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L’imprevedibilità della natura: ruolo e significato delle Naturbestimmungen nella Irische Frage – Simone Farinella

L’imprevedibilità della natura: ruolo e significato delle Naturbestimmungen nella Irische Frage

Intervento di Simone Farinella al San Patrizio Livorno Festival 2018.

Introduzione

Gli scritti ed i frammenti, sussumibili sotto il denominatore comune Irische Frage, rappresentano una serie disorganica d’indagini socio-economiche, elaborate per lo più nell’arco temporale 1867-1870, con cui Marx ed Engels tentarono di comprendere le cause della miseria materiale del popolo irlandese, in particolare a partire dalla seconda metà del XIX secolo.

Il carattere non sistematico di queste produzioni potrebbe indurre ad una lettura non attenta e sbrigativa di alcuni documenti che riflettono, in realtà, un’applicazione rigorosa di assunti fondamentali del metodo d’indagine marxista. A questo riguardo risultano esplicative le indicazioni metodologiche contenute nella Einleitung dei Grundrisse (1857): per comprendere processi economici complessi è necessario applicare un metodo d’indagine che riesca, partendo dalla definizione di una serie di determinazioni astratte ed elementari, a cogliere un intero che sia un concreto caratterizzabile come “die Zusammenfassung vieler Bestimmungen, also Einheit des Mannigfaltigen” [1] K. Marx, Grundirisse der Kritik der politischen Ökonomie, Dietz Verlag, Berlin 1971, p. 21].

Il metodo dell’economia politica conduce, stufenweise, alla riproduzione nel pensiero, che mai significa in-formazione del reale da parte del medesimo, dei processi di produzione imperanti e delle logiche di potere ad essi soggiacenti. L’analisi ha il compito di fissare sia gli aspetti astratti e concreti di un intero sistema produzione, come a. e. quello capitalistico, sia le caratteristiche di porzioni particolari del medesimo, come per esempio l’economia nazionale di un Paese, che magari, nel corso di una determinata congiuntura storico-economica, può assumere un ruolo di primaria importanza nel panorama politico internazionale.

Per Marx ed Engels questa funzione di primaria importanza all’interno dei rapporti politici internazionali fu assunta dall’Irlanda al volgere degli sessanta dell’800, ossia da un Paese oppresso che se prontamente sostenuto e mobilitato poteva causare uno squilibrio nell’economia britannica e, visto il ruolo storico-mondiale assunto dall’Inghilterra nel XIX secolo, nel sistema di produzione capitalistico in generale.

Parafrasando liberamente le battute conclusive della Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, si può dire che l’emancipazione del popolo irlandese poteva essere favorita dall’elaborazione di una teoria filosofica in grado di mostrare sia le ragioni storiche di una condizione di servitù secolare, sia il significato politico di un movimento indipendentista nazionale nel contesto internazionale della lotta di classe. Ed è proprio questa coscienza di popolo e di classe, presupposto irrinunciabile di ogni praxis rivoluzionaria e politica, che Marx ed Engels cercarono di tratteggiare nei loro scritti sulla Irische Frage, dove a partire dall’analisi delle determinazioni più astratte, ossia delle determinazioni naturali (Naturbestimmtheiten) dell’Irlanda – quali il clima, la composizione chimica dei terreni, la struttura genotipica della popolazione ecc. –, fu offerto un quadro complessivo della situazione irlandese e dei possibili sviluppi politico-economici in essa annidati.

A questo punto si potrebbe facilmente obiettare che l’elaborazione di un quadro complessivo, di un tutto che sia unità del molteplice, può verificarsi soltanto all’interno di un’opera sistematicamente concepita, imperniata cioè su un’idea che sussuma sotto di sé tutte le manifestazioni fenomeniche particolari, e non in una serie disorganica di testi come quelli costitutivi la Irische Frage, che presentano sì delle rilevanti applicazioni del metodo dell’economia politica, ma che peccano proprio di una volontà sistematica particolare e sono spesso abbandonati allo stadio di frammento.

In realtà, al di là dell’apparente disorganicità di queste indagini, si cela un disegno preciso ed una volontà analitica chiara, che consente di capire chiaramente quale valore e significato Marx ed Engels attribuissero alla mobilitazione materiale e spirituale del proletariato irlandese.

L’operazione di ricostruire, a partire da una molteplicità di elementi dati, una visione d’insieme, in grado di restituire l’idea generale di un autore o, come nel nostro caso, di due autori, è un procedimento che si giustifica a partire dal contenuto stesso delle fonti prese in esame: la coerenza tematica e la contiguità analitica fanno sì che si crei ordine là dove sussiste un’apparente disordine senza per questo operare una qualche forzatura arbitraria.

Secondo questo procedimento analitico, che consiste semplicemente nel far parlare il testo da sé, riducendo al minimo l’apporto di chi conferisce unità ad una collezione disarticolata di fattori, è possibile leggere la Irische Frage come un corpo testuale coeso e non come una molteplicità disomogenea.

Pertanto, dire che queste produzioni di Marx ed Engels sono un’applicazione sistematica del metodo dell’economia politica, finalizzata alla formazione di una coscienza inter-nazionale nel popolo irlandese, non rappresenta un’operazione a posteriori, frutto del lavoro di un isolato storico della filosofia, ma una chiave di lettura che traspare chiaramente da uno studio scientificamente serio dei testi in questione.

Sulla base di queste osservazioni, si procederà ad una ricostruzione concettuale di quanto introdotto in queste note preliminari.

L’uso dell’espressione “ricostruzione concettuale” non è casuale; riflette semplicemente un assunto metodologico applicato in questo scritto: per conferire unitarietà ad un discorso formalmente – non contenutisticamente – disarticolato, si effettuerà una ricomposizione tematico-concettuale, e non cronologica in senso stretto, delle argomentazioni di Marx e di Engels, anticipando, là dove necessario, osservazioni cronologicamente posteriori, ma concettualmente anteriori, e posticipando, là dove richiesto, spunti temporalmente anteriori, ma tematicamente posteriori.

È per questo motivo, non per altro, che i testi di Marx del 1867 saranno posticipati rispetto alla Geschichte Irlands di Engels del 1870, che offre una descrizione delle determinazioni immediate dell’Irisches Volk, ossia di quelle determinazioni semplici che devono essere preliminarmente fissate dal filosofo della storia per elaborare una teoria che sia un tutto concreto (ein konkretes Ganze). Le analisi di Marx del 1867, alle quali è da aggiungere la lettera inviata a Meyer e Vogt nell’aprile del 1870, consentiranno, in seguito, d’inserire lo scritto engelsiano all’interno di un’analisi dettagliata della situazione politico-economica irlandese e della sua funzione negli equilibri politici internazionali della seconda metà del XIX secolo.

1. Significato e ruolo delle Naturbestimmungen irlandesi nella Geschichte Irlands di Engels

Nella battute iniziali della sua Philosophie des subjektiven Geistes (Enzyklopädie 1830), Hegel offre una descrizione delle determinazioni che costituiscono la naturalità immediata e la base antropologica dei diversi popoli mondiali. La posizione geografica e le condizioni climatico-ambientali rappresentano quei principi naturali immediati attraverso i quali Hegel fissa le differenze razziali, ed in seguito nazionali, sussistenti fra i diversi “spiriti naturali particolari”[2 G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Filosofia dello spirito, a cura di Alberto Bosi, Utet, Torino 2005, p. 123].

Fare una storia naturale degli uomini, così come Hegel tenta di realizzare nelle Zusätze dei §§393-394 dell’Enzyklopädie e nelle Vorlesung über die Philosophie der Geschichte, significa fissare

“il carattere nazionale, la costituzione fisica, il modo di vita, l’occupazione, come i particolari orientamenti dell’intelligenza e della volontà delle nazioni”

[3 Ibidem, p. 130.]

Le caratteristiche antropologiche di ogni spirito locale-nazionale sono poi conservate all’interno delle spiritualità determinate dei singoli popoli: la naturalità non si annulla nello sviluppo spirituale delle differenti comunità nazionali, ma costituisce un elemento dell’esserci determinato delle nazioni, che attuano certe possibilità etico-storiche anche in virtù delle proprie disposizioni naturali immediate. L’antropologia, in quanto scienza naturale degli uomini, è un presupposto della filosofia della storia universale (die Philosophie der Weltgeschichte), il cui oggetto specifico è la rivelazione mondana o la manifestazione storica dell’Idea della libertà.

La naturalità o la prima natura è conservata e superata ad un tempo dalla e nell’eticità determinata di un popolo, che si struttura come quella seconda natura (zweite Natur) capace d’informare l’agire libero e politico umano. La natura è sia un presupposto sia un che di posto dallo spirito, che risulta essere così il principio ordinatore – il che non implica una subordinazione degli elementi costitutivi di una totalità organica al medesimo, ma una conservazione delle parti in quanto momenti in sé sviluppati ed in quanto articolazioni contenute nell’idealità semplice del concetto – di ciò che logicamente lo precede.

Se si vuole davvero comprendere la storia materiale e lo sviluppo spirituale di una nazione, allora le prime categorie a cadere sotto lo sguardo indagatore del filosofo della storia devono essere quelle relative alle condizioni geografiche ed ambientali di un’area specifica del globo terrestre, che consentono d’appurare sia le basi reali di sostentamento sia le attitudini naturali, in seguito superate e conservate in quelle spirituali, di un popolo. In perfetta continuità con quest’assunto di matrice hegeliana, che trova una sua interessante riformulazione nella Einleitung marxiana ai Grundrisse [4 Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 197, p. 38:«Il punto di partenza è dato naturalmente dalla determinatezza naturale (Naturbestimmtheit); soggettivamente ed oggettivamente. Tribù, razze ecc.».], si pone la Geschichte Irlands di Engels, che prende le sue mosse proprio dalla definizione delle condizioni naturali presenti in Irlanda e della naturalità immediata del popolo irlandese (le determinazioni più semplici ed astratte).

Prima di definire le caratteristiche degli irlandesi, che positivisticamente parlando possono risultare da certe condizioni empiricamente riscontrabili nell’ambiente naturale da essi abitato, Engels descrive la conformazione geo-fisica dell’Irlanda. Quest’isola si trova nell’Europa nord-occidentale e, geograficamente parlando, è sovrastata per tre quarti della sua estensione dall’Inghilterra, che

“la cinge da nord, est e sud-est completamente e le lascia libera visuale soltanto in direzione della Spagna, dalla Francia nord-occidentale e dell’America”

[5 Questa citazione è una traduzione dal testo originale di Engels. Cfr. F. Engels, Die Geschichte Irelands, in Karl Marx-Friedrich Engels Werke Bd. 16., Dietz Verlag, Berlin 1971, p. 461:«[…] sie (England) umfasst Irland von Nord, Ost und Sudöst her vollständig und läßt ihm nur in der Richtung nach Spanien, Westfrankreich und Amerika freien Ausblick».].

Già i confini naturali irlandesi suggeriscono quella che per Engels, e poi anche per Marx, costituirà una costante della storia irlandese: il modo in cui l’Inghilterra cinge geographisch l’Irlanda riflette la volontà di fagocitare e di assimilare a sé politicamente un’isola che presenta condizioni ambientali ottimali per la produzione di beni di consumo non facilmente reperibili su suolo britannico.

Nello specifico: che cosa desiderano gli inglesi dai loro vicini irlandesi?
La fertilità dei loro terreni.

Le precipitazioni atmosferiche hanno un’incidenza significativa ed allo stesso tempo non determinante sulla produttività del suolo irlandese: in Inghilterra ed in Irlanda cade in media annua la stessa quantità d’acqua; la differenza qualitativa fra i terreni di queste due isole risiede nella loro specifica conformazione geologica. Il suolo irlandese, povero di carbon fossile (per di più di bassa qualità), è particolarmente indicato per la coltivazione di cereali e per l’allevamento di bestiame; il suolo britannico al contrario, risulta ricco di carbon fossile e meno adatto all’agricoltura ed all’allevamento.

Le due isole necessitano vicendevolmente di quelle materie prime che costituiscono la ricchezza del proprio confinante. Il processo di integrazione reciproca fra queste due economie nazionali, però, ha assunto nel corso dei secoli delle dinamiche assolutamente unilaterali: l’Inghilterra ha imposto il proprio dominio politico-militare sull’Irlanda, procurandosi, a seconda delle circostanze e delle necessità particolari, le materie prime di cui aveva bisogno.

Fino al 1846 l’Irlanda è stata il fondo agricolo inglese pour exellence, producendo quasi esclusivamente grano (Korn) e patate (Kartoffeln); dal 1846 in poi l’isola è stata adibita a pascolo della corona britannica, fatto questo che ha provocato gravissime ripercussioni socio-economiche su una popolazione stremata dalla carestia delle patate (An Gorta Mór, The Great Famine) del 1845-46.

In un appunto estremamente significativo, Engels sintetizza questi processi economici affermando che

“gli elementi naturali diventano oggetto di controversie (Streitpunkten) fra Inghilterra ed Irlanda”

6 Cfr. F. Engels, Die Geschichte Irelands, cit., p. 481:«Man sieht, selbst Naturtatsachen werden zwischen England und Irland zu nationalen Streitpunkten».].

A causa di queste jahrundertealte Streitpunkten, le condizioni in cui versano cinque milioni d’irlandesi sono per il filosofo di Barmen:

“uno schiaffo in faccia a tutte le leggi dell’economia politica”

[7  Cfr. Ibid., p. 481:«[…] die funf Milionen Irläander schlagen durch ihre bloße Existenz allen Gesetzen der politischen Ökonomie ins Gesicht […]»].

 

leggi che goffamente tentano di camuffare le dinamiche reali di sfruttamento alle quali è sottoposta la nazione irlandese nella sua globalità.

Astraendo ora da alcune considerazioni statistiche, con le quali Engels rafforza le proprie argomentazioni, e tralasciando volutamente alcune osservazioni sulla cultura nazionale irlandese, si può dire che i nuclei tematici appena discussi rappresentano il cuore del discorso engelsiano, non a torto definibile come una ‘storia naturale’ dell’Irlanda.

Ovviamente il dato storico traspare già in questo scritto inconcluso; ma è altrettanto vero che le astratte determinazioni naturali sono l’oggetto privilegiato, se non quasi esclusivo, di questa trattazione. Per rafforzare ulteriormente questa nostra lettura sarà sviluppata, nelle battute finali di questo capitolo, una breve riflessione su quelle che Engels addita come le anthropologische Bestimmungen del popolo irlandese. Nonostante il secolare assoggettamento dell’Irlanda all’Inghilterra, che ha prodotto una condizione di miseria materiale diffusa fra la popolazione, gli irlandesi non hanno perso la propria spontaneità ed unicità. Osserva Engels al riguardo:

“Il clima [irlandese], come gli abitanti, ha un carattere più acuto, [che] si dispiega in contraddizioni più aspre ed improvvise. Il cielo è come il volto di una donna irlandese: pioggia e sprazzi di luce si susseguono inaspettati e senza preavviso. Non vi è alcuno spazio per il grigio piattume inglese”

[8 Cfr. F. Engels, Die Geschichte Irelands, cit., p. 475:«Das Wetter, wie die Bewohner, hat einen akuteren Charakter, es bewegt sich in schärferen, unvermittelteren Gegensätzen; der Himmel ist wie ein irisches Frauengesicht, Regen und Sonnenschein folgen sich auch da plötzlich und unerwartet, aber für die graue englische Langweile».].

La naturale freschezza del carattere irlandese, irriducibile alla mediocrità inglese, getta un germe d’imprevedibilità nell’animo di un popolo che, seppur economicamente e politicamente oppresso, non ha perso la capacità di meravigliarsi di fronte alle vicissitudini, spesso contraddittorie ed inconciliabili, dell’esistenza umana.

È proprio questo carattere, se indirizzato al raggiungimento di uno scopo politico ad un tempo universale e particolare, che può far comparire sulla scena politica internazionale un popolo dalle catene radicali, capace, sempre che assuma come propria guida la filosofia, di operare una frattura nel modo di produzione capitalistico.

Far sì che il gallo canti in Irlanda – l’incipit di una nuova tragedia storico-mondiale – e che il proletariato irlandese esprima le potenzialità insite nella sua natura, è ciò che Marx – non Engels, che conferisce un taglio ‘naturalistico’ alle sue analisi – delinea teoricamente nei suoi scritti e che cerca d’attuare concretamente tramite l’attività politico-rivoluzionaria dell’Internazionale.

Vedere quali caratteristiche possegga la proposta marxiana e in che cosa si differenzi dalla Geschichte Irlands di Engels, è ciò che mostreremo nel prossimo capitolo.

2. Fenianismo e rivoluzione

Per integrare le analisi di ‘storia naturale’ condotte da Engels nel suo scritto del 1870, è necessario prendere ora in esame alcuni testi marxiani, condensati nel triennio 1867-1870 ed incentrati sull’elucidazione delle complesse dinamiche economico-politiche irlandesi.

Oggetti della nostra discussione saranno il rapporto sulla Irische Frage, tenuto da Marx nel 1867 a Londra, la settima sezione, capitolo ventitreesimo, del Capitale (1867) e una lettera del 1870 inviata a Siegfried Meyer ed August Vogt.

Nell’analisi di questi documenti sarà applicato un ragionevole principio d’economia: non verrà fornita una fedele e puntuale ricostruzione delle analisi storico-economiche in essi contenute, ma verranno isolati quegli elementi significativi dell’analisi marxiana che possono integrare, là dove essa risulta lacunosa, la Geschichte Irlands di Engels.

Il perché di certi fenomeni da noi precedentemente incontrati nel testo engelsiano, quali il soggiogamento inglese dell’Irlanda per fini materiali (agricoltura ed allevamento), sarà esplicato mediante le analisi marxiane, che hanno il merito di sviscerare le complesse dinamiche storico-economiche verificatesi su suolo irlandese.

Analogamente sarà possibile comprendere il significato assunto dalla Irische Frage all’interno dello scenario della lotta di classe ottocentesca, in accordo, naturalmente, con la lettura che ne dà Marx nei suoi scritti.

Partendo con ordine e seguendo il filo dell’argomentazione marxiana, si mostreranno quelle che per il nostro autore sono le ragioni reali dell’asservimento irlandese all’Inghilterra.

Il fatto che l’Irlanda sia stata prima il granaio e poi il pascolo dell’impero britannico non è per il filosofo di Treviri un qualcosa di casuale, frutto di contingenze storiche, ma riflette una precisa logica politico-economica applicata dalla Gran Bretagna a scapito del suo vicino irlandese. Come si evince dal Vortrag marxiano del 1867, la necessità di sfruttare la fertilità agricola del suolo irlandese è stata la costante dei rapporti fra i due Paesi fino al 1846; a partire dal 1846, invece, la forma dello sfruttamento britannico, a causa di ragioni specifiche, che saranno a breve oggetto d’approfondimento, ha assunto una forma differente, ascrivibile alla tipologia dello sfruttamento dei pascoli.

La condizione irlandese di fondo agricolo britannico è stata realizzata e mantenuta fino al 1846 grazie alla messa in atto di due misure economico-politiche precise:

  1. lo stroncamento sistematico del processo d’industrializzazione dell’isola, che ha permesso di mantenere l’economia del Paese a base prevalentemente agricola;
  2. l’introduzione nel 1815 delle Corn laws, che ha sfavorito l’importazione estera di grano in Inghilterra ed ha reso l’Irlanda un rilevante fornitore cerealicolo della Corona, almeno fino al 1846.

[9 Cfr. K. Marx, Entwurf eines Vortrages zur irischen Frage, gehalten im Deutschen Bildungsverein für Arbeiter in London am 16. Dezember 1867, in Karl Marx-Friedrich Engels Werke, Bd. 16., Dietz Verlag, Berlin 1971, p. 448:«Nello stesso anno [1698] il Parlamento inglese gravò con una tassa esosa l’importazione di prodotti irlandesi in Inghilterra ed in Galles e proibì completamente la loro esportazione verso altri Paesi. L’Inghilterra annientò le manifatture dell’Irlanda, svuotò le sue città e ricacciò la popolazione nelle campagne». Cfr. anche K. Marx, Ibidem, p. 452:«Le leggi sul grano in Inghilterra dettero il monopolio – fino ad un certo grado – per l’esportazione del grano irlandese in Inghilterra. L’esportazione media di cereali ammontò nei primi tre anni successivi all’introduzione delle leggi circa 300000 qrs.».].

In concomitanza con la carestia delle patate del 1845-46, il governo britannico revocò le Corn Laws, potendo così importare cereali a prezzi inferiori da altri Paesi europei/extraeuropei e slegando l’Irlanda dal suo ruolo “privilegiato” di partner cerealicolo dell’Impero.

A questo cambiamento della politica economica britannica seguì una altrettanto radicale trasformazione economica in Irlanda: la progressiva conversione delle terre arate in pascoli fu favorita dalla soppressione graduale delle piccola proprietà terriera e dallo spopolamento sistematico dei terreni agricoli – un fenomeno questo che contribuì decisamente alla formazione di un proletariato rurale urbano. La Verwandlung di un sistema economico-produttivo prevalentemente agricolo come quello irlandese in uno d’allevamento fu favorita, inoltre, dalla Great Famine e da un fenomeno ad essa strettamente collegato: l’immigrazione degli irlandesi in America. Il costante flusso migratorio in uscita, la riduzione apparente della sovrappopolazione assoluta e le manovre economiche sopracitate costituirono quegli elementi che per Marx determinarono la nuova forma di dominio inglese sul popolo irlandese.

Sempre nel Capitale, precisamente nella settima sezione, Marx fornisce un approfondimento delle questioni appena trattate.

Ciò che caratterizza e differenzia quest’analisi da quella precedente è la capacità di cogliere nella soppressione della piccola proprietà, nello sgombero dei terreni agricoli e nei flussi migratori verso l’America una grande potenzialità politico-rivoluzionaria per l’Irlanda.

Andando con ordine e rispettando le analisi di Marx, vedremo dapprima il significato economico di questi processi e poi il significato politico da essi assunti all’interno del movimento operaio internazionale.

Con “soppressione della piccola proprietà” s’intende la conversione di una parte dei terreni agricoli irlandesi a pascoli; con “sgombero dei terreni agricoli” s’intende la sistematica demolizione delle capanne dei contadini situate sui campi di lavoro; con “formazione di un proletario rurale urbano” s’intende l’affluire – conseguenza dello sgombero, conseguenza della conversione – di una grande massa contadina nei centri urbani.

Le condizioni di vita di questa massa rurale urbana era delle più disastrose: la mancanza in Irlanda di un settore secondario, in grado di assorbire quest’eccedenza di manodopera nelle fila della classe operaia, determinò un movimento a ritroso verso le campagne, che ebbe come conseguenza immediata l’istituzione di rapporti di lavoro asimmetrici e favorevoli ai grandi padroni fondiari.

La precarietà e l’irregolarità del lavoro, derivante dallo stato di cose appena descritto, aggravarono la miseria materiale del proletariato rurale irlandese: la sovrappopolazione relativa, con la conseguente pressione esercitata dalla massa lavorativa non occupata o saltuariamente occupata su quella impiegata nei processi di produzione, diede origine ad una compressione dei salari, causa questa della perdita di potere d’acquisto da parte della popolazione.

Ad un aumento dei salari di circa il 20% nel ventennio successivo alla Great Famine seguì un aumento dei beni di prima necessità quasi del 200%, come nel caso delle patate, o del 100%, come nel caso del cavolo[10] Cfr. K. Marx, Entwurf eines Vortrages zur irischen Frage, gehalten im Deutschen Bildungsverein für Arbeiter in London am 16. Dezember 1867, cit., p. 457:« Il salario non è salito più del 20% dalla carestia delle patate. Il prezzo delle patate è aumentato quasi del 200%; in media la crescita dei prezzi dei beni di prima necessità, come il cavolo, è del 100%».

L’unica apparente via d’uscita da questa situazione economica critica fu l’immigrazione: quasi due milioni d’irlandesi, spinti dalla mancanza di lavoro e dalla speranza in condizioni di vita migliori, attraversarono l’oceano per trovare fortuna negli Stati Uniti d’America.

Se sotto certi aspetti questo processo – conversione, sgombero, formazione del proletariato rurale urbano e immigrazione – facilitò l’adeguazione dell’Irlanda alle necessità materiali inglesi (da campo arato ad allevamento), sotto altre circostanze questo fenomeno fu considerato da Marx come l’occasione rivoluzionaria pour exellence del popolo irlandese.

Citando adesso il Capitale, si può dire che “l’irlandese eliminato dalle pecore e dai buoi risorge al di là dell’oceano, come feniano”[11 K. Marx, Il Capitale, a cura di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 776.].

Questa rinascita politica dell’irlandese in suolo americano assunse una forma non paragonabile alle altre tipologie di mobilitazione politica avutesi precedentemente in Irlanda.

Al contrario dei movimenti nazionalisti d’ispirazione cattolico-borghese, il fenianismo era un movimento politico irlandese di carattere socialista stanziato negli Stati Uniti, che mirava al raggiungimento dell’indipendenza dell’Irlanda tramite una rivoluzione armata.

Supportare questo movimento d’oltreoceano, mobilitando al contempo il proletario irlandese, era per Marx l’obiettivo primario dell’Internazionale comunista e lo scopo precipuo della lotta di classe internazionale. Come si evince chiaramente dalla lettera inviata a Meyer e a Vogt del 1870, era opinione del filosofo di Treviri che il raggiungimento dell’indipendenza irlandese avrebbe scatenato una serie di reazioni a catena in Inghilterra, culminanti con un possibile crollo del capitalismo britannico e, di conseguenza, del capitalismo mondiale.

Alla rivoluzione agraria, conseguenza logica di una ipotetica rivoluzione in Irlanda, sarebbe seguito un irreversibile danneggiamento della leadership dei landlord inglesi in patria; al riassorbimento in patria di una parte del proletariato irlandese stanziato in Inghilterra, sarebbe seguito un contraccolpo durissimo per la borghesia britannica, che non sarebbe stata più in grado di sfruttare a suo favore la concorrenza fra operai irlandesi ed inglesi.

In altre parole, dalla possibilità di un’emancipazione nazionale dell’Irlanda dipendeva la possibilità di un’emancipazione sociale del proletariato inglese, il che significava, visto il ruolo ricoperto dall’Inghilterra nello scenario politico del tempo, la possibilità di un rovesciamento effettivo di un interno sistema economico-sociale.

Quello che poteva essere considerato un obiettivo particolare, in realtà, se letto nelle complesse dinamiche della lotta di classe ottocentesca, poteva diventare il preambolo di un processo inter-nazionale di disgregazione di un modo di produzione storicamente determinato.

La possibilità reale dell’emancipazione irlandese era inoltre legata ad un presupposto specifico, apparentemente trascurabile, che abbiamo precedentemente introdotto discutendo la Geschichte Irlands di Engels: era il carattere “più passionale ed incline alla rivoluzione”[12 K. Marx, Epistolario, a cura di , Editori Riuniti, Roma 1975, p. 720.] degli irlandesi a poter favorire un rovesciamento di certi rapporti di produzione nazionali ed internazionali.

La determinatezza immediata del carattere, che secondo le belle parole di Engels rifletteva l’imprevedibile bellezza naturale dell’Irlanda, se congiunta ad un’azione teorica e pratica di supporto internazionale, capace cioè d’infiammare filosoficamente e passionalmente un intero popolo, poteva essere un effettivo punto a favore dell’emancipazione nazionale irlandese e, più in generale, dell’emancipazione mondiale del proletariato.

Nelle analisi politico-economiche di Marx e di Engels, dunque, l’Irlanda rivestì un ruolo di primaria importanza negli equilibri interni al sistema di produzione capitalistico.

Che gli scritti e gli sforzi politici di Engels e Marx non abbiano trovato un riscontro fattuale effettivo testimonia l’andamento non ferreamente deterministico del corso storico, che può favorire, a parità di condizioni oggettive date, il sorgere di molteplici e teoricamente contrastanti fenomeni in un medesimo contesto economico, politico e sociale.

Resta il fatto, assolutamente non trascurabile, che la situazione irlandese, al volgere degli anni sessanta dell’800, fu al centro delle analisi dei nostri due autori, che proprio in quest’isola, troppo spesso dimenticata dall’europeo continentale, individuarono la pancia del coccodrillo, il punto debole di un sistema apparentemente invincibile, che proprio se colpito con forza nella sua parte sensibile poteva implodere su se stesso, restituendo così ad un’umanità alienata il proprio vigore e la propria spontaneità.

Conclusioni

In questo breve contributo s’è cercato di restituire una lettura unitaria degli scritti engelsiano-marxiani relativi alla Irische Frage. Nel fare questo è stato seguito un preciso criterio metodologico: per dare una lettura sistematica a questi scritti disorganici, è stato impiegato quello che Marx definisce nei Grundrisse il metodo dell’economia politica, ossia un procedimento analitico-sintetico in grado di fissare un tutto organico a partire dalla definizione delle sue parti semplici. In forza di questo principio è stata stravolta la semplice cronologia degli scritti dei nostri due autori: la Geschichte Irelands, cronologicamente posteriore ai testi marxiani, è stata anteposta per motivi tematici alle analisi condotte dal filosofo di Treviri; le analisi di Marx del 1867, cronologicamente anteriori al testo engelsiano, sono state posposte per ragioni di contenuto all’opera del filosofo di Barmen.

A partire dalle determinazioni naturali proprie del popolo irlandese, è stato reso un tutto, le cui articolazioni intermedie sono costituite dalle analisi economico-politiche marxiane.

Il metodo ed il procedimento seguito sono, circolarmente parlando, una riconferma di quel primo dal quale siamo partiti: la possibilità reale di una rivoluzione in Irlanda dipende dall’inclusione di quelle determinazioni naturali proprie del popolo irlandese all’interno di una teoria filosofica che assuma come oggetto da in-formare quel primo semplice-astratto e che sia concretamente realizzata dall’attività pratico-politica di quello stesso primo, di modo che ciò che è ultimo sia anche primo e ciò che è primo sia anche ultimo.

La mancata realizzazione di un’emancipazione nazionale irlandese – nei termini almeno auspicati da Engels e da Marx – non rende meno penetrante la proposta engelsiano-marxiana, che appunto nella capacità di cogliere certe tendenze insite nel proprio tempo, senza per questo leggerle in modo rigido, come un dover essere storico assoluto appunto, rivela la propria grandezza e la propria attualità metodologico-filosofica.

 

 

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Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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