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Il mio diario d’Irlanda

No, non si tratta di un altro articolo dedicato a quello di Heinrich Böll di Diario d’Irlanda – ne abbiamo già parlato. Questo è proprio il mio. Ci andranno a finire, probabilmente a caso, appunti, ricordi, suggestioni, sogni di diciassette anni di esperienze irlandesi.

Passeggiate sentimentali, oniriche, fantastiche sul suolo irlandese. Dal 1999.

Diario – 27 giugno 2020

Due sere fa suona il campanello. È sogno, con un regalo di benvenuto. Curiosa questa cosa che a Finglas avevo avuti un regalo di benvenuto: certo, pane al pane che dopotutto si era a nord; qui ho avuto un regalo di benvenuto: certo, più adatto al sud, quanto a forma. Quando abbiamo abitato nel buco nero siamo stati invisibili dal primo all’ultimo giorno. Quel posto e io continuiamo a odiarci, anche ora che lo frequento solo per spostare valigie.

Quel posto mi somiglia all’Italia che ho lasciato, in pratica.

Pazienza. Pazienza, perché stamani avevamo un grande spolvero di passerotti, starling (devono aver trovato un accordo) e anche lo scoiattolo.

Ho piantato le altre due lavande.

Siamo a sei piante (potenzialmente) destinate a sopravvivermi. Vattelappesca cosa possa succedere al mucchio selvaggio di fiori e ai daffodil di Finglas.

Rivedo un attimo la foto e mi rendo conto che potrebbe essere stata scattata al Library Pub. E questo, di certo, non è un male.

diario irlanda - viciniDiario – 23 giugno 2020

Tre notti fa ho sognato una specie di Easter Rising ma si trattava di un cartone animato con i personaggi Disney (Topolino, Pippo, altri irriconoscibili) che attaccavano un edificio che era un po’ il GPO un po’ Stormont.

E vabbè.

Da tre notti fa a stamani ho visto i vicini (proprio quelli, sogno e compagnia) piantare alberi, gli storni fare i bulli coi passerotti, il sole sfolgorare dalla finestra del bagno.

A tratti ho dei flash di Santry, nella migliore tradizione della sindrome post – trauma.

Avere spazio a disposizione è una conquista. La chiarezza della temporaneità di tutto ciò è salutare, anche se avrei davvero, davvero bisogno che per quattro anni non accadesse nulla. Che poi tra quattro anni sarà di nuovo bisestile…

Da ieri, invece, arriva l’IT. Finalmente posso leggermi cosa dice Fintan O’Toole.

Tutto questo, a un certo punto, finirà. Ma semplicemente come tutto il resto.

Diario – 19 giugno 2020

È incredibile quello che puoi vedere, se non ci vedi. Ieri sera pioveva e ieri sera per la prima volta abbiamo avuto modo di assaporare quel nulla positivo che è il riposo. Dal divano vedo la strada, gli alberi.

Non sarebbe così buio: il solstizio si avvicina, dopotutto. ma lo è abbastanza a causa delle nuvole, della pioggia. L’albero che vedo mi sembra enorme. Enorme e, grazie al vento, come in movimento. Una specie di furia controllata, sul posto. Perché gli alberi, si sa, non si muovono.

Non sono mica Ent…

Mi viene in mente, rivedendo adesso quella immagine nella mia mente, il concetto di genius loci.

Era una bellissima immagine, la bellezza stava nella furia immobile dovuta al vento.

Sono miope.

Molto miope, ormai.

L’albero che ho visto non esiste, sono stati la miopia e la prospettiva a farmi unire due diversi alberi in una gigantesca, furiosa, ma in attesa, creatura.

Ma l’importante, forse, ora, è semplicemente che dal divano si vedono degli alberi.

Diario – 17 giugno 2020

Un porto sicuro. Dopotutto è l’unica cosa che ti serve.

I vicini si scompongono in due famiglie. Di una non so ancora niente (se non il fatto che l’anziano capofamiglia utilizza un tagliaerbe a olio di gomito che accompagna la rasatura del pratino a un rumore da ghigliottina). Dell’altra un po’ di più.

Sono in quattro. Tutti e quattro i nomi sono irlandesi. Il Bianco (come Gandalf, sì), Sogno, la Splendente, il Guerriero.

E basterebbe già così.

Ma il bello viene quando vedi come si chiama il loro Wi-Fi.

Porto Sicuro.

Come se ce ne fosse bisogno, torna la metafora epica di quella barca che sta affondando e che comunque, nonostante tutto, ti porta a Casa, anche se per un momento (un momento me arse: tredici mesi…) le correnti ti avevano trascinato via di nuovo, da quel porto sicuro.

Adesso ci siamo, invece. Lo dice la Wi-Fi di Gandalf, deve essere vero.

Diario – 15 giugno 2020

Un balzo da gigante.

È Bloomsday da due ore e cinquantratre quando salgo le scale con la mia prima tazza di lapsang notturna qui. Ha un sapore un po’ strano, come sempre quando l’acqua non è esattamente la stessa del giorno prima. Ma ha anche il miglior sapore di sempre.

Ed è un balzo da gigante.

L’ultima volta che ho avuto una scala da salire in casa (erano molto diversi sia la scala sia l’appartamento. Una delle tante house che non sono mai state home) era per andare a scrivere al mattino presto (in genere dalle quattro o giù di lì. Ma stanotte è stato ancora più difficile dormire, a causa dello yoke per il controllo della pressione) il primo romanzo.

Qualche volta mi accompagnava il nostro compagno di viaggio, che ne approfittava per andare a farsi il primo giro sui tetti. Le sue ceneri sono qui. Le abbiamo portate dall’Italia e MG si è ricordata di portarle qui, qui, ieri.

Non me la sentivo di lasciarlo solo, ha detto.

Sarebbe stato solo nella casa senza finestre, in attesa del trasloco definitivo, come se fosse stato soltanto un cubetto di legno. Brava, di nuovo, come sempre, MG, la mia candidata ideale alla presidenza del mondo.

No, non sarebbe stato giusto. Ora riposa in camera, come era solito fare quando non si godeva il sole sui tetti. Sul lenzuolo, in estate, sotto le coperte in inverno.

Mrkeow, micio.
Buon Bloomsday.

La prima giornata passata interamente qui si è conclusa con un sole sfolgorante che inondava la finestra del bagno. Un Monaloehenge di benvenuto. E il solstizio è vicino. Per la prima volta in molti anni (forse, per la prima volta da quando ero bambino), poi, non vedo l’ora di arrivare al solstizio di inverno (non che aspettassi il solstizio di inverno, da bambino). Basterà essere ancora vivi perché sia bellissimo.

Intanto, più tardi, dovrò piantare le lavande. Intanto, già da ieri, i semi di mela tornano alla terra.

Sono felice. Finché dura.

Diario – 14 giugno 2020

Rieccomi qua.

Tra marzo 2018 e marzo 2019 sono stato troppo felice per scrivere. Aveva ragione, alla fine, D., che me lo aveva vaticinato davanti a una birra.

Un sogno che si era avverato. Alcune delle giornate più belle della mia vita. Il successo del festival. Poi c’era stata Bruges, e il sapere che addirittura sarei finito, da irlandese, a Toronto. La sensazione che ora, davvero e finalmente, le cose fossero possibili.

Ma con un’ombra. La sensazione, condivisa con MG sul Quaranta, il giorno prima di lasciare Dublino proprio per il Festival, dopo che eravamo venuti a trovarti al Mater, che tu, C., ci avresti lasciato presto. Che questa volta non ce l’avresti fatta.

Era così.

A Toronto ci sono arrivato dopo che eri già morto, e sapendo bene che le cose sarebbero cambiate. Presto. In peggio.
Dal 14 luglio 2019 siamo finiti in un buco nero. Un posto che non aveva (e continuerà a non avere) neanche una vera finestra.

Da allora sono stato troppo infelice per scrivere. Da allora fino a ieri. A dir la verità non sarebbe neanche troppo vero. Sono riuscito a concludere la seconda stesura di un nuovo romanzo. E sono tornato a scrivere di recente, proprio sulla pandemia che, alla montagna di m*a degli ultimi mesi, aveva aggiunto ancora più ansia, ancora più incertezza sul futuro; quanto al presente (quello… appena passato), aveva reso ancora più invivibile uno spazio che invivibile lo era di già.

Sapevamo che sarebbe successo, che avremmo, finalmente, cambiato casa. Ma con la pandemia in corso non potevamo neanche vederla, la casa. Quella che, se non avessi letto Beckett, non ci saremmo mai potuti permettere.

Ma come sarà bella, questa cosa!? Altro che effetto farfalla. Tu leggi Beckett, allora hai modo di vivere a Blackrock (altro che giornataccia!!!) in un posto dove posso scrivere nello studio.

Qualche mezz’ora fa ho detto “nella camera degli ospiti” in riferimento non a una partita di Cluedo (e se a Cluedo non c’è la camera degli ospiti, pazienza) ma a casa mia.

Ho riso, subito dopo.

Non vedere il cielo d’Irlanda (perché se non hai una vera finestra, non puoi veramente vedere il cielo) mi è costato tantissimo (ho paragonato spesso gli anni tra il 2012 e il 2018 a una guerra. Era passato un anno, neanche il tempo di sgomberare tutte le macerie, ed eravamo daccapo).

Non vedere il cielo aveva reso impossibile dare le briciole agli uccellini. Una di quelle occupazioni che, insieme alla stesa del bucato (un’altra cosa diventata impossibile), avevano contribuito a mantenere, più o meno, la mia sanità mentale tra il 2014 e il 2018.

Qui ci sono – l’ho scoperto subito – uccellini che non conoscevo neanche. Ci sono gli starling. Sono solo storni, ma ecco che, di nuovo, un’altra lingua dà a un soggetto una potenza tutta sua. Gli storni di Termini diventano, qui, o nella mia testa almeno, stirpe delle stelle.

Così come “blind cleaning” mi ha fatto pensare a un cieco che fa le pulizie, una cosa che fa tanto Beckett, secondo me, e che, sì, ha poco a che vedere con quello che quelle due parole, invece, significano davvero.

Un posto che normalmente non puoi permetterti è temporaneo per definizione. Eppure, pianterò qualcosa anche qui. Come a Firenze, come a Finglas. Mi ha riferito M. che il posto in cui lavoravo (anche) a quarantadue gradi è ormai abbandonato. Mi sono ripromesso di andare, un giorno o l’altro, a vedere l’albero di Firenze (ammesso che esista ancora). Ma non l’ho mai fatto, anche se sono passati vent’anni. Forse dovrei ripromettermi di andare a vedere il posto dove lavoravo, se qualcuno dei tanti semi di mela avesse germogliato.

Il fatto è che ho paura. Che non ci sia l’albero di Firenze, che nel frattempo il posto dove lavoravo sia stato, alla fine, comprato, e quegli alberi giovani, che non so neanche se siano mai esistiti, siano stati massacrati. Ho paura del dolore potenziale.

Questo fa tanto me, invece.

Ma, intanto, ci sono nuovi semi da piantare, nuove radici da interrare e nuovi bombi da salvare. Mi ha sconvolto questa cosa che i bombi sono sempre a una ventina di minuti dalla morte.
Loro, almeno, non lo sanno, però.

Diario – 02 agosto 2018

Domenica è venuta a pranzo C., naturalmente con B. e A..

Non ha avuto bisogno, C., di chiedere se mi manca il paese da cui provengo. Mi conosce abbastanza per non aver bisogno di chiedere, per sapere già la risposta.

Di domenica scorsa ricorderò come, a un certo punto, ci siamo trovati a parlare di craig an gcat e del perché dobbiamo andare là. Una conversazione che può avere senso solo in Irlanda, credo, e non mi riferisco alla lingua. Amore, affetto, morte, ricordo, cimiteri (già, dopotutto sono andato a visitare le tombe di Bridget e Coleman) diventano una storia. Lo erano già, ma non avrei saputo raccontarla, prima di Qui.

E poi c’è A..

A. ha attorno a sé, ai miei occhi, un’aura. Il fantasma dei figli non nati. Non le faccio una colpa di questo e lei lo sa. Bastava vederla sentirsi a casa, in questi pochi metri quadri che sono quasi tutto ciò di cui ho bisogno.

C. li ha notati subito: gli alberi, la luce. Forse sa anche quanto il mio orizzonte si sia ampliato, in molti sensi.

Diario – 04 maggio 2018

In questi giorni una conversazione su WhatsApp (pensa tu: vedi che il medium è sempre relativo…) mi sta facendo riflettere molto, grazie al confronto con M. e S., sul concetto di identità. Alla fine della fiera: la mia identità. Continuo a ri-scrivere (come dice la buona C., dopotutto tutto lo scrivere non è che riscrivere) tutte le volte che mi capita quella battuta di Martin McDonagh in The Beauty Queen of Leenane. Quella sulla triste verità del doppio displacement, per cui, data una vita tra due luoghi, non apparterrai mai a nessuno dei due (Mc Donagh non dice esattamente questo, ma vedi? Di riscrittura pur sempre si tratta). La mia situazione è differente nella misura in cui io mi sento assolutamente appartenente al luogo in cui adesso, finalmente, vivo. Nondimeno, come ho già (anche questo…) detto e scritto, non saprò mai quali fossero i libri di scuola a Greendale e non saprò mai quale sarebbe potuta essere la sensazione di varcare quel cancello, sedermi in un’aula, guardare Italia ’90 al contrario (anche se sono più vecchio di così: è solo per dare l’idea e, sì, ovviamente, dato come sono andate le cose avrei dato qualche litro di sangue per avere come insegnanti R. (dico: R.!!!) e C..

Posso solo, invece, inventarmi un passato (eccolo di nuovo, il riscrivere). Lo sto facendo giorno per giorno tramite il presente. Tramite la lettura e tramite la scrittura. Del resto scrivo del passato e scrivo di Qui.

Sto diventando una persona diversa, grazie al mio Qui. Sono sicuro che il mio nuovo io sia migliore. La continuità del mio io (quella quasi unica cosa che mi ricordo dalle lezioni con Bodei) è spezzata. Parlare come un emigrato tornato a Casa (o un soldato che ha finito la guerra. Ma badate bene: non mi interessa di chi abbia vinto, la narrazione non è quella dell’Iliade ma, guarda caso, così anche Joyce lo abbiamo tirato in ballo, un nostos) non è una posa. È lo stato del mio nuovo io. Alla luce delle sue attuali coordinate cronotopiche, come disse quello.

Postilla – 04 maggio 2018

Questo nuovo io che non si sente più modesto (della modestia malata di chi non sa se non può farcela ma si dice che no, proprio non può farcela) apprezza molto quando si trova in compagnia dei giganti a trattare i temi che gli interessano. Due affinità ho trovato nel libro di B. che sto leggendo. Se una è personale e quindi non ne scriverò, mi piace invece, e molto, citare il fatto che sia io sia B. siamo rimasti intrigati dall’esistenza di una nave da guerra con il nome di Samuel Beckett. Il mio non più modesto io, sono sicuro, non mancherà di farglielo sapere, a B.. E a proposito di B.: leggendo questo suo libro (un libriccino un po’, si potrebbe definire in italiano, paraculo) ho acquisito una nuova grande definizione di “grande scrittore”: grande scrittore è quello che può rendere narrativamente affascinante anche un mattone.

Toccherà di certo anche a me, ora, scrivere qualcosa sui mattoni dublinesi.

Diario – 29 aprile 2018

Sono stato silenzioso per un po’, a quanto pare. Nel frattempo è uscito il mio libro, seguito dal secondo un mese fa. E, a quanto pare, la mia nuova vita è ora cominciata sul serio.

Il mio 49esimo compleanno lo abbiamo (abbiamo…) festeggiato a The Winding Stairs. Come dire: as Dublin as it could be.

Questo anno, questo 2018, con le sue rivoluzioni e le sue paure al contrario (dalla paura di non farcela alla paura di non avercela fatta abbastanza, o per abbastanza tempo) sta portando cose buone, comunque. E questo sia messo agli atti, per il futuro. Tornassero, hai visto mai, le vacche magre.

Ho cominciato, in questo 2018, a sperimentare cose nuove nella scrittura. Credo che l’incontro con C., una persona che mi è piaciuta dal primo momento, sia stato fondamentale per darmi il coraggio o la sfrontatezza di provare a scrivere roba (per ora non ho una definizione migliore) di teatro. Ho scritto una cosa. E me la sono autotradotta. Sì, lo so, fa tanto Beckett. Un bel fantasma a farmi compagnia.

Beckett, che è morto (anche se solo in un certo limitatissimo senso), lo posso scrivere per intero. Ma qui scriverò che ho incontrato B., anche se magari si capisce chi sia, B., solo andando un po’ in giro sul blog. Incontrare B. è stato come incontrare Smaug. Non sputa fuoco, B. (quando scrive sì, in realtà. Fa anche quello), ma dà davvero, almeno ai miei occhi di lettore di quasi tutto ciò che ha scritto, la sensazione di poterti divorare con la cultura che si porta dietro (attaccata alla sciarpa, probabilmente). Mi torna in mente ancora, di nuovo, per istanze come questa, Sunshine. Un film che per me è una cosa più irlandese di quel che sia in realtà e che soprattutto, per me, è una cosa che ha a che vedere con il neoplatonismo. Questo per dire che quando incontri uno come B. il rischio è che tu, la tua personalità, finiscano “abbronzati” come i personaggi di quel film. Invece B., quando ha capito che ero un essere umano come lui, mi ha detto che non devo essere modesto. Io, in realtà, lo avevo preso in parola già da prima, con il mio libro e la dedica (a lui e al suo proprio fantasma di scrittore alternativo, BB) e la lista delle pagine, di quante volte, in quel libro, c’era finito lui. Potrebbe succedere che io e B. lavoreremo insieme su una cosa (come suona bene, vero?). Se sto dormendo, non svegliatemi.

In questo strano sogno in cui il passato, ovvero il male, le cose che non funzionano cercano sempre di riaffacciarsi (C. e F.: hold on, please), ho finito per conoscere anche M. Che è, pensa te, un italiano. Un altro kindred spirit, a quanto pare.

Infine mi sono guadagnato un’altra pinta da G.. Mi aveva colpito davvero molto il fatto che G. si fosse andato a sentire quello che avevo detto (attenuante: ero mezzo ubriaco) al SPLF. Eil fatto che LTV gli sia piaciuto più di “Sorriso” è stato un altro bel massaggio dell’ego.

Come dice B.? Ah, già: non devo essere modesto. Non devo esserlo, che questa è un’altra vita. È, a pensarci bene, davvero la mia terza vita. La prima è stata quella lunga, troppo lunga, nella palude. La seconda è stata la mia vita da marzo 2014 a febbraio 2018. La terza è quella che volevo, che volevo da sempre, che ho sempre voluto.

Diario – 20 luglio 2016

Ieri mi sono incontrato di nuovo con A.. Siamo, poco ma sicuro, kindred spirits, come si dice da queste parti.

Davanti alle pinte parliamo di linguaggio, soprattutto.

Cercando di barcamenarci, ciascuno dei due, in una lingua che non è la propria.

Sono persone come A., come B. e S., come D. che mi mancherebbero, se dovessi tornare indietro.

Alla fine la mia Irlanda è fatta di persone. Di persone ha cui ho potuto raccontarmi.

Tutto quadra, come al solito. In un altro modo da come ero, o da come sono ancora, altrove.

Ma quadra.

Diario – 29 agosto 2016

Una delle cose che amo di più di questo posto è la facilità con cui entrare in contatto con la gente. La facilità con cui qualcuno ti saluta per strada anche se non ti conosce. Incrocio spesso una signora molto anziana, davanti a casa. Ha un problema ai piedi, cammina lentissima. Non può avere meno di settanta anni. Si aiuta con due mazze, abita qui vicino. Eravamo entrambi al semaforo. Mi ha sorriso. E mi ha chiesto se avessi guardato la partita. Giocava il Dublino contro Kerry.

Le ho detto di no, le ho sorriso, l’ho accompagnata mentre attraversava.

Un altro sorriso gratis, guadagnato qui, a Casa.

Diario – 17 luglio 2016

diario d irlanda - 17 agosto 2016Inutile perdere del tempo a cercare di spiegare te stesso a chi non ha nessuna voglia, intenzione di conoscerti.

Non ti piace il mare.

Già. Deve essere, allora, che sono un masochista.

Un masochista che fa il bagno in Irlanda.

Ho passato molte ore libere, negli ultimi mesi, sull’isola di Bull Island.

Ci ho passato molte ore a dicembre 2015. Ci sono tornato spesso, nelle ultime settimane.diario d irlanda - 17 agosto 2016

Il 17 luglio 2016 ci ho fatto il bagno. E mi sono abbronzato, anche troppo.

Erano cinque anni che non facevo il bagno in mare.

L’ultima volta era stata su Inishmore.

Il mio problema non è che non mi piace il mare, è che sono schizzinoso.

Parecchio.

Ricordo – 22 luglio 2011

diario d irlanda 22 luglio 2011Il mio primo bagno in acque irlandesi. Sulle Aran, su Inishmore.

Il punto più riparato della “spiaggia grande”. Quella della ruota di bicicletta (un’altra storia ancora…).

Leggenda vuole che l’acqua fosse a dodici gradi. Faceva vento.

Non entravo in acqua di mare da almeno tredici anni, se non di più.

Ricordo ancora – sì, la ricordo ancora perfettamente, la sensazione come di qualcosa di cattivo che usciva da me, scacciato dall’acqua gelida. Una sensazione meravigliosa.

Negli anni successivi non ho avuto occasione di fare di nuovo il bagno in Irlanda, fino al luglio 2016. Vivendo qua è più facile, suppongo…

Ricordo – agosto 1999 (ovvero come tutto è cominciato)

Come è cominciata l’Irlanda. Avevo trentuno anni e avevo passato tutta la vita a sentirmi fuori posto. Ero da qualche parte a nord di Galway e vidi le Isole Aran.

Nuotavano a metà strada tra il cielo e il mare.

Capii immediatamente che ero arrivato a casa.

Non mi sono mai lussato la spalla, ma è il concetto che mi viene in mente se devo pensare al “ritornare a posto” di qualcosa.

Era come se mi avessero rimesso a posto la spalla.

E non sentivo dolore, sentivo gioia. Non sarebbero state rose e fiori, poi.

Nessun lieto fine.

Non ancora, almeno. Ma questa è un’altra storia, e quella era gioia.

La gioia di chi è tornato a Casa, dopo essere mancato da sempre, da Casa.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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