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Provincia di Leinster

Flash Fiction ispirata (d)al 6 Nazioni, pubblicata nel 2018 sul sito – non più online – di antonio Tombolini Editore. Episodio 1.

Questa storia comincia con un funerale. Anzi, no.

Perché al funerale di una persona che a un certo punto ti si è messa di traverso sulla vita, facendoti finire fuori strada, dando il via a una bella sarabanda di casini che – ma lo saprai solo molti anni dopo – si risolveranno… solo molti anni dopo, tu non ci vai.

E perché non ci vai? Perché ormai quella persona è morta, e non ti importa più? Perché con la morte si perdona tutto? Perché sei un ateo e materialista, e quindi ai funerali non ci vai, punto e basta?

Niente di tutto questo. Non ci vai perché nel frattempo qualcos’altro si è messo di traverso sulla tua vita. Qualcosa – ma lo saprai solo molti anni dopo – di buono, questa volta.

Che cosa?
L’Irlanda.

E proprio non puoi andarci, a quel funerale, perché devi andare a Roma, allo Stadio Flaminio, il giorno di San Patrizio, a vedere giocare per la prima volta la squadra del Paese che è diventato tuo.

C’è il 6 Nazioni. C’è Italia – Irlanda di Rugby.

C’è la tua maglia verde, naturalmente. C’è una bella giornata di sole, e i soliti amici e la Multipla. Lo so che quella squadra, quella Irlanda, non è quella da leggenda, quella che vincerà qualche anno dopo contro gli All Blacks.

Ma è la mia Irlanda.

Da un certo punto di vista è la mia squadra da bambino, anche se avevo già passato i trenta. Di bambino irlandese nato tardi, sopra a un’altra vita.

Lo stadio è il Flaminio. Mi piace, non come l’Olimpico, che è troppo grande. Il 2007 è lontanissimo nella storia del rugby in Italia, allora uno stadio come il Flaminio bastava.

Era verde, il Flaminio, quel giorno.

Sotto di noi, vicini a dove sta la bandierina del calcio d’angolo quando si tratta di calcio, c’è il testone pelato di Keith Wood che fa il cronista per RTE.

Nel taschino ha un ciuffo di trifoglio: d’ordinanza, oggi che è San Patrizio. E si vede bene che anche il trifoglio ha una paura matta di Keith Woods, anche se ormai ha smesso di giocare.

Siamo arrivati presto, al Flaminio: lo stadio è ancora mezzo vuoto. C’è l’irlandese che si compra una cassa di birre Moretti, che così fa prima.

Ormai lo sapete: il pubblico, nelle partite di rugby, non ha la sua curva. Ci si contamina, ci si diverte, insieme. Così è normale che, mentre lo stadio si riempie, accanto a te comincino a esserci anche gli irlandesi.

Arrivano due ragazze. Io ho la mia maglia verde, e il cappello d’ordinanza a forma di pinta. E così le ragazze ci chiedono da che provincia veniamo.

Da quale delle quattro, intendono loro: Leinster, Munster, Connacht, Ulster. Sono le four proud provinces of Ireland, come recita l’inno da ubriachi (cit.) dell’Irlanda al 6 Nazioni (siamo un paese diviso, ricordatevelo: ma non nel rugby, e così nel rugby c’è questo inno un po’ strano per un Paese – l’Irlanda unita – che neanche esiste. Ma questa sarebbe un’altra storia…).

La risposta è che siamo italiani. La risposta semplice, la risposta breve.

Siamo italiani ma ci piace l’Irlanda. Ci sarebbe una risposta molto più lunga e articolata. Ma nel 2007 quella risposta non esisteva ancora. La risposta vera sarebbe diventata un libro. Ma soprattutto la risposta sarebbe diventata un’altra vita. La mia nuova vita in Irlanda.

L’Irlanda vinse, quel giorno di San Patrizio. O’Gara e Stringer, i miei preferiti di sempre, non sono più in nazionale da un pezzo, ovviamente.

Ma quella domanda, da che provincia venissi, mi è tornata in mente qualche settimana fa, qui in Italia, all’ufficio del catasto.

Me la poneva un modulo che dovevo riempire: nome, cognome, indirizzo, provincia…

Leinster, ho scritto, sul modulo del catasto. Leinster.

È quella la mia provincia.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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