno.

A (non, si potrebbe dire) raccontarla è stato il Dottor Giuseppe Vivoli, negli Annali di Livorno dalla sua origine sino all’anno di Gesù Cristo 1840. Colle notizie riguardanti i luoghi più notevoli antichi e moderni dei suoi contorni. È riportata anche in Livorno dalla sua origine sino ai nostri tempi – opera storica popolare di Carlo Tesi.

La storia è questa:

Era Numaziano, sebbene gentile di culto, uno dei più ragguardevoli personaggi dell’Impero, avendo già coperta in Roma anche L’eminente carica di Console, e poscia quella più rilevante di Prefetto della Città, e del Pretorio.

Vago egli adesso di rivedere la sua terra natale si portava in Gallia con una piccola barca quasi radendo il lido. Descrivendo con la maggiore esattezza i luoghi in specie marittimi, che trascorreva ci ha lasciate le più minute particolarità, che bramare si potessero intorno al Porto Pisano a Turrita ed a’ suoi contorni ove per alcuni giorni amò di trattenersi onde divertirsi nelle vicine foreste alla caccia.
Parlando anche della Gorgona che di lontano aveva dovuto osservare, non omise di schernire gli Anacoreti Cristiani, che già l’abitavano, e tra essi in ispecie un giovine
Romano di non comune lignaggio, il quale abbandonando il gran Mondo erasi tra i medesimi riparato.

Andava di fatti sin d’allora ripiena di Monaci dedicati alla vita solitaria, e penitente questa tanto rinomata Isoletta. Divenuta uno dei più distinti Romitorj dell’Etruria , aveva goduto intorno al Secolo V della presenza, oltre del massimo Dottore S. Agostino, anche del famoso Apostolo dell’Ibernia, S. Patrizio, cui i moderni Irlandesi debbono la Fede, che con tanto mirabile costanza, quale la professavano gli Avi loro, tuttora esemplarmente custodiscono.

In una nota il Vivoli aggiunge:

Sappiamo di fatti dalla ‘Storia Ecclesiastica’ che San Patrizio impiegò sette anni nel visitare i luoghi santi di Toscana, ed in specie quelli sparsi nelle isole del Mar Tirreno. – Alcuni versi poi di Licenzio discepolo di S. Agostino, non che le autorità di altri venerandi Scrittori, cioè di S. Antonino, di Papa Martino V, di Gio. Marquez, del Fiorentini, del Roncioni, del B. Arrigo di Waimar, del cardinale Egidio da Viterbo in una sua lettera riferita dal Torelli, farebbero credere che quel Santo Dottore nell’onorare di sua persona i romitorj di Monte Pisano , detto di fatti allora Monte Eremitico, lo stesso per cui rilevò Dante <i Pisani veder Lucca non ponno > non tralasciasse di trasferirsi del pari a quelli della Gorgona, ed all’altro già esistente, Secondo il Magri ed il Santelli, presso S. Jacopo d’Acquaviva, ove poi surse l’Eremitorio Agostiniano, che diè origine al successivo convento di S. Giovanni di Livorno.

Mi ricordo di aver letto da qualche parte che viaggiare nel Medioevo dall’Irlanda all’Italia aveva lo stesso coefficiente di difficoltà, e di successo, di un viaggio sulla luna oggi.

Ma questi cocciutissimi monaci (me ne sono pure immaginato uno in un racconto, qualche anno fa) prendevano e partivano.

È proprio come se delle astronavi irlandesi fossero atterrate in Toscana nei Secoli Bui. A Lucca, sul Monte Pisano (che non si chiama più così), a Bari…

E se questi monaci astronauti potevano farsela tutta da Skellig alla Gorgona, noi, che vogliamo costruire un ponte di cultura e scrittura tra l’Irlanda e l’Italia, non potevamo che andare avanti con questo progetto. Intanto con il Numero Zero del #SPLF, e poi con il Numero Uno.

Quando dall’astronave irlandese, a Livorno, sbarcherà, se ci date una mano, uno scrittore da fantascienza (ho scritto da, non di!)…

Nella foto: un’astronave (forse) su Dublino, 1 febbraio 2016

 

 

 

About maxorover

Max O’Rover is the pen name of Massimiliano ‘Max’ Roveri. He started writing about Ireland in 2008, after nearly a decade of fascination with the country. He now lives in Dublin, not far from Cooldrinagh — Samuel Beckett’s birthplace — and within reach of Barrytown, real or imagined. Max has worked with Irish author Catherine Dunne since 2016 and co-directs the San Patrizio Livorno Festival. After a long Italian-language phase, he now writes primarily in English, in fiction, theatre, and essays. He is the author of The Butterfly Saviour, praised by John Banville; Three Lives, currently in progress; and She-Wolf Blood, which he hopes will make him rich. For the stage, he has written multilingual plays including Not-Beckett, which will premiere at SPLF25 and has earned praise from both Patrick Bixby and Federico Platania. When not writing, planting seeds, or cooking, Max plays Skyrim or Fallout 4 with his wife Maria Grazia, who is also his life support system.

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