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La Terza Vita: Antonino Emanuele Valere intervista Max O’Rover

Per il secondo anno di seguito mi sono trovato a lavorare con Antonino Emanuele Valere. Per il secondo anno di seguito sono molto contento di come sia andato il suo lavoro di editing e, per il secondo anno di seguito, non abbiamo litigato… 

EV – Ciao Max. Eccoci di nuovo qui, più o meno un anno dopo, aspettando San Patrizio… La prima cosa che mi viene in mente di chiederti è cos’è cambiato in quest’ultimo anno. Cos’è cambiato, voglio dire, nella tua scrittura? È diverso il tuo modo di camminare dentro le storie, di parlare con i personaggi?

Ciao Emanuele! E grazie per esserti prestato di nuovo a questo rito… L’anno a cavallo tra 2017 e 2018 è stato molto complesso (vivere a cavallo di due Paesi non è comunque facile), ma a quanto pare la primavera sta portando delle belle cose… Cose irlandesi… Quanto alla scrittura, credo di avere acquisito maggiore confidenza. Sto ancora lavorando sul “nuovo” romanzo, ma è solo questione di tempo e anche questa nuova balena bianca sarà stata acchiappata. Ho l’impressione di migliorare, appunto, nello scrivere, e questa naturalmente è una bellissima sensazione.

EV – La terza vita: va bene che gli scrittori hanno questa mania di pensare di poter spostare le sedi dei monti e il corso dei fiumi, di soffiare vita su poveri cristi ignari e quindi, forse, di arrogarsi il diritto di vivere e far vivere più vite di quanto si possa, ma… si tratta di questo? Come mai questo titolo?

Un tema che non avevo più toccato da più di venti anni, quello del concetto di continuità della propria identità (una roba in cui mi ero imbattuto studiando filosofia con Remo Bodei, quando ero giovane e pieno di belle speranze), è tornato a farsi spesso presente nella mia mente da quando prima ho cominciato a voler diventare un’altra persona, poi, in qualche modo, un’altra persona lo sono diventato veramente, cominciando la mia… seconda vita.

Nel caso dei personaggi di questo libro, e in particolare per quanto riguarda uno di questi personaggi, la cesura tra vite diverse, e quindi tra diversi , è ancora più netta e più traumatica. Ci sono degli avvenimenti (a volte ne sei vittima, a volte ne sei carnefice, a volte ne sei spettatore impotente) dopo i quali sei un altro te stesso. Ecco, il libro è – anche – a proposito di questo.

EV – L’Irlanda. L’Italia. Questi tuoi viaggi da, a, tra. E viceversa. Perché scrivi dell’Isola di Smeraldo? Perché, tutto sommato, l’Italia resta sempre? Perché – buon Dio, quante volte ne abbiamo parlato… – la differenza tra maiuscola e minuscola nel sostantivo casa fa, scusa il gioco di parole, differenza?

Questa è una domanda che mi sono sentito rivolgere da degli irlandesi veri. Perché io alla fine, irlandese vero non posso essere (certo, c’è un racconto di Roddy che si intitola Irlandese al 57%, ma questa è un’altra storia…). Io non lo so come era il libro di storia delle elementari negli anni Settanta a Kilbarrack. Non ho ricordi irlandesi prima del 1999.

Devo scrivere di Irlanda (questa, per me, è una necessità), ma voglio scriverne nella maniera più onesta possibile. Per questo uso (o almeno ho usato fino a ora) come sponda l’Italia. Lo sto facendo anche con il nuovo romanzo, quel Il Salvatore di Farfalle di cui tu sai già qualcosa e che, chissà, magari ti toccherà leggere.

EV – Un bambino con due nomi. Lo sappiamo dalla sinossi, lo evinciamo – palese – leggendo il libro, lo ritroviamo, come monito o riflessione, nei ringraziamenti. Ruota per davvero tutto lì?

Sì.

Ruota tutto attorno all’identità negata. Credo di essere (di nuovo) onesto abbastanza da comprendere che, per me che sono voluto diventare un altro, ci possano essere milioni di persone che vorrebbero rimanere se stesse, nella loro identità culturale.

EV – La terza vita è un libro ATE e tu, attualmente, non sei più soltanto un autore Antonio Tombolini Editore. Ecco, qual è il tuo rapporto con la tua (direi nostra, ma la scena non è mia) casa editrice? Che margini di crescita, che mission e che percorsi caratterizzano questa realtà editoriale?

Vero: adesso per ATE mi occupo anche di comunicazione. La mia schizofrenia continua: posso sentire Max O’Rover che non sarà mai abbastanza contento di quanto Massimiliano Roveri parlerà di La terza vita #LTV sui social… Scherzi a parte: la visione di Antonio Tombolini che sta alla base di questo suo progetto è profonda. Fare parte di questo progetto che appunto vuole una editoria diversa (più responsabile, la definirei. E a me la parola responsabile piace un sacco…), è interessantissimo.

Avere poi questa schizofrenia, credo, mi aiuta a comprendere meglio le dinamiche tra le parti (l’editore, gli autori, l’audience), e credo che questo sia un bellissimo vantaggio, che sia qualcosa che mi permette di fare meglio questo lavoro.

EV – Contaminazione. Scrivere in italiano un libro che ha un come e un’anima, forse anche un ritmo, non tipicamente italiani. Scrivere da italiano che ha scelto di vivere (e scrivere) altrove. La terza vita, proprio come un anno fa Il giorno che incontrammo Roddy Doyle (ah, leggete anche quello, non ve ne pentirete!), uscirà per la collana Oceania di Antonio Tombolini Editore.
LTV è per te un autentico Oceania? Lo è con il senso, lo spirito e tutti i sacramenti che il direttore editoriale, Michele Marziani, ha voluto imprimere alla collana?

Sì. E questo senza nulla togliere a nessuno dei libri dei colleghi, naturalmente. Si tratta di letteratura migrante. NON di letteratura migrata. La più bella critica che ho ricevuto a IGCIRD è una critica negativa: mi è stato detto che il libro era stato tradotto male dall’inglese. Questa critica negativa era il trionfo della mia visione: rendere il ritmo e la voce di personaggi divisi tra paesi, lingue, vite diverse.

Non mi sono messo a studiare il Farsi, ma mi sono documentato, e ne ho ascoltato un po’. Lo dovevo ad Ahmad.

EV – La domanda (banale?) che per chiudere non posso esimermi dal farti: qual è la vita – no, non per forza una terza – che ti aspetti possa vivere questo tuo nuovo romanzo?

LTV deve mettere dubbi. E lasciare l’amore (qualunque esso sia, per chiunque) come unica certezza.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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