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Metti Joyce e Beckett. A Bruges. Anzi: In Bruges

Il più importante testo della letteratura irlandese (europea?) contemporanea, Ulysses, non è stato scritto in Irlanda. Il più importante autore teatrale irlandese (europeo?) non ha scritto quasi niente in Irlanda e, a scanso di equivoci, si è messo pure a scrivere in Francese e Tedesco, per prendere meglio le distanze. James Joyce e Samuel Beckett sono ormai morti e sepolti: da un bel po’, e, naturalmente, non in Irlanda. Non mi risulta che Beckett o Joyce siano mai stati in Belgio. Tantomeno in Bruges.


Ma la scrittura ha le sue vie misteriose, se ne infischia dei vivi e dei morti e tutto le è concesso. Così, alla fine, “in Bruges” Joyce e Beckett ci sono arrivati: ce li ha portati Martin McDonagh, un altro irlandese che proprio irlandese non è.

Il risultato?

Un bagno di sangue.

Quando vedi un cult lo riconosci. Quando vedi Blade Runner lo capisci subito, che è un cult. Quando vedi Donnie Darko lo capisci subito che è un cult. Quando vedi In Bruges lo capisci immediatamente, quasi ancora prima che inizi: è sufficiente la battuta di Ray [Colin Farrell] in voice over:

 

I didn’t even know where Bruges fucking was.

It’s in Belgium.

 

Già, lo dice Ray. E lo dici anche tu, che a Bruges ci vai dopo aver visto il film, e che al massimo, a malapena, sai almeno che sì, effettivamente Bruges è in Belgio…

E così a Bruges ci finisci perché la scrittura irlandese è scrittura del territorio, sul territorio (del mio territorio. Ma questa è un’altra storia). Non quella di Beckett, certo, che dei luoghi se ne infischia, anzi, peggio: li distrugge; ma quella di Martin McDonagh sì, così come quella di Joyce. E se Bruges è in Belgio, chi se ne frega. Perché una delle peculiarità attorno a cui gira In Bruges è proprio la sua irlandesità da maschio irlandese all’estero, citando un titolo di Joseph O’Connor, non il disprezzo di Joyce e Beckett. Perché Joyce e Beckett non sono tipi che vanno in vacanza. Non fanno turismo, Joyce e Beckett: loro viaggiano. Infatti Beckett e Joyce non vanno a Bruges in vacanza: ce li deporta McDonagh, facendoli scendere dal treno come Ebrei a Auschwitz. La stazione prima di Bruges si chiama Beernem. Ma nessuno lo sa. Beckett e Joyce passano di lì, per arrivare a Bruges. Ray e Ken [Brendan Gleeson] passano di lì. Sto dicendo che Ray e Ken sono Beckett e Joyce? Sì. No. Forse. E non dimentichiamoci di Harry [Ralph Fiennes]…

Dopo aver visto In Bruges cinque o sei volte, e dopo essere ormai completamente, da tempo, annegato nelle sabbie mobili della letteratura, e della cultura, irlandese, mi è sembrato di cogliere una serie di possibili interconnessioni tra McDonagh e i due Grandi Vecchi.

La domanda di partenza è, appunto: Ray e Ken sono Beckett e Joyce?

Beckett e Joyce In BrugesLa risposta di partenza è: nì.

Un cult, dicevo: le battute fulminanti, gli attori perfetti per il ruolo, la città… da cartolina, che è in realtà uno dei personaggi, rendono In Bruges un cult. Un’idea nata per caso, stando a quanto dice lo sceneggiatore e regista Martin McDonagh, metà, con John Michael (sceneggiatore e regista di un altro film che sta diventando un cult: The Guard), del duo di fratelli che si è visto appioppare epiteti come McTarantino o fratelli Cohen d’Irlanda: era a Bruges e si annoiava. Allora ha pensato a due killer, che si annoiano, a Bruges. E due killer non possono proprio avere un motivo per stare a Bruges (un omicidio su commissione a Bruges? It is a bit over-elaborated…).

Secondo me il buon Martin non ce la racconta giusta: altrimenti non sarei qui a scrivere. Altrimenti In Bruges non sarebbe diventato un cult. Ma perché proprio Bruges? Perché è un ottimo specchio di Dublino, un’altra città bersagliata dai Vichinghi, un’altra città con un ‘vicino’ scomodo (non gli Inglesi, questa volta, ma i Francesi), un’altra città che non puoi attraversare senza incrociare almeno un pub (anche se a Bruges non si chiamano così, forse).

Quattro Irlandesi In Bruges. O In Dublin?

Così, in questa falsa Dublino (del resto Martin McDonagh è specialista di luoghi reinventati a suo proprio uso e consumo: le Isole Aran e il Connemara del suo teatro hanno subito la stessa sorte) McDonagh ambienta una storia di triplice redenzione, scrivendola, e girandola, con gli strumenti culturali e immaginifici di chi ha visto tanto, tanto Tarantino (non ce li vedete Ken e il Jules Winnfield [Samuel L. Jackson] di Pulp Fiction seduti davanti a due Duvel a discutere dei rispettivi codici d’onore e di Royale With Cheese all’ombra del Belfort?) ma ha letto, ebbene sì, Beckett e Joyce. E torniamo così ai Grandi Vecchi…

A proposito di Joyce si cita sempre l’adagio secondo cui, se Dublino fosse stata distrutta, la si sarebbe potuta ricostruire partendo dall’Ulisse. Volontariamente o meno, coscientemente o meno, ho l’impressione che McDonagh abbia cercato di imitare Joyce con In Bruges, scegliendo una città… più piccola. Più facile.

Solo che non può fare a meno di due marionette dublinesi: Ray e Ken. Dublinesi al quadrato, visti gli attori scelti!

Ray e Ken sono i pupazzi, i role-player di un’operazione per la quale, se Bruges venisse distrutta, Bruges potrebbe essere ricostruita a partire da… In Bruges. Quale Bruges? Quella da cartolina, quella dei depliant turistici (andate sul sito del turismo delle Fiandre e scoprirete chi ha scritto in realtà le battute messe in bocca a Ken…), delle notizie storiche che servono solo a farti sapere di cose che sono già successe (It’s all just a load of stuff that’s already happened: con questa battuta di Ray non siamo poi così lontani dal Dedalus che dice: history is a nightmare from which I am trying to awake e per Ray, del resto, tutta la sua esperienza in Bruges è, dichiaratamente, un incubo). Quindi, io credo, Ray e Ken sono il Dedalus e il Bloom cavie di un sedicente Irlandese (sia Martin sia il fratello John Michael sono nati a Londra, non in Irlanda) che gioca a fare il Joyce di Bruges.

In BrugesProviamo a giocare questo gioco, allora. Dedalus è a Dublino e cerca di immaginarsi l’amore della madre dell’allievo Sargent per suo figlio [Ulisse, 2, Nestore]. Ray, fuggito da Londra dopo avere ucciso the little boy, deve, – meglio: dovrà prima o poi – fare i conti con l’amore della madre del bambino che ha ucciso: questo è il fardello che lo accompagna nel labirinto-Bruges. Ken invece è un Bloom che ha perso irrimediabilmente la sua Molly e costituisce per Ray una, per quanto inadeguata, figura paterna così come Bloom lo è per Dedalus. Come Bloom e Dedalus in Ulisse [Ulisse, 15, Circe] hanno a che fare con prostitute e rimangono coinvolti in una rissa in una sequenza allucinatoria, così Ken e Harry, sotto l’effetto di cocaina e extasy, finiscono a parlare della grande guerra tra bianchi e neri (bianchi e neri, come i pezzi di una scacchiera che ci rimanda a…) attaccando il povero Jimmy [Jordan Prentice] a colpi di karate. E, se l’Ulisse (escluso il monologo di Molly) si conclude con Dedalus che rimane solo nella notte e Bloom che torna a casa [Ulisse, 17, Itaca], Anche Ray rimane solo con i propri demoni nella fredda notte di Bruges, mentre Ken torna a casa, finalmente, dalla sua Molly, accompagnato dalle note della struggente Raglan Road, scritta da un Irlandese di quelli che, una volta tanto, non ha abbandonato la sua terra: Patrick Kavanagh.

Titoli di coda.

Ma ero partito dal presupposto che, forse, Ray e Ken sono Beckett e Joyce, non Dedalus e Bloom.

E che non dovevo dimenticarmi di Harry. Se Ray e Ken sono allora, insieme, il Joyce deportato a Bruges da McDonagh, un Joyce doppio perché figlio abbandonato (James fu a un certo punto, con le sue borse di studio, l’unica fonte di reddito di una famiglia alla deriva grazie soprattutto al padre alcolizzato) tanto quanto padre inadeguato (visto che la lezione di avere un padre alcolizzato gli servì solo a diventarlo pure lui: chiedete a Lucia, la figlia di James e Nora, che cosa ne pensava, del padre.

Ma potete chiederle anche che cosa ne pensava di Beckett, visto che per un po’ sono usciti insieme. Poi hanno smesso, però. Perché? Perché lei è impazzita. Chi la prese in cura? Jung. Quando si dice che era un mondo adulto…), Harry è il Beckett deportato a Bruges da McDonagh. E l’esca utilizzata da McDonagh è di quelle succulente: un bambino morto, anzi peggio, ammazzato. Un bambino che ci ricorda Rudy, il figlio di Bloom, certo, ma che, soprattutto, è necessario a McDonagh per inchiodare anche Harry, e Beckett, in Bruges.

Harry è colui che ci mente e che contemporaneamente ci dice la verità a proposito dell’atto compiuto da Ray: è un vendicatore cieco dei sani principi, lui che non ha alcun principio se non quello di somministrare la sua stessa legge, che però viene travolto dal fatto che la vita, l’esistenza, non ha, con Beckett, alcun senso. Il Beckett che, alla luce dell’assunto: Did you ever wish to kill a child? [Pause.] Nip some young doom in the bud (All That Fall – Tutti Quelli Che Cadono: Hai mai avuto voglia di uccidere un bambino? [Pausa.] Stroncare un disastro sul nascere) si risponde, naturalmente, suicidandosi, perché se uccidere un bambino significa stroncare una catastrofe (esistenziale) sul nascere è altrettanto vero che: Everyone is a parent, that is what keeps you from hoping (The Expelled – L’Espulso).

Perché non vi siete forse preoccupati anche voi, dopo la morte di Harry, di quei bambini rimasti a Londra, con una madre che sa benissimo che cosa è e cosa fa suo marito (e quindi cosa possiamo aspettarci da lei?) e una baby-sitter orientale? Non avete pensato anche voi che, anche loro, non potranno fare altro che fallire ancora, fallire meglio [Worstward Ho]?

Quindi: Martin McDonagh porta a Bruges Beckett e Joyce, li imbottiglia dentro una palla di vetro per turisti, per quella resa dei conti (lo shootout: Harry lo dice chiaramente, a Marie [Thekla Reuten], che siamo alla resa dei conti finale: don’t be stupid: this is the shootout) che tra Beckett e Joyce non ci fu mai.

Perché, ancora, è facile immaginarseli seduti in un caffé parigino (e, lì, ve lo garantisco io, rimpiangendo entrambi di non essere in un pub, perché non è la stessa cosa, cazzo) a guardarsi e odiarsi cordialmente (mi viene in mente una frase attribuita a non so quale dei Beatles: credevo di essere Dio. Solo che accanto a me c’erano altri tre che dicevano la stessa cosa), con Sammy a inventarsi il teatro del ventesimo secolo per far vedere a Jimmy che sì, in fondo, almeno in qualcosa, di sicuro sono più bravo di te.
Quella resa dei conti McDonagh la gioca (qui proprio l’Italiano ci sta stretto, perché qui si parla, appunto, di role playing: e da maestri) a Bruges.

Quella resa dei conti in cui è Harry, ovvero Beckett, quello a cui saltano le cervella, perché, nonostante tutto, nonostante le pallottole truccate (quelle dum dum fornite da Yuri, personaggio che è un altro grappolo di briciole lasciatoci da McDonagh sulla strada per l’agnizione di Beckett: – l’attore è Eric Godon: che anche il cognome sia un indizio? – aspetta Harry-Godot insieme a un altro cumulo di inutilità, per giunta mezzo cieco – del resto per Beckett non c’è più niente da vedere – Eirik [Jérémie Rénier]; è incapace di parlare perché il linguaggio non funziona – Alcove è la parola giusta? Si dice dum dum o dam dam?; è un Clov che tiene da parte le armi per Hamm ben sapendo che la battaglia è persa, la partita è finita) con cui Harry-Beckett cerca di fare fuori Ray-Joyce, e, con lui, il significato della vita (che è, nudamente e crudamente, non-significato: solo il protrarsi del peccato originale del nascere), sarà proprio Ray, il bambino cattivo, a sopravvivere alla perdita di senso totale, beckettiana: tra bianchi e neri (tra nani e alti?) sulla scacchiera di McDonagh non c’è un finale di partita che corrisponde a una doppia sconfitta, non c’è il corpo del bambino maciullato sulle rotaie (Ray-bambino ha, certo, una disavventura sul treno, ma non finirà così male come il bambino che è caduto dal vagone sempre in Tutti Quelli Che Cadono) ma la luce della speranza e della redenzione nel bagliore dell’ambulanza e nelle lacrime di Chloe [Clémence Poésy], anche se solo dopo aver attraversato la selva oscura di un Purgatorio (che in fondo è un po’ come tifare per il Tottenham…) che ha nella scenografia della città da cartolina le tinte forti della follia pittorica di Hieronimus Bosch, i suoi volti-maschera che si adattano persino al gusto di Ray: this one’s quite good (e che ancora aleggia sulle nebbiose e cobbled stradine di Bruges, come dimostra Dieter Van der Ougstraete, che nelle sue opere compie un remix degli stilemi Boschiani in chiave postmoderna, contaminandoli con personaggi dei fumetti e tematiche ecologiste).

Ecco tutto. E adesso provate a non vedervi In Bruges, o a non andare a Bruges…

 

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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