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Resilienza irlandese

Resilienza irlandese, tra GPO e Glasnevin

Se la prima volta che ci sei stato avevi diciotto anni, e se gli anni erano quelli novanta, e li avevi appena rispediti a casa con una saetta di Schillaci ma loro ti avevano fatto soffrire in America, allora tutto quel che sapevi erano solo balbettati aforismi di Wilde, il fatto che il calcio sia in fondo imprevedibile, e l’eterna povertà dell’Irlanda.

Un campo di patate all’estrema periferia – morale, non geografica – dell’Impero Britannico.

Vorrei aggiungere: “Poco di più”. Ma la realtà è che abbiamo già fatto larghissime concessioni alla nostra labile conoscenza.

È probabile infatti che all’epoca considerassi Wilde uno scrittore inglese.

Dio mi perdoni e abbia pietà della mia anima.

G.P.O.

Quando poi ti mostrarono l’ufficio postale, il General Post Office, il G.P.O., hai pensato:

Poverini, non hanno molto in questo paese.

Mica come noi che gli ospiti li portiamo a vedere musei, castelli, fortezze, cattedrali e rinascimenti. Così li hai compatiti e guardati con condiscendenza.

Solo col tempo hai imparato che lì, in quella strada, in quell’edificio, si scrisse l’Easter Rising.

L’insurrezione di Pasqua. Una delle pagine più importanti della storia irlandese.

La rivolta contro l’impero.

Quando l’impero era ancora un Impero, e non quella robetta uscita con le ossa rotte dalla Seconda Guerra Mondiale.

E quando realizzasti questo, allora ricordasti Sergio Leone, e Giù la Testa e James Coburn, e la dinamite, e l’IRA, e l’ultima guerra di indipendenza retaggio di ottocenteschi eroici nazionalismi contro il vile oppressore.

E visto che i ricordi di scuola erano vividi in te, e l’odio contro l’Austria-Ungheria non sopito, non potesti fare a meno di simpatizzare con la causa, che nell’ingenuità dei tuoi diciott’anni era manicheistica senza possibilità d’errore.

Noi e loro. I buoni e i cattivi. E non poteva essere diversamente.

Lo dicevano le canzoni.

“Go Home British soldiers, Go home, have you not fucking homes of your own! For eight hundred years we fought you without fear, and we’ll fight you for eight hundred more!”

E il cuore ebbro di romanticismo si gonfiava.

L’eterna sconfitta mai doma. Quello che poi hai scoperto essere un tratto distintivo degli irlandesi. Resilience, lo chiamano loro. La capacità di essere resilienti. La tenacia.

La perseveranza, direbbero alcuni. Probabilmente una rassegnazione non rassegnata è il giusto termine.

Prendono tutto quello che gli arriva come piovuto dal cielo. Come la pioggia.

Ma come la pioggia non li fa spostare di un millimetro – altrimenti non si capirebbe perché in duemila anni non siano mai stati capaci di inventare i portici, che pure a Cuneo ce li abbiamo – e come la pioggia non li fa spostare di un millimetro, ecco, neanche le disgrazie li fanno spostare.

Loro ci si mettono sotto. Ci si appiattiscono, e accettano. Come accettano tutto quello che viene dal cielo. Come accettano la pioggia. Con grande pazienza. Rassegnazione. O forse hanno solo bevuto troppo e muoversi è diventato complicato.

Difficile non vederci dentro le radici profonde della chiesa cattolica. Difficile non vederci dentro la dominazione straniera.

Eppure quella pazienza, rassegnazione. Quell’aver bevuto troppo. Insomma, la Resilience, come dicono loro, alla fin fine, un giorno o l’altro, dovrà ben pagare. Prima o poi uno dei due dovrà ben mollare.

E non importa quanto tu sia forte, l’importante è quanto sai incassare.

Quanto sai soffrire senza mollare, senza spostarti da quel cielo che ti copre di acqua ghiacciata.

La esportarono un po’ ovunque questa visione, gli immigrati irlandesi; e in America è diventata il marchio di fabbrica della cinematografia.

Rocky docet.

Incassi, ti pieghi, gemi, ma alla fine Ivan Drago, il colosso, deve mollare. Lo hai sfiancato.

La Resilience.

La resilienza irlandese. Caparbietà o troppo alcool che sia. Prima o poi pagherà. Tutti ne sono convinti.

E anche l’Impero britannico era un colosso.

E così, dopo otto secoli di dominazione non sempre proprio ben digerita, ecco arrivato il momento buono: l’insurrezione di Pasqua. È il 1916. La Gran Bretagna è impantanata nel fango della Somme. Non si ripresenterà più un momento così buono.

Tutto è pronto. Ma è proprio quando tutto è pronto che di solito niente funziona. I grandi avvenimenti sono sempre concomitanza di casualità. Mai che un piano abbia funzionato a dovere. Così l’Easter Rising si rivela un fiasco.

La popolazione guarda gli insorti con fastidio. Chi sono questi invasati che ci portano la guerra in casa, come se non ne avessimo già abbastanza dei figli e fratelli, e mariti, spersi nelle trincee di mezza Europa a battersi contro i tedeschi. Ci volevano ancora questi fanatici, ci volevano.

L’esercito reprime la rivolta nel sangue. Il G.P.O., il General Post Office, l’ufficio postale che con tanto ardore mi mostravano quella volta, divenne simbolo di quella battaglia e di quella repressione. Barricati dentro, i rivoluzionari ebbero il tempo di proclamare la Repubblica, leggere il proclama davanti a quei quattro passanti straniti (altro che le folle di migliaia di persone che ci si potrebbe immaginare: figurati se qualcuno usciva mentre le mitragliatrici mordevano le facciate delle case) prima di essere presi a cannonate.

E fin qui ci sta.

È quello che successe dopo che firmò la sconfitta inglese.

I britannici commisero il peccato originale: fucilarono i capi della rivoluzione. E quella che era stata una rivolta intellettuale, di nicchia, toccò nel profondo il cuore di Dublino.

Questa è la Rivolta di Pasqua. Da questa sconfitta nacque il movimento che portò all’Indipendenza dell’Irlanda.

Tutto chiaro. Manicheista. Noi. Loro. Il bene. Il Male. I buoni. I cattivi. Tutto così semplice. Rassicurante nella sua semplicità.

E allora quando nel cimitero monumentale di Glasnevin propongono l’Easter Rising Tour, vuoi non andarci?

Vuoi non fare un giro sulle tombe degli eroi? (No, quelle dei fucilati della rivolta di Pasqua non ci sono. Sono seppelliti ad Harbour Hill, ma qui ce ne sono molti altri.)

Glasnevin

È uno di quei cimiteri che ti fanno sognare d’Irlanda anche a chilometri di distanza. Prati verdi e croci celtiche a profusione. Quasi un milione e mezzo di dublinesi sepolti.

Più di quelli che là fuori si affannano a costruire l’ennesimo miracolo economico. O bolla speculativa che sia.

Questi se ne stanno nella silenziosa calma delle querce. Li disturba solo il ticchettare della pioggia e lo zampettare degli scoiattoli. E la strada di Finglas. Anche quella deve disturbare non poco il sonno eterno. Ma se non ci fosse la strada di Finglas, allora sarebbe solo pioggia leggera e ombra di querceto.

Fuori, nascosto, in un contorto avvitarsi di stradine, c’è il Gravedigger’s, il pub dei becchini.

Il nome è ancora quello, ma si trovano sopratutto turisti inglesi e australiani attirati dal prato davanti dove si può bere allungati sull’erba. Una pinta al volo e poi a farsi un giro in attesa del tour. E camminando a caso attraversi un immenso prato dove girandoline colorate piantate nel terreno ruotano impazzite al vento dell’ovest. Decine e decine di girandoline. Allora ti fermi a guardare le minuscole lapidi. All’adorata Mary, nata il 5 maggio 1974, deceduta il 7 giugno 1976. All’amata Sarah, aprile 1983, dicembre dello stesso anno.

È il cimitero dei bambini.

E rimani di pietra. Il prato è enorme. Immenso. E ti chiedi come sia possibile tanto dolore. Per te che la mortalità infantile è roba da medioevo o paese del terzo mondo. Ma in fondo l’Irlanda è anche questo. Un medioevo che si è protratto fino alle soglie del duemila, un terzo mondo nel giardino di casa.

Poi inizia il tour. Nomi di eroi e discorsi solenni.

Dura due ore. Ci sono molti americani nel giro. Te ne accorgi dall’accento con patata in bocca e dalla passione che hanno per farsi scattare una foto sulla lapide di Michael Collins.

Ma la cosa che ti colpisce di più è una tomba. Un po’ discosta. Senza orpelli o fronzoli. Non è la tomba di qualcuno di importante. Di grandi nomi illustri della Patria Irlandese. Ma è una tomba atipica. In essa sono sepolte due persone. Una tomba, due bare. Sono due fratelli. Entrambi morti durante l’Easter Rising. Uno era un ribelle. L’altro soldato della Corona. Morti entrambi, e oggi, per l’eternità, destinati a condividere la stessa fossa nel terreno.

E allora pensi. E ci ragioni su. E ti dici che, dopo tutto, tu ragioni con la mentalità di oggi. Cosciente di un qualcosa che è successo e che sai che è successo. Ma che loro, al tempo, non sapevano che l’Easter Rising fosse l’Easter Rising, che avrebbe scatenato l’insurrezione, avrebbe ottenuto l’Indipendenza. Per loro era una rivolta come le tante che c’erano già state ancora e ancora e ancora, per secoli e secoli. Ogni cinquanta, sessanta, cento anni.

Sì. Ma tra una rivolta e l’altra? Tra una rivolta e l’altra la gente parlava inglese, si diceva ‘morning, ‘night, emigrava a lavorare a Liverpool, a Manchester, a Birmingham, nelle colonie dall’altra parte dell’Oceano, si sposava una gallese, andava nelle fabbriche di Glasgow.

Per secoli, tra una rivolta e l’altra, gli irlandesi hanno combattuto e servito nell’esercito britannico. Non solo: ne erano il nerbo! Posto sicuro, pasto caldo, soldi in tasca e possibilità di menar le mani. Che gli irlandesi da sempre adorano. Quando l’Easter Rising esplose, per loro, non doveva essere evidente capire cosa stesse succedendo. Prendere partito. Stare di qua o di là?

E così quello che successe è che si stette di qua e di là. Nella stessa città, nella stessa famiglia. Uno coi ribelli. L’altro con l’esercito. E ce ne sono centinaia di casi.

Non è rassicurante. Non è rassicurante per niente.

Rendersi conto della complessità delle situazioni e dell’essere umano. Ti saltano gli schemi.

E le sicurezze, le certezze, il Manicheismo?

Le lasciamo lì. Abbandonate a Glasnevin. Mentre ci allontaniamo sotto una pioggia leggera che scende dal cielo e che accettiamo pazientemente con rassegnazione come si accettano tutte le cose che vengono giù dal cielo.

Il vento è forte. Le girandoline ruotano impazzite.

About Francesco Scarrone

Francesco Scarrone ha scritto per il teatro e per il cinema. Ha sceneggiato 'The Repairman' per la regia di Paolo Mitton e 1978, 'Vai piano ma Vinci' (Nomination David di Donatello 2018) per la regia di Alice Filippi e 'Fuori Onda' (Regia Nicoletta Polledro). Arno Klein e Il Mulino di Amleto hanno rappresentato molte delle sue opere teatrali. Ha scritto 'Ecuba - ovvero il banchetto dei morti' per Franca Nuti. Ha rivisitato Alice nel Paese delle Meraviglie per la regia di Marco Lorenzi in una produzione del Teatro Stabile di Torino. Ha scritto inoltre due libri, 'Di lama e d'ocarina', edito dalla Gorilla Sapiens edizioni e 'Dublino 90' per la Rogas Edizioni.

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