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John Banville: tè, Guinness e whiskey secondo un grande scrittore irlandese

John Banville, ormai lo sapete, sarà ospite (con Catherine Dunne e Marco Vichi) del prossimo San Patrizio Livorno Festival: #SPLF 2019. Come già sapete, la sede del #SPLF è l’Ex-Cinema Aurora.

John Banville: scrittore irlandese, scrittore dei sensi

Un luogo che, la prima volta che ne ho parlato a Banville, ho definito:

esattamente a metà strada tra un centro sociale e un Irish Pub.

Per il sottoscritto l’Ex-Cinema Aurora è un porto sicuro quando non sono a Casa.

È, dalla metà che tende al centro sociale, un luogo di incontro (e scontro, magari) politico e di diffusione culturale (musica soprattutto; ma anche teatro, storia e, naturalmente, letteratura); è, dalla metà che tende all’Irish Pub, un luogo in cui potresti sentir parlare di come gli irlandesi strapparono un bel pareggio all’impero britannico, di ubriacature che portano a tamponamenti tra ciclisti, di come in un Irish Pub in Italia ci si torni perché chi torna dall’Isola Verde malato di Mal d’Irlanda ha bisogno di un luogo in cui confrontare le proprie esperienze irlandesi con quelle di qualche “collega”.

Perché sì, a me viene spesso in mente una scena del tipo:

Ciao sono Max, anche io sono un Irlandese Dentro.

Scherzi a parte (ma non sto scherzando affatto, perché l’Irlanda la dipendenza la dà davvero): l’Ex-Cinema Aurora ha, dell’Irish Pub, gli ingredienti fondamentali: la Guinness e il Whiskey.

Sì, l’Irish Whiskey: quello con una “e” in più. Non manca il tè, l’altra bevanda che caratterizza l’Irlanda (un rapporto stretto, quello irlandese tra Guinness e tè. O almeno io lo vedo stretto, questo rapporto, come ho scritto qui).

Di queste tre bevande, e, scrivendone, della loro importanza nella costruzione di una identità irlandese e nel racconto di essa, il “nostro” John Banville ha scritto meravigliosamente.

Di tè irlandese tra letteratura e musica avevo già scritto qui; e qui di birre irlandesi.

Ma in questo post, appunto, mi piaceva raccogliere le citazioni tratte proprio da John Banville a proposito di tè, birra, whiskey.

La scrittura di Banville è superbamente attenta alla descrizione.

Da scrittore sopraffino Banville è esperto di quell’arte secondo cui i nostri occhi, le nostre orecchie, le nostre bocche vengono rapiti e infilati in un casco da realtà virtuale. Quel tipo di casco da realtà virtuale che i grandi scrittori hanno inventato molto, molto prima de Il Tagliaerbe e Oculus Rift.

Non mi resta da fare altro che, in questa realtà virtuale, levare il bicchiere, la pinta, la tazza con voi.

La Guinness di Banville (un sorso d’Irlanda)

Questo passo è tratto da Birchwood (non tradotto in italiano), 1973:

Quella pozione scura e amara, promessa di una gaiezza selvaggia e sfrontata, mi sembrò, e ancora mi sembra, il sapore stesso del Paese, di questa piccola vecchia terra.

Come non essere d’accordo sul fatto che bere una Guinness è bere un sorso d’Irlanda!?

Qualche parola in più su Birchwood

Narrato con una prosa densa di lirismo, Birchwood è la storia del declino di una eccentrica famiglia aristocratica e dei suoi oscuri segreti.

Birchwood, la casa di una grande proprietà irlandese, è ormai, per i suoi abitanti in rovina, un manicomio barocco. Disastro segue a disastro fino a quando il giovane Gabriel Godkin fugge per aggregarsi a un circo itinerante (quello del circo è un tema ricorrente in Banville) e andare in cerca della sua sorella gemella, scomparsa da lungo tempo. Presto scoprirà che la carestia e il disordine regnano ovunque e tutta l’Irlanda è rovinata come la sua famiglia.

Il whiskey di Banville (un sorso di sacro)

La doppia anima del whiskey. Prima un bellissimo passo da Elegy for April / Congetture su April (2010. Il secondo dei libri della serie dedicata all’anatomo-patologo Quirke, scritti da Banville sotto lo pseudonimo di Benjamin Black):

C’è qualcosa di speciale, pensava, nel modo in cui la luce si raccoglie all’interno di una bottiglia di whiskey, nel modo in cui brilla lì dentro, fulva e densa, come non accade da nessun’altra parte; qualcosa di quasi sacramentale.

In questo passo da Ancient Light / Una Educazione Amorosa, il lato oscuro e tentatore della bevanda che invece G.B. Shaw aveva definito sole liquido:

il cupo, amaro odore di whiskey; come possono apparire strani gli oggetti nelle case degli altri.

Qualche parola in più su Congetture su AprilUna Educazione Amorosa

Congetture su April

Irlanda, Anni Cinquanta. Mentre una densa nebbia ammanta Dublino, una giovane donna swmbra essere scomparsa: Phoebe Griffin, ancora ostaggio degli orrori del suo stesso passato, non riesce ad avere notizie della sua amica April; Quirke, appena uscito da un istituto per disintossicarsi, responde alla richiesta d’aiuto  della figlia. Ma quando Phoebe, Quirke e l’Ispettore Hackett cominciano a parlare con chi conosceva April, cominciano a realizzare che, dietro alla discrezione e segretezza della giovane donna, potrebbe nascondersi molto di più. Mentre Quirke è distratto dai suoi propositi di sobrietà da una bellissima, giovane attrice, Phoebe è impotente di fronte alla reticenza della famiglia di April, terrorizzata dal potenziale scandalo, e dall’assottigliarsi di possibili spiegazioni, se non quella che non riesce ad affrontare. Quando Quirke fa una orribile scoperta, sarà finalmente in grado di sbrogliare l’intrigo di amore, bugie, gelosia e oscuri segreti che circondavano April.

Una Educazione Amorosa

C’è differenza tra memoria e invenzione? È questa la domanda che tormenta Alexander Cleave (personaggio protagonista anche di Eclisse e che compare in L’Invenzione del Passato) mentre medita sul suo primo, e forse, unico, amore: il rapporto tra lui, adolescente, e la madre del suo migliore amico. Quando la sua carriera, ormai finita, d’attore, improvvisamente riprende a causa di un ruolo da protagonista di un film: un uomo che potrebbe non essere chi dice di essere, l’attrice con cui lavora – giovane, famosa e fragile – gli fornisce l’opportunità di vedere con chiarezza per la prima volta la differenza tra le cose che ha fatto e quelle che ricorda.

Il tè di Banville

Bevanda certo più umile e, almeno letterariamente, meno importante delle precedenti, al tè Banville dedica in Ghost / Isola con Fantasmi questo passo che è un capolavoro di per sé:

Tè. Parliamo di tè. Per me prendere il tè è un piacere rituale e solitario. Preferisco un Darjeeling di qualità superiore; c’era una società mercantile a Parigi, ricordo – come si chiamavano? – che faceva una miscela superba, di cui era disposta a cedere un’oncia o due in cambio di un lakh di rupie. Altrimenti un Keemun particolarmente buono è accettabile, in caso di necessità.

Poi c’è la questione della tazza: persino la peggiore brodaglia amara di Licht avrà una parvenza quasi decente se servita, diciamo, in un’antica Royal Doulton zigrinata, verdazzurra con il bordo dorato. Amo la porcellana, ne amo l’idea stessa, mi viene voglia di prenderla, tazza e piattino e tutto, infilarla in bocca e romperla masticandola tra i denti, come una meringa.

Il tè sa di altre vite.

Qualche parola in più su Isola con Fantasmi

In questo brillante e inquietante romanzo John Banville crea un indimenticabile amalgama di incanto e minaccia, con suggestioni da La Tempesta e dal suo stesso The Book of Evidence / La Spiegazione dei Fatti. “Un romanzo lirico e surreale da uno dei maestri di stile in lingua inglese.” (Boston Globe).

John Banville, e l’Irlanda, a Livorno nel 2019

E quindi, se vi è venuta voglia di un tè, un whiskey o una Guinness particolarmente sapidi, non vi resta da fare altro che aspettare il San Patrizio Livorno Festival, 2019. Sarete centomila volte benvenuti.

 

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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