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Le recensioni irlandofile di @MaxMaG87: Verdi Ombre, Balena Bianca di Ray Bradbury

Boh, forse questa non è neanche, una recensione. Vediamo cosa ne viene fuori… E partiamo con un bel classico:
a che cosa servono gli scrittori, ammesso che siamo mai serviti a qualcosa, ammesso che possano ancora servire a qualcosa? Perché le cose si sono complicate, e ora ci sono scrittori che non scrivono libri e non-scrittori che scrivono libri. Da qualche parte avevo già parlato di questa cosa dei non scrittori. Perché c’è anche chi si dichiara non-scrittore e se ne vanta. Chi, per esempio? Non lo scrivo. Su questo blog non ce lo voglio, né tag né altro.

Il fatto è che io ho un gran bisogno di scrittori. Me ne sono fatta in qualche modo una ragione dei non-scrittori: sono quelli che, dati in pasto ai clienti giusti (sì, avete letto bene: non ho scritto lettori. Ho scritto clienti) hanno successo perché il cliente pensa:

Ma guarda, scrive proprio quello che scriverei io se mi mettessi a scrivere.

Vedono come te, pensano come te, scrivono come scriveresti te. Tutta roba che a me non serve. La mia testa di lettore funziona esattamente al contrario: sono letteralmente conquistato dagli scrittori che dicono l’ordinario in modo straordinario. Hanno visto quello che vedi tu, ma lo dicono come solo loro sanno dirlo. Sarò retrò, ma mi piace la loro inarrivabilità.

E così torniamo lì, al mattino, a fare colazione con Roddy Doyle perché nessuno dice il tè meglio di lui in The Van. Pagina quarantasei. Sono quasi sicuro che sia a pagina quarantasei. Il tè perfetto. Roddy Doyle fa parte della mia vita (anche perché) ha descritto il tè perfetto.

Mi fa veramente piacere che nella mia classifica speciale degli scrittori che mi fanno compagnia ci sia entrato anche Giampaolo Simi. Perché? Perché è un amico, e un amico di Italish. Ebbene: le avete presenti quelle sagome scure, a forma di uccello, sui lastroni trasparenti ai lati delle autostrade o delle ferrovie? Giampaolo Simi ne parla in Rosa Elettrica. Quella cosa dell’essere salvati dai predatori (e se non si capisce se i predatori qui hanno valenza soggettiva o oggettiva, sappiate che l’ho fatto apposta). Quando vedo quelle sagome scure mi viene in mente Cociss, mi viene in mente Giampaolo. Magari sono io che sono malato, che ne so.

Perché forse è da malati pensare ai cubetti del ghiaccio nel frigo. Tu vai al frigo, vuoi i cubetti di ghiaccio, prendi i cubetti di ghiaccio. E basta. A meno che tu non sia John Banville. O Benjamin Black (no: questa cosa qui l’ha scritta John Banville, io me ne accorgo nei libri di Quirke quando vengono scritti da John Banville e quando, invece, è il suo alter ego Benjamin Black ad impossessarsi della tastiera). Allora prendere i cubetti del ghiaccio dal frigo (riesco quasi a vederlo un mostro degli anni ’50, bombato come il cofano di una Cadillac, color latte) diventa questo:

The squat refrigerator stood in corner murmuring to itself, like a white-clad figure kneeling in rapt prayer. He extracted the crackling ice tray from its compartment and took it to the sink and struggled with it, the pads of his fingers sticking to the plump cubes sunk in their metal chambers. At last he thought of turning the tray over and running the tap on it, and then of course the cubes all fell out at once with clatter and he had to chase them round the bottom of the sink with fingers that by now were turning numb.
[John Banville writing as Benjamin Black, Vengeance, Mantle 2012]

Ecco qua. Sembravano cubetti di ghiaccio e invece è la tua vita, l’unica cosa in cui sei invischiato e rimani invischiato senza possibilità di uscirne. E immaginatevi la mia cucina affollata, Roddy appollaiato sul bollitore e i gemelli, John e Benjamin, che mi guardano quando si accende la luce del frigo con degli occhi, ovviamente, da lemure.

Ma questo post non doveva essere la recensione di Verdi Ombre, Balena Bianca di Ray Bradbury? Vero.

Verdi Ombre, Balena Bianca (Green Shadow, White Whale, 1992) è, insieme a Diario d’Irlanda di Heinrich Böll il più bel libro che io abbia letto scritto sull’Irlanda da un autore non irlandese. E anche Verdi Ombre, Balena Bianca è, di fatto, un diario d’Irlanda: il diario dell’Irlanda di Bradbury mentre è impegnato a scrivere la sceneggiatura di Moby Dick per il mostro sacro (e non…) di origine irlandese John Huston.
Se l’Irlanda di Böll è soprattutto una Irlanda di sensazioni, di colori (e di non colori negli infiniti toni di grigio), quella di Bradbury è un’Irlanda di storie, di facce, di gente da pub. Ecco, ho deciso di smettere di contare le volte che vado in Irlanda, perché sembra non portare bene. Ma Bradbury mi ha accompagnato, e continuerà ad accompagnarmi, mentre anche io cerco di capire, cerco di farmi una ragione del perché l’Irlanda e gli Irlandesi (gli Irlandesi!) siano così speciali per me, siano così simili a come credo di essere. Esiste ancora l’Irlanda di Bradbury? Forse si sarà rarefatta, saranno cambiate le percentuali. Ma sì: fortunatamente, nonostante tutto, l’Irlanda è ancora là, un’Irlanda di filosofi senza filosofia, di cattolici pagani, di facce come pietre sorridenti.

Se amate l’Irlanda e non cercate una guida turistica, ma una grammatica Braille per decifrare le facce che incontrerete. O meglio: per non decifrarle affatto. Ecco a che cosa vi servirà il libro di Bradbury.

Qua sotto alcune pillole del libro, giusto per darvi l’impressione che, se amate l’Irlanda, proprio non potete non leggerlo.

Rallenta
<<Siamo rimasti in pochi>>. Aspettai un momento e risposi: <<L’ho sentito dire da uno di quei mendicanti. Che cosa significa?>> John osservò tutte quelle figure laggiù nell’ombra e sorseggiò il suo whiskey.
<<Una volta pensavo che significasse che avevano combattuto nei Moti e che erano rimasti in pochi a far parte dell’IRA. E invece no. Forse vuol dire che in un mondo più ricco, il popolo dei mendicanti sta scomparendo. Ma nemmeno questo. Così, forse, vuol dire che non sono rimasti molti “esseri umani” che guardano, vedono, e capiscono perché ci sia qualcuno che chiede e qualcun altro che dà. Tutti sono indaffarati, corrono, saltano, non c’è il tempo di studiarsi a vicenda. Ma suppongo che siano sciocchezze, stupidaggini, romanticume e sentimento>>.

Che cosa sono gli Irlandesi
<<Ebbene, hai già risolto il problema degli Irlandesi?>>, chiese Finn.
<<Sono un cruciverba senza numeri>>, risposi (…)
<<Siamo proprio così>>, disse Finn con orgoglio. (…) <<Qui non c’è nessuno che sappia chi è, ma non vorremmo nemmeno saperlo>>.

Verde? Verde!
Guardai dal ponte del traghetto per Dún Laoghaire e vidi l’Irlanda. Era verde. Non di quel verde che siamo abituati a vedere di solito, ma di tutte le sfumature e variazioni. Perfino le ombre erano verdi e la luce che giocava sulla banchina di Dún Laoghaire e sui visi degli ispettori della dogana. Sbarcai nel verde, un giovanotto americano poco più che trentenne, sofferente di due depressioni ben distinte e che si portava appresso una macchina da scrivere e ben poco altro.
Notando la luce, l’erba, le colline, le ombre, esclamai: <<Verde! Proprio come nei manifesti delle agenzie di viaggio. L’Irlanda è veramente verde. Dannazione! Verde!>>. Fulmini! Tuoni! Il sole si nascose. Il verde svanì. Ombre di pioggia velarono il vasto cielo. Perplesso, sentii il mio sorriso decomporsi.
Un grigio e aggressivo funzionario doganale mi fece un cenno. <<Da questa parte! Ispezione doganale!>>. <<Dov’è andato?>>, esclamai.
<<Il verde! Era qui! Adesso è…>>. <<Il verde, dice?>>. L’ispettore fissò l’orologio. <<Arriverà quando esce il sole!>>, rispose.
<<E cioè quando?>>. Il vecchio sfogliò un indice doganale. <<Be’, nei maledetti opuscoli del governo non c’è niente che dimostri quando, dove o se in Irlanda uscirà il sole!>>. Indicò con il naso. <<Laggiù c’è una chiesa… può chiedere lì!>>. <<Rimarrò qui sei mesi. Magari…>>.
<<Vedrà di nuovo il sole e il verde? È probabile. Ma nel ’28 ci sono stati duecento giorni di pioggia. È stato l’anno in cui abbiamo allevato più funghi che figli>>.
<<È un dato storico?>>.
<<No, è una diceria. Ma in Irlanda non serve altro: uno sente dire, l’altro riferisce e così si va avanti! È tutto qui il suo bagaglio?>>.

 

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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