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MO’R e la boxe

Dublino, 9 agosto.

Oggi è stata la giornata di Katie Taylor. La ragazza pugile di Bray ha vinto la medaglia d’oro nei Pesi Leggeri alle Olimpiadi. Il Paese era a sbirciare nei pub per vedere come andava. La febbre per la ragazza di Bray che picchia duro ha colpito un po’ tutti: dai server di RTÉ, andati in tilt durante la semifinale trasmessa in streaming a causa dei troppi accessi, a una scuola del Donegal che le ha cantato gli auguri in Irlandese, a, pensa te, Roddy Doyle, che ha dedicato due delle sue strisce su Facebook alla (si può dire?) pugilessa.

Per il momento quella della Taylor è l’unica medaglia d’oro irlandese e qui ne vanno molto fieri.

Katie era anche portabandiera e, beh, probabilmente se lo sentiva che le cose sarebbero andate per il verso giusto: erano tutti molto confident a tal proposito, senza paura di gufarsi contro: ho visto un pub con un cartello che recitava:

stasera musica tradizionale dopo che Katie avrà vinto l’oro.

Sinceramente lo sport è un argomento che bazzico poco, e così mi fermo qui. Emozionante, comunque, sentire l’urlo e il sollievo di Dublino quando è stato dichiarato l’esito dell’incontro.

Di certo, comunque, la boxe è uno di quegli elementi che “fanno” l’Irlanda: se non avete mai visto The Boxer, o non lo vedete da un bel po’, questa potrebbe essere l’occasione giusta, sull’onda del successo della ragazza di Bray.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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