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MO’R e l’ultimo ritorno

Dublino, 8 agosto.

Se continua così le probabilità che assumano il tipo sono tante quante quelle che i miei libri diventino dei best-seller. No, peggio: tante quante quelle che io mi metta a scrivere di lepricauni simpatici e pentole d’oro.
Devo dare atto al tipo che ha una gran costanza e un livello di faccia tosta che io, che lo conosco da una vita, non gli avrei mai immaginato addosso.

Io qui ci sarei per scrivere un libro, invece. Il rischio è che alla fine concluda quanto il tipo, ma tant’è.
Bando alle tristezze e parliamo di Dublino che, malgrado tutto, malgrado quel che accadrà (o che non accadrà) è comunque la nostra città, quantomeno, d’adozione.

Dublino è un posto diverso dal resto dell’Irlanda, su questo non c’è dubbio, e può anche non piacerti.

Ma per me, che la vedo con un occhio speciale, è una città in cui vivrei da subito. E ormai li conosco i difetti, ormai le conosco le miserie. Ma, diciamoci la verità: io non sono da atollo polinesiano, non voglio smettere di pensare al male che ci circonda o forse, più banalmente, non posso fare a meno della tanto bistrattata, a volte anche da me, (in)civiltà occidentale. Come dire: non ho una prospettiva non Europea della fuga. E Dublino è la città reale che per me rappresenta quanto possa avvicinarsi alla mia città ideale.

Anche con i suoi mendicanti.
Anche con le pazze in scarponcini verdi fosforescenti e carrello rotolantesi dietro assurdità.
Anche con gli ubriachi.

Del resto non cerco un posto perfetto. Del resto non cerco una città perfetta. Per le Aran, per viverci, manca ancora un po’ di tempo.

Sono queste le cose che non vanno in cartolina, ma anche queste cose fanno Dublino.
La bellezza e l’orrore sono ovunque. Il problema si pone rispetto alla sintonia tra te e il luogo in cui vivi. Se, nel luogo in cui vivi, non riesci a vedere qualcosa di bello almeno una volta al giorno, significa che quello non è il posto in cui vivi: è soltanto il posto in cui abiti.

Sono tornato qui da due giorni e, come ogni volta, Dublino non mi tradisce. Qui riesco perfettamente a vedere il bello, nelle facce dei ragazzini che spaventano per la loro serietà: come se sapessero già tutto quel che verrà dopo.
Nelle facce di pietra degli anziani.
Nei volti quasi alieni di certe ragazze. E, perché no, nel gigantesco leprecauno, probabilmente rumeno, che quando si toglie la maschera sembra Attila.

Qui sorrido, e qui i sorrisi gratis per strada non me li hanno lesinati, come al solito.
Per questo dovrei proprio rimanere: perché è qui che vedo le cose giuste. I miei occhiali sono fatti per vedere bene qui

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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