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Racconti irlandesi - In Vacanza da Trolltunga - Max O'Rover

Racconti irlandesi di Max O’Rover: ‘In vacanza da Trolltunga’

Trolltunga non è in Irlanda. Ma allora perché questo racconto è, comunque, irlandese? Come ho avuto modo di raccontare durante la presentazione di #IGCIRDIl Giorno Che InContrammo Roddy Doyle – presso l’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, uno degli autori che mi ha ispirato nel decidere come scrivere il libro è stato Neil Gaiman.

In particolare la sua idea, meravigliosamente sviluppata in American Gods, secondo cui divinità e creature mitologiche continuano a esistere tra di noi ma con poteri ridotti a un pallido ricordo di quelli che avevano una volta.

Su questa idea di base ho scritto un capitolo importante di #IGCIRD, quello dedicato alla Banshee. Anche un mio vecchio racconto che vede il Diavolo sulle Aran ha alla base questo assunto, e in #IGCIRD si legge:

non sai che almeno un terzo dei buttafuori di Dublino è costituito da troll?

Questa idea è rimasta in un cassetto mentale fino a qualche giorno fa, quando è diventata:

In vacanza da Trolltunga

Piove a dirotto. Le voci del pub strapieno sono un brusio che si mescola a quello della pioggia, più forte quando qualcuno entra o esce.

Un pub è un posto vivo come un cuore, le persone che entrano ed escono sono la sua linfa vitale: il sangue. Loro, e la birra, un po’ come sangue arterioso e sangue venoso.

È un paragone tutto da umani questo, ma non me ne stupisco troppo.

Adam è andato al cesso e a riempirsi di caffè caldo il thermos mezz’ora fa.

Adesso tocca a me a entrare. Apro le doppie porte del pub ed entro in circolo.

Io del caldo e del caffè non ne avrei neanche bisogno. Di pisciare quello sì, certo, ogni tanto. Ma è una routine tra colleghi, questa di alternarsi a rientrare, quando uno di noi alla porta è più che sufficiente, e ho imparato che è bene averle le routine, tra colleghi.

Lavoro al Brian Boru da un sacco di tempo.

Me lo ricordo il vecchio. Poveraccio: vedi a pregare il Dio sbagliato che fine che si fa…

All’inizio è stato facile. Da quando ci sono i computer lo è parecchio meno, e prima o poi dovrò pensarci. A quel trucco degli orfani c’ero arrivato parecchio prima io di Highlander. Ma non basta più.
Dovrò pensarci.

Il pub è davvero strapieno. Le ragazze e i ragazzi si danno da fare. Fanno battere il cuore. Navigo le risate e i bicchieri prima verso il bancone e poi verso la toilette.

Vado a pisciare.

Quando esco dal cesso guardo Daisy e non c’è neanche bisogno di parlare: ha già riempito il mio thermos. Succo di mela riscaldato e miele.

Non posso bere alcolici quando sono in servizio.

Aggiungo come al solito una goccia di sangue di caprone dalla fiaschetta.

La fiaschetta è un regalo del rappresentante della Jameson.

Il sangue lo prendo da Mehmet, alla sua macelleria halal. Gli ho detto che lo uso come concime per le piante.

« Hai visto, Eoin? Una volta tanto c’è qualcuno più grosso di te qua dentro! »

Mi fa Zacko con la sua voce gentile come la carta vetrata a grana grossa.

Zachariah Sheahan è il publican più anziano e – chissà, forse proprio per quello – il mio preferito.

La faccia è ruvida tanto quanto la sua voce. Mi ricorda quella di Clint Eastwood a sessantanni o, in alternativa, quella di un Nano che ho ammazzato tremila anni fa.

Ma Zacko non ha la barba, anzi. Deve essere un maniaco della rasatura perfetta, perfetta come è sempre perfetta, immacolata e inamidata (ma esiste ancora l’amido?) la camicia bianca d’ordinanza.

Come troll non sono niente di che. Negli ultimi duemila anni ci siamo ristretti parecchio. Ma secondo i parametri umani – quelli della razza di cui fingo di fare parte – sono di categoria enorme.

E allora, invece di uscire a bermi il mio idromele caldo fatto alla come si può, alle parole di Zacho, che mi hanno fatto rizzare il pelo della nuca, mi avvicino al bancone con aria interrogativa.

Non ho grande espressività facciale. Mi mancano proprio i muscoli giusti, ecco.

Ma non è che alla fine Clint Eastwood sia tanto più espressivo di me.

Non ho visto nessuno di enorme, dall’ingresso alla toilette. Ma questo portento della natura potrebbe essere al piano di sopra, o nel giardino d’inverno, ai tavoli dove si serve la cena.

« Davvero Zacko? Dove? »

« Nel giardino d’inverno. È lì dalle tre del pomeriggio e sta continuando a ordinare. Tra birra e stufato d’agnello sarebbe bastato lui a fare l’incasso, oggi… »

E Zacko finisce con quella sua risata che adesso io lo so che è la sua risata, ma la prima volta che la senti non sai se Zacko sta per morire, o per sputarti addosso.

A questo punto anche una persona semplice come me finisce per essere un po’ curiosa.

Bevo il mio idromele dei poveri prima che faccia troppo schifo e torno verso la toilette, ma questa volta attraverso il corridoio opposto a quello che porta ai bagni ed entro nel giardino d’inverno.

C’è una tavolata di stranieri – li riconosci dalle pizze – e una, rumorosa, di un addio al nubilato.

In quello spazio chiuso riconosco l’odore immediatamente.

È come me.

Anche lui si accorge di me. Gli serve un attimo di più, l’attimo che gli serve a sollevare la testa dal piatto.

È seduto da solo a un tavolo, faccia al megaschermo. Deve girarsi per far confermare ai suoi occhi ciò che l’olfatto ormai ha suggerito anche a lui.

Mi avvicino. Si alza. Sono teso. Non preoccupato. Ma teso.

Nonostante tutto, questo incontro mi fa tornare in mente una storia.

Quella del cacciatore che uccise gli ultimi due lupi d’Irlanda.

Gli ultimi della specie.

E questa storia mi ha sempre fatto pensare alla possibilità che quel cacciatore tolse a quei due ultimi: quella di uccidersi tra di loro.

Cazzo, stasera Highlander mi perseguita…

Ma sono teso.

Provo a parlargli usando la Lingua. E lui finisce di girarsi e di alzarsi dalla sedia, e mi risponde.

Parla la Lingua con un accento che sa d’antico, un accento che sa di sangue e idromele. Di vero idromele; di vero sangue.

« Da dove vieni? » Gli chiedo.
« Da Trolltunga. » Mi risponde. Ma il nome non mi ricorda nessun luogo.

« È in Irlanda? »
« No. »
« Ma allora come hai fatto ad arrivare qui? » Quei pochi rimasti di noi lo sanno benissimo: non possiamo spostarci da dove siamo nati. Svaniremmo. E svanire è qualcosa di molto peggio del morire. È la legge, la regola, la dura realtà. Come ha fatto ad arrivare qui?

È come se mi avesse letto nel pensiero, e sono più che certo che non è possibile, perché l’intelligenza non è mai stata il nostro forte, ma tant’è: « Ti spiego dopo. »

C’è una sola uscita dal pub: la porta che custodisco come buttafuori ogni sera, dove devo tornare per non far incazzare Adam. Gli rispondo con un cenno d’assenso, e se gli venisse voglia di andarsene non potrebbe comunque fare altro che passarmi davanti.

Torno da Adam.

Il tempo scorre. Il battito del pub si fa più lento. Quando le saracinesche sono già abbassate e i ragazzi se ne sono andati tutti, la voce di Zacko, un po’ meno sicura del solito, mi dice:

« Il grosso è ancora di là. »
« Vado a parlarci io. »

Non so che cosa aspettarmi.

Nel giardino d’inverno mi accoglie la nota bassa di un generoso rutto.

Il megaschermo è ancora acceso. Un’altra partita, un altro sport, un altro continente…

È una delle cose che odio di più dell’Oggi, il sapere che comunque ci sono miliardi di vite per cui la tua alba è il loro tramonto e viceversa e non ci si ferma mai.

Preferivo i tempi in cui sapevo che la terra era piatta, che sapevo che tutti insieme aprivamo gli occhi al Sole e li chiudevamo tutti insieme alla Luna. O viceversa, nel nostro caso, ma sai cosa intendo.

« C’è un posto in cui possiamo parlare? » Mi chiede.
« Certo, proprio qui accanto. »

A noi Troll sono toccati i ponti.
Alle valchirie il cielo, a quella banda di debosciati l’Olimpo, a noi i ponti. E visti dal basso, per di più.

Accanto al Brian Boru c’è il ponte ferroviario, ma a quest’ora i treni non passano più.

E, mi raccomando: se il passaggio risulta ostruito, contattate Iarnród Éireann.

Due di noi là sotto: col cazzo che arrivi a Maynooth…

Ci appoggiamo alla parete del tunnel, con l’incertezza che nei film ti aspetteresti da due innamorati al primo appuntamento.

« Come hai fatto? » Gli chiedo.
« Con il Sangue. »
« Non è possibile. » Altre regole, altre divinità. Questi stronzetti ci hanno ridotto a roba per i cartoni animati. Non possiamo più cibarci di loro. E non parlo soltanto nel senso di mangiarli. I sacrifici umani non hanno più possibilità di essere. Ci distruggerebbero, se ci provassimo. Moriremmo prima di loro. Quindi no, non è possibile. Mi sta prendendo per il culo e questo mi fa profondamente incazzare.
« Guarda che non sono stato io. Hanno fatto tutto loro… »
« Mi stai prendendo per il culo. E questo mi sta facendo profondamente incazzare. »

« Vengo da… » E mi dice, usando la Lingua, il nome del suo Nodo. I Nodi sono i luoghi dove ci hanno fatti nascere. Quel posto, anche nel nome che gli hanno dato gli stronzetti, si ricorda ancora di noi.

Quel posto, in Umano, si chiama Trolltunga.

Mi viene in mente un trafiletto dell’Irish Times e comincio a capire.

« Buffo vero? I Nodi hanno ancora il loro fascino, c’è poco da fare. Vanno ancora a Stonehenge. Vengono ancora qua a Newgrange, a Tara. Alla Fossa del Serpente. Serpente… Che stronzi, che sono. Il vecchio Peist si mangiava dodici vergini all’anno, ai bei tempi. Oggi gli pisciano Redbull in casa. Ma io sono stato fortunato. Non hai idea… Cazzo, amico mio, non hai idea di come mi sono sentito quando ho annusato il sangue, quando mi ha bagnato. »

« Gran bel colpo di culo, cazzo. E adesso? »
« E adesso viaggio: da un Nodo a un altro, finché c’è Mana. »
« E poi? »
« E poi? E poi morirò. Tu invece? »
« Faccio il buttafuori. » È una ammissione di colpa. In Lingua dovrei usare una parola il cui vero significato è custode delle porte dorate di Valhalla. Dico buttafuori, in Umano.
« Capisco. »
« Quando parti? »
« Domani. »
« Dove vai? »
« Bretagna. »
« Come fai per i soldi? »
« Alberick. » Penso di nuovo che mi stia prendendo per il culo.
« Vuole una cartolina da Wall Street. E da Fort Knox. »
Non c’è altro da dire. Ci salutiamo, ci abbracciamo. Ci scambiamo incantesimi di buon augurio in Lingua.

Faccio il buttafuori.
Ho ucciso il Capro Nero di Wicklow, io.
Faccio il buttafuori.
Lui torna all’albergo.
Rimango sotto il ponte.

Domattina il primo treno per Maynooth sarà in ritardo.

Ringraziamenti

a Monica, Sara e Matteo, che erano con me al pub quando è ‘nato’ il Troll.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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