Porcospini mutanti dallo spazio profondo. A Dublino | Un racconto di (?) fantascienza di Max O'Rover

Porcospini mutanti dallo spazio profondo. A Dublino

Sto parlando con forme di vita intelligenti extraterrestri.

Però morirò vergine.

Tutto ha avuto inizio quattro giorni fa.

Proprio come nei film. Enormi cosi che si librano su Washington, Mosca, Pechino…

E anche qui, su Dublino.

Il centro del coso enorme è esattamente sopra le ciminiere di Poolbeg. Il coso enorme è apparso, librandosi lento, pigro e maestoso al tempo stesso, da… beh: da Waterford. E adesso eccolo lì, esattamente sopra le due ciminiere.

Si sono sentiti centinaia di migliaia di respiri trattenuti, seguiti, quando il coso si è fermato, da centinaia di migliaia di “Jaysus” esclamati con sbalordimento.

Il primo giorno non è successo nient’altro.

Ho fatto un sogno quella notte. Io e Amy Adams insegnavamo il dublinese alle forme di vita intelligenti extraterrestri, poi lasciavamo il pianeta, ma solo dopo avere vinto il Nobel (che però era l’Oscar), alla volta del nostro personale pianeta-Paradiso, dove, finalmente…

Peccato mi sia svegliato troppo presto.

Il secondo giorno uno striscione gigantesco è stato posizionato tra le due ciminiere, nonostante la Garda avesse vietato di avvicinarsi a Poolbeg. Lo striscione doveva essere, visto dal coso enorme, come uno zerbino, con tanto di scritta di Benvenuto: “Fáilte!”.

Nessun sogno, quella notte.

Il terzo giorno gli uffici di Facebook e Google scomparvero nel nulla. In un attimo i Docks erano tornati a quando quei cazzoni di Bono e compagni ci avevano girato il video di “Gloria”. C’erano stati tafferugli. I rivoltosi avevano assaltato la Guinness.

Ho fatto un sogno quella notte. Eravamo io e Ripley (interessante: Amy era rimasta Amy, ma Sigourney era diventata Ripley) che dicevamo all’unisono:

“Io dico nuclearizziamo tutta Dublino 4”.

Quindi ricevevamo da Donald Trump l’Oscar (sullo sfondo, un Fassbender in lacrime) e lasciavamo il pianeta, alla volta del nostro personale pianeta-Paradiso, dove, finalmente…

Peccato mi sia svegliato troppo presto. Di nuovo.

Oggi la gente ha cominciato a scomparire. Suppongo di essere scomparso anche io, perché ora sono qui, in un cubicolo, e sto parlando, credo, con forme di vita intelligenti extraterrestri.

Non posso essere sicuro ma, voglio dire: di cos’altro potrebbe trattarsi?

Sono in un cubicolo. Più piccolo della cella della Principessa Leia. L’aria è completamente senza odore, se non per quelli del mio stesso corpo. E non c’è alcun rumore.

Ricordo di quando ero ragazzo, il sogno di diventare astronauta. Quella parola, quel concetto: anecoico. Nessun eco, nessun rumore, nello spazio. Tranne quello del battito del tuo cuore.

E, ora, della voce di una forma di vita intelligente extraterrestre. Perché di cos’altro potrebbe trattarsi?

La voce è piatta. Mi torna alla mente Amy… Ma a quanto pare queste forme di vita intelligenti extraterrestri sanno già la nostra lingua.

Proprio la nostra dico. L’inglese di Dublino.

« Andrai alla grande, Paddy ». Solo che non c’è l’accento.

È l’ultima cosa che mi dice la forma di vita intelligente extraterrestre. Dopo le istruzioni. Il momento in cui ho realizzato che sarei morto vergine.

« È tutto molto semplice, Paddy ». Aveva detto la voce della forma di vita intelligente extraterrestre. « È un videogame. Una corsa in realtà virtuale. E tu sei un nerd, no? Andrai alla grande, Paddy ».

Col cazzo, cara forma di vita intelligente extraterrestre.

Vado alla grande con i giochi di strategia. A turni, possibilmente. E con i Role Playing.

Ma con i giochi di corsa faccio schifo. Voglio dire: a malapena vado in bici (e ho sempre invidiato chi riesce a farlo senza mani: a me non è mai riuscito). E, cazzo, se esistesse la tessera platino per gli autobus, io ce l’avrei!

Perderò. Morirò. Vergine.

Uno dei lati del cubicolo si apre, diventa una specie di sgabuzzino da cui esce una postazione per giocare in realtà virtuale: volante, cambio, freni, gli occhiali.

Indosso gli occhiali e sono in O’Connell Street. Vedo altre auto attorno a me. Niente pedoni, niente bus. Tra le auto, porcospini. La voce dice che la nostra sopravvivenza dipende dall’esito della corsa.

L’ambiente familiare, dice la voce, è per aiutarci. Dobbiamo arrivare a Poolbeg e da lì indietro verso O’Connell Street.

Buona fortuna, umani.

Perderò. Morirò. Vergine.

Il conato. Il vomito. Il vomito raggiunge il volante e lo manda in cortocircuito. Il cortocircuito del volante manda in cortocircuito il resto, occhiali compresi.

Adesso è buio. Del resto è come se fossi già morto.

Molti, molti minuti più tardi un muro del cubicolo si apre.

Morirò vergine, ma almeno dopo avere incontrato forme di vita intelligenti extraterrestri. Spero almeno di morire per mano di vampiresse spaziali. No, aspetta, cazzo: un porcospino gigante rosa?!!

« Visto che sei andato alla grande, Paddy! Te lo avevo detto! Il migliore di tutto questo pianeta catramoso. Nessuno ha fatto quello che hai fatto tu. Congratulazioni. Immagino gradirai qualche spiegazione, prima di goderti la tua nuova vita ».

Era colpa nostra. dell’umanità, voglio dire.

Un po’ di sangue di porcospino era finito sulla Pioneer 10. Un trasferimento dall’auto di uno degli ingegneri, probabilmente.

A un certo punto mi sono perso, quando il porcospino gigante ha cercato di spiegarmi come la Pioneer 10, finendo in un buco nero, fosse saltata da un remoto futuro a un remoto passato in una galassia tanto, tanto lontana.

Aveva parlato poi di una roba tipo panspermia. E di buchi nel tempo. Cose così…

La civiltà dei porcospini rosa raggiunge la fase delle astronavi intergalattiche. Quando capiscono che la loro civiltà ha origine dalla terra vogliono venire a visitare il pianeta.

Poi però si accorgono che qui i porcospini muoiono schiacciati sulle strade mentre non importa a nessuno.

Quindi decidono di distruggere il pianeta.

Loro però sono parecchio più evoluti di noi, più illuminati, e così decidono di salvare comunque il genere umano. Possibilmente, umani che non abbiano ucciso porcospini.

C’è un programma, per noi. Un nuovo pianeta. Un nuovo inizio. Crescete e moltiplicatevi, ma senza auto.

Moltiplicatevi.

Andrò alla grande, alla fine.

About maxorover

Max O’Rover is the pen name of Massimiliano ‘Max’ Roveri. He started writing about Ireland in 2008, after nearly a decade of fascination with the country. He now lives in Dublin, not far from Cooldrinagh — Samuel Beckett’s birthplace — and within reach of Barrytown, real or imagined. Max has worked with Irish author Catherine Dunne since 2016 and co-directs the San Patrizio Livorno Festival. After a long Italian-language phase, he now writes primarily in English, in fiction, theatre, and essays. He is the author of The Butterfly Saviour, praised by John Banville; Three Lives, currently in progress; and She-Wolf Blood, which he hopes will make him rich. For the stage, he has written multilingual plays including Not-Beckett, which will premiere at SPLF25 and has earned praise from both Patrick Bixby and Federico Platania. When not writing, planting seeds, or cooking, Max plays Skyrim or Fallout 4 with his wife Maria Grazia, who is also his life support system.

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