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Killarney: bisogno di tempo

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Aveva solo bisogno di un po’ di tempo per se stessa. Dall’angolo del pub dell’hotel che aveva scelto per bersi la sua prima pinta a Killarney, poteva osservare tutto e tutti.Alla sua destra, eleganti irlandesi festeggiavano quello che ai suoi occhi poteva essere un qualsiasi evento: matrimonio, cresima, compleanno, poco importava.

Erano felici. Davanti a lei, in fondo al pub, una partita di freccette trasformava il volto dei giocatori in serie facce concentrate. Si immaginava le loro menti effettuare rapidi e precisi calcoli, per poi comunicarli con precisione al braccio destro.

E poi l’entrata del pub, il bancone con le sue infinite birre alla spina e alla sua sinistra, uno spazio riservato: un’altra sfida a freccette era in atto.

Anelli dorati, pinte a mezz’aria, sorrisi, applausi, altre pinte, freccette, discussioni, risate, concentrazione, il numero 87 in una maglietta verde, il rumore della cassa che si apre e si chiude, una bandiera del rugby con un trifoglio bianco, una tristezza mascherata e poi il vento.

Il vento della sera che si levava dal lago e che con prepotenza andava a bussare alle porte e alle finestre di ogni casa, hotel e B&B di Killarney.

Non importava quanto fosse chiassoso quel pub quella sera, lei lo sentiva. Non si spiegava come, ma quel vento d’altri tempi aveva trovato il modo di raggiungerla in quell’angolo del pub. Le si era incollato alla schiena e non voleva lasciarla. Le strisciava addosso e le comunicava di volerla condurre in un qualche luogo; voleva guidarla, voleva farle vivere un qualcosa che le facesse ricordare perché fosse qui, in Irlanda.

Non era per il lavoro, non era per i soldi, non era per l’inglese, non era per scappare da qualcosa o da qualcuno… era per quello che scorreva nelle vene di questa terra. Era la sua storia segreta, era quello che gli alberi sussurravano all’orecchio di chi riesce ad ascoltare, erano le chiavi di porte pronte per essere aperte, erano le visioni di tempi dimenticati ed incontaminati dalla storia.

Doveva andare al Ross Castle.

La Ross Rd attraversa una parte del Killarney National Park, non è quindi una novità vedere cervi passeggiare tranquilli; ma lei non lo sapeva. Così, mentre tranquillamente percorreva la strada che l’avrebbe condotta al castello, voltò la testa verso destra ed “urlò” per lo spavento. Era solo un cervo; ma si spaventarono a vicenda ed entrambi iniziarono a correre in due direzioni opposte.

Era vero? Aveva paura del suo punto di origine? Uno sguardo pulito la terrorizzava?

In quel momento sì, perché in quel momento aveva lasciato che “la vita di ogni giorno” la consumasse e prendesse possesso di lei. Si stava lentamente allontanando da quello che era. Allora si fermò. Tornò indietro… lentamente. Non lo sapeva ma anche il cervo stava tornando indietro… lentamente. Gli sguardi si incrociarono nuovamente e questa volta nessuno si spaventò. Dopo un tempo incalcolabile lei lo salutò a bassa voce e chiese scusa per prima. Il cervo continuava a fissarla, con un po’ di risentimento; poi lei continuò per la sua strada.

Mentre saliva la scala a chiocciola dai minuscoli scalini del castello, ascoltava la guida turistica del Ross Castle raccontare la sua storia: castello medioevale, battaglie, strategie di guerra, stile di vita dell’epoca; ma non le interessava molto.
Rimaneva in ascolto, in attesa di udire una seconda voce, una storia bisbigliata da una delle prime pietre ancora esistenti e facenti parte del castello. Non udì nulla.

Finito il tour, uscì e si sedette a contemplare il lago. Con gli occhi lucidi iniziò a pensare che aveva perso. Non sentiva più nulla. Era morta dentro e l’Irlanda non rispondeva.

“Sparì nel nulla in quel lago.” Eccolo il bisbiglio.

“Era rimasto intrappolato e decise di saltare nel lago con il suo cavallo.” Sorrise con gli occhi pieni di lacrime, era riuscita a riconnettersi.

A volte, quello che realmente sei e quello che ami, vengono ignorati e lasciati in un angolo, da soli, a spegnersi. Ma quella volta, l’Irlanda era tornata a farsi sentire e l’aveva perdonata.

Ora che aveva riacquistato la vista, non era forse O’Donoghue in sella al suo bianco cavallo, quello che dal lago si stava levando ed andava a fondersi con l’arcobaleno?

Sorrise ed alzò una mano in segno di saluto al proprietario del castello e all’arcobaleno e si riavviò verso il centro città. Il vento le suggeriva che c’era una pietra che chiedeva la sua attenzione vicino alla St. Mary’s Cathedral: l’Ogham Stone.

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