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Musicisti d’Irlanda: preferisce l’arpa al violino – racconto di Monica Gazzetta

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Musicisti d’Irlanda: preferisce l’arpa al violino è il nuovo racconto di Monica Gazzetta per ItalishMagazine.

Musicisti d’Irlanda: preferisce l’arpa al violino

Monica Gazzetta

Tra i due, preferiva l’arpa.

Certo, il violino era amato e molta gente si fermava ad ascoltarlo. Quando lo suonava, assumeva le sembianze di un vecchio dai corti e folti capelli bianchi. Anche la barba bianca. Usava indossare un vecchio borsalino marrone scuro, un paio di guanti in lana senza la parte delle dita, un semplice maglione, un paio di pantaloni, vecchie scarpe nere che una volta erano eleganti ma che ora erano consumate e con una parte della suola destra rovinata (sulla punta), un lungo cappotto nero. I maglioni cambiavano sempre, il resto no.

Con i suoi occhi azzurri segnati dal tempo ormai passato, fissava per pochi secondi i passanti: chi si fermava, chi procedeva dritto, fissava tutti. Inviava a tutti lo stesso messaggio, non importava l’età, il sesso, la religione, la classe sociale; il messaggio era sempre lo stesso: andate dove vi porta il vostro vento, a vele spiegate, nel rispetto degli altri, ma andate. Scassinate la vostra gabbia quando il padrone non c’è, uscite dalla finestra e volate! Cazzo!

Solo una volta una ragazza gli aveva detto che il suono del suo violino era la voce del vento. Morta, l’umanità era quasi senza speranza.
Preferiva comunque l’arpa. Quando la suonava per le strade ed i paesaggi d’Irlanda, assumeva l’aspetto di una donna. Era sempre la stessa donna con gli occhi sognati, che guardavano altrove, in un altro mondo. Cambiava la lunghezza dei capelli e l’età: ventenne dai capelli lunghi, quarantenne o sessantenne dai capelli a caschetto. Era sempre lei e nessuno se ne era mai accorto.

Tutto cambiava quando suonava l’arpa, perché quando suonava l’arpa, lo faceva per risvegliare vecchie storie. La sua arpa aveva il potere di addormentare le persone, farle ridere o piangere. Era l’arpa del Dagda. Lui gliela aveva lasciata prima di decidere di provare a diventare completamente umano, prima di cercare di rinascere, prima di perdersi, come molti, nell’oblio della reincarnazione.

“Per sicurezza” gli disse “tu sei più saggio di me. Non hai mai avuto ripensamenti o dubbi sulla tua natura. Con te, lei continuerà a vivere; con me, potrebbe svanire e diventare un semplice strumento musicale senza un’anima se non quella del suo possessore.”

Lui aveva accettato e gli aveva promesso che quell’arpa avrebbe continuato a vivere. Mantenne la promessa. Ogni volta che la suonava, la lasciava libera di raccontare storie di battaglie, feste, amori, abbandoni e magia, soprattutto magia.

Se il violino era la voce del vento, l’arpa era il ricordo vivo del tempo e lo era per pochi. Insisteva, continuava e non mollava; ogni volta l’anima di quell’arpa raccontava storie andando a pizzicare, con le sue note, quella quasi ormai estinta memoria ancestrale che, in un angolo buio dell’anima delle persone, chiede di essere riconosciuta e nutrita. Lo vedeva succedere. Quel qualcosa iniziava lentamente a vibrare dopo un lungo tempo e riaffioravano immagini e storie: impolverate e sfocate, lottavano per avere il qui ed ora, lottavano per l’esserci. Vedeva gli occhi delle persone fissare il mondo a metà, una parte nel presente e l’altra chissà dove. Vedeva i loro occhi cercare, invano, di essere nello stesso tempo. Vedeva che loro vedevano.

Certo, era più semplice così. Le persone vivono per lo più nel passato, il presente non viene mai considerato ed il futuro è un qualcosa di incerto che ruota attorno a qualche comune punto fisso: lavoro, famiglia, casa, forse qualche avventura o qualche viaggio; ma il tutto termina lì. Era più semplice risvegliare il passato che farli volare nel futuro.

Rimane il fatto che preferiva l’arpa al violino. Per la precisione, quella particolare arpa: l’arpa del Dagda, ormai la sua arpa dal nome segreto da non nominare mai e dall’anima propria.

Dedicato ai musicisti d’Irlanda

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