JOYCE DA GUSTARE

Joyce da gustare

Non si mangia solo per fame e non si legge soltanto per dovere; cibo e letteratura rappresentano lo specchio di un’epoca sono mediatori delle dinamiche sociali culturali ed economiche di ogni tempo. Dai banchetti simposiali dei testi greci al pane e vino della tradizione eucaristica dai ricettari medievali alle opere contemporanee l’unione delle due arti diventa memoria storica e piacere tramandato.

Sarebbe bello perdersi nei sentieri dove intelletto e palato si incontrano anche solo per protrarre le ore liete che tale discutere procura. Tuttavia portando l’attenzione all’Irlanda ed in particolare all’Ulisse di Joyce pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1922 vien da sé ricordare Dublino attraverso gli occhi e l’appetito di Leopold Bloom. Un uomo comune privo di particolari qualità che all’alba del 16 giugno 1904 un giovedì si aggirava per le strade di Dublino accompagnato dall’insistente richiamo del cibo.

“Mr Leopold Bloom mangiava con gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la stessa minestra di rigaglie gozzi piccanti un cuore ripieno arrosto fette di fegato impanate e fritte uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica”.

Il racconto è suddiviso in tre parti corrispondenti allo schema dell’Odissea omerica e si svolge nell’arco di una giornata. Le digressioni gastronomiche attraversano tutto il romanzo in particolare nei tre episodi dove il cibo diventa pretesto ed interprete simbolico degli aspetti umani.

In “Calipso” Bloom pensa a cosa preparare per la colazione della moglie Molly che indugia sotto le coperte scegliendo per lei fette di pane imburrate accompagnate dal tè ma “…i rognoni erano nel suo pensiero mentre si muoveva quietamente per la cucina” così dopo aver versato il latte per la gatta rimanda la colazione ed esce dal civico 7 di Eccles Street. Viene travolto dall’odore del pane dello zenzero della birra e dei biscotti finché arriva alla macelleria Dlugacz di Dorset Street dove si affretta a comprare l’ultimo rognone rimasto anticipando di poco la domestica dei vicini. Qui vede penzolare collane di “sanguinacci bianchi e neri” tipici della colazione irlandese.

Singolare la contrapposizione tra Stephen Dedalus che non mangia nulla per tutta la narrazione e i Bloom dove anche la gatta si sazia. Persino le comparse minori lasciano intendere pasti consumati e analogie tra cibo e personalità (“know me come eat with me” le scelte alimentari della “crème de la crème” e “l’eremita con un piatto di legumi”).

Durante la passeggiata Bloom si ferma di fronte al negozio di dolciumi osservandone gli avventori:

“Bastoncino candito all’ananas pralina al limone caramella dura. Una ragazza inzuccherata e appiccicosa che spalettava cucchiaiate di creme per il fratello cristiano”.

La Graham Lemon’s Company aprì la “The Confectioners Hall” al 49 Lower di O’Connel Street nel 1842 e sebbene non esista più al piano superiore è ancora presente l’insegna originale.

Bloom prosegue poi verso la National Library e nei pressi del ristorante Harrison’s dove incontra una sua vecchia fiamma Josie Breen la sua attenzione è di nuovo trascinata via dagli odori delle bettole:

“Caldo vapore di brodo di testina di vitello e odore di rotoli fumanti di sfoglia ripieni di marmellata fuoriuscirono da Harrison’s. […] Frammenti di sfoglia sul rinforzo del vestito: crosta di farina zuccherata attaccata alla guancia. Torta al rabarbaro con ripieno generoso interno ricco di frutta”.

Decide di pranzare al Burton ma alla vista di uomini ingordi e volgari esce nauseato e si reca al Byrne:

“Duke Street. Eccoci qua. Devo mangiare. Il Burton. Poi starò meglio. […] La puzza fece presa sul suo respiro tremante: odore pungente di sugo di carne brodaglia di verdure. Guarda come mangiano gli animali. […] Fetore di uomini. Gli venne il voltastomaco. Segatura mista a sputo fumo di sigaretta dolciastro e bello caldo tanfo di cicche birra versata piscio birroso di maschio olezzo stantio fermentante. Non potrei mangiarci neanche un boccone qui dentro. […] Entrò nel Davy Byrne’s. Pub serio. Lui non chiacchiera. Ogni tanto offre un drink. […] Fammi pensare. Prenderò un bicchiere di Borgogna e… fammi pensare. […] Un sandwich al formaggio allora. Gorgonzola ce l’ha?”

Tra i vari piatti compare il tipico stufato irlandese e mentre Bloom osserva i barattoli di cibarie esposti sugli scaffali del locale degusta il famoso panino al gorgonzola ancora oggi presente nel menu del Davy Byrne’s e conforme alla ricetta originale. Proprio in occasione del centenario il pub ha aggiunto anche la versione contemporanea: gorgonzola fritto con pere al Borgogna (a parer di chi scrive è una delizia che supera di gran lunga il panino di Mr Bloom).

Nulla è valso a placare l’appetito di Leopold che alle cinque del pomeriggio mangia di nuovo con un amico all’Ormond; fegato fritto con purea e pasticcio di carne e rognone. “…Cotolette di filetto e zampa di bove e lombo e collo di castrato e frattaglie di vitello…” compaiono anche nei dialoghi interiori di Molly che ripensa alla sua vita la notte in cui Leopold e Stephen discutono in soggiorno. Non viene tralasciato nemmeno l’elenco delle pietanze consumate da un condannato a morte nell’episodio “Il Ciclope”.

L’utilizzo letterario del cibo lo ritroviamo anche nel precedente Dedalus del 1914 dove il legame tra il protagonista e la sua famiglia così come la conquista dell’età adulta è simbolicamente accordato da tacchini arrosto budini mandorle sbucciate e vino in quantità. Lo stesso vale per Gente di Dublino in particolare nell’episodio “I morti” dove le portate sono lo specchio dello stato d’animo di Gabriel invitato dalle signorine Morkan alla cena del ballo annuale:

“… a capo del tavolo giaceva un’oca grassa e rosolata un bel prosciutto scotennato e cosparso di pangrattato […] accanto al quale era deposto un tocco di manzo arrosto alle spezie. Fra questi capisaldi correvano due file parallele di contorni […] dolciumi birra frutta cioccolatini […]”.

Trovo che la cucina irlandese sia ottima non tanto nella varietà delle pietanze quanto piuttosto nella genuinità e nella qualità dei prodotti alimentari specialmente quelli freschi. È caratterizzata principalmente dall’utilizzo di prodotti locali agricoli e d’allevamento latticini grasso animale patate carne di montone galline manzo pesci uova e dolci. Come quasi tutte le tradizioni nordiche predilige proteine ed alimenti che confortano il palato come stufati e prodotti da forno sia dolci che salati. Per chi volesse cimentarsi in ricerche “gastroletterarie” e noterà che molte ricette sono ancora in uso nelle famiglie di oggi seppur con piccole modifiche si consiglia il volume di Alison Armstrong “The Joyce of cooking” un ricettario interamente dedicato all’opera di Joyce e “Le osterie di Dublino” di Andrea Maia.

Per chi invece volesse ripercorrere la passeggiata di Leopold Bloom come in quel giovedì del 1916 consiglio di seguire le targhe commemorative poste sopra ad ogni tappa disponibili anche in rete; sarebbe perfetto per festeggiare il Bloomsday! La Sweny’s pharmacy dove Leopold compra per Molly la saponetta al limone esiste ancora anche se ora è un circolo letterario. Inoltre i luoghi dublinesi legati al romanzo sono moltissimi e vale la pena ricordare il National Museum l’edificio della Bank of Ireland e il St. Stephens’ Garden. Immancabile costeggiare il Liffey e l’O’Connell’s Bridge. Purtroppo il civico 7 di Eccles street la casa di Bloom nel romanzo è stata abbattuta per una ristrutturazione negli anni sessanta.

In ogni caso il modo migliore per assaporare l’Ulisse è andare a Dublino e gustare lo spirito della sua gente.

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