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Ponti di Dublino e mendicanti

Tra il parco (Phoenix) e la stazione (Heuston) c’è uno dei ponti che attraversa la Liffey.

I ponti di Dublino sono uno dei luoghi preferiti dai mendicanti  (e sui mendicanti di Dublino ha detto meglio e più di me Ray Bradbury in Verdi Ombre Balena Bianca: non c’è nulla da aggiungere, leggetevi quel libro) e questo ponte non fa eccezione.

Lui è accoccolato proprio a metà del ponte, con il vento alle spalle, come tutti quelli abbastanza scafati, o abbastanza fortunati da trovare il posto giusto.

Tra le ginocchia ha uno di quei bicchieroni per il tè o il caffè take away (odio la loro esistenza, odio vederli galleggiare nella Liffey o nello stagno del Green) e un libro.

Sta leggendo.

Realizzo immediatamente che conosco quel libro, ne riconosco la copertina.

Il libro è The Woman Who Walked Into Doors, il libro di Roddy Doyle che mi ha fatto cominciare a scrivere.

Sembra proprio la prima edizione, con la copertina rigida, la foto è quella delle lettere magnetiche che compongono il titolo.

Sembra proprio quella stessa prima edizione che ho a casa, autografata due volte da Roddy Doyle (perché alla fine sì: l’ho incontrato davvero, Roddy Doyle).

Gli do gli spiccioli piccoli, tutti quelli che ho. Quelli grandi no, perché ci devo stare attento, al budget giornaliero.

Gli dico che è un gran bel libro, lui risponde che sì, è vero, e gli dico di prendersi cura di sé.

Poi mi allontano, e arrivo alla fine del ponte. E mi metto a piangere.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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