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I giorni che ho incontrato Roddy Doyle

Io il libro Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle l’ho scritto prima di incontrare Roddy Doyle. Era il 2008. Ne è passata d’acqua sotto l’O’Connell, da allora. Ora, è tempo di fare due conti!

Ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare recentemente, per motivi professionali (in vista della preparazione del San Patrizio Livorno Festival 2019) Marco Vichi.

Visto che Marco è parecchio più scrittore di me, non mi sono tirato indietro: gliel’ho detto subito, chiaro e tondo, che io sono in Irlanda perché volevo vivere dove sono stati scritti i libri che mi hanno cambiato (in meglio) la vita.

Marco ha detto che questa era una cosa bellissima.

Lo so, che lo è.

Anche se a volte (ma questo succedeva prima) mi vergognavo parecchio di più a raccontare questa cosa che mi fa tornare sempre in mente due canzoni di Glen Hansard: Fitzcarraldo e Falling Slowly.

Perché, sì: in fondo io ho preso una barca che stava affondando e, attraverso una giungla di sei anni di sofferenza, l’ho portata a casa.

A Casa.

Roddy, con la sua trilogia di Barrytown, mi aveva folgorato tanto tempo fa.

Mi aveva folgorato prima di arrivarci fisicamente, in Irlanda.

Prima che iniziasse quel corto circuito che mi ha dato la consapevolezza di questo rapporto di appartenenza con una terra meravigliosa.

Prima di essere definitivamente contagiato dal mal d’Irlanda.

Roddy scriveva della classe sociale a cui appartenevo. Scriveva dei problemi della mia famiglia. E lo faceva senza umiliarmi.

Il destino ha voluto che si occupasse, proprio oggi, che vivo in Irlanda e che tutta una serie di cose cominciano ad essere al loro posto, di una delle pagine più buie della mia storia personale.

Lo farà al cinema, con Rosie. Esce tra qualche giorno.

Pensa te.

Senza umiliarmi, dicevo.

The Commitments è arrivato in Italia come libro tradotto nel 1993. A me è arrivato qualche anno dopo. In contemporanea, in pratica, all’uscita di un film, girato nella città in cui sono nato da un regista nato nella stessa città.

Un film che mi fece infuriare perché da quel film mi sentii umiliato.

A pensarci bene, mi sa che quel film ha giocato un ruolo un ruolo importante nel mio io di dopo, quello che mi ha portato qui.

Ma questa è un’altra storia.

Il giorno che ho incontrato Roddy Doyle (per la prima volta)

Io a Roddy Doyle volevo dirglielo che i suoi libri mi avevano fatto bene. Io a Roddy Doyle volevo dirglielo che ho cominciato a scrivere anche grazie ai suoi libri (non diciamoglielo, a Roddy, che per quanto riguarda il come scrivere, la mia fonte di ispirazione è un altro scrittore irlandese, che è molto diverso da lui!!!).

Ci provai tramite l’agente.

Mi ritrovai anche, a un certo punto, a suonare un campanello in South George Street, immaginando che sarebbe successo chissà che cosa.

Poi arrivò Facebook. E gli chiesi l’amicizia, a Roddy. Gli scrissi qualche parola in chat, per ringraziarlo.

Ma non è la stessa cosa.

Nel frattempo questa passione per l’Irlanda aveva contagiato un po’ anche la famiglia. E così una mattina, mentre sono al lavoro (riempivo scatole, allora) mia madre mi fa sapere che La Donna che Sbatteva nelle Porte era diventato uno spettacolo teatrale in Italia.

Passava qualche mese e grazie a Manuela Martinez de l’Archivolto, finalmente, mi trovavo nel posto giusto al posto giusto.

Incontravo Roddy Doyle per la prima volta. La dedica sul libro è a me e a MG, the missis.

E le altre volte

Two Pints è uscito nel 2012.

Ho da qualche parte una foto del manifesto della presentazione del libro, a Hodges & Figgis. Ero a Dublino per qualche giorno, dietro a trovar modi di venire ad abitare qui, e la mancai per un soffio: qualche giorno, forse qualche ora.

Poi arrivò il 2014. La situazione in Italia era diventata insostenibile (un’altra umiliazione: lavorativa. Rimaneva solo da scavare, dopo aver toccato il fondo. Scavare o andarsene). Iniziava l’avventura irlandese. Dublinese.

Ci vuole un mese, trovo casa. A Finglas. Il quartiere con il nome da Ent, il quartiere che somiglia a Barrytown.

Il cavallo alla fermata dell’autobus. I ragazzini che si arrampicano sui muretti. Ero arrivato a Barrytown.

Ero a Casa.

Se prendevo il 17a sarei arrivato a Kilbarrack, dove, da qualche parte, abita Roddy. Dove c’è il Foxhound Inn (sì: ci sono andato in pellegrinaggio, poi).

Non sono al tavolo con Roddy a una cena con autori al Joyce Centre (2). Sono al tavolo con Kevin ‘Giornataccia a Blackrock’ Power. Mi chiede se la traduzione in italiano è davvero così brutta. Gli rispondo di sì, ma che a Paul Murray e a Skippy è andata parecchio peggio.

Two More Pints esce a settembre 2014. Questa volta, ci sono! (3)

Nel 2015 (4) lo incontro di nuovo alla RDS Arena. A intervistarlo Catherine Dunne. Avrei cominciato a lavorare con lei qualche mese dopo.

Nel 2015 Roddy me lo ritrovo al cinema (5). Un mio carissimo amico mi porta a vedere, trasmesso da Londra, Hangmen, il lavoro teatrale più recenti di Martin McDonagh. Abbiamo gli stessi gusti, a quanto pare ;-)

Arriva il 2017. Esce il mio IGCIRD ed esce anche Smile. Alla presentazione (6) ci scambiamo i libri. Un gran bel massaggio dell’ego, ve l’assicuro. E spero proprio che il brano sul tè se lo legga, prima o poi.

Qualche settimana dopo è Catherine Dunne a intervistarlo di nuovo, proprio su Smile, a Smock Alley Theatre (7). La domanda più divertente, dal pubblico, è quella sullo storage: dove vanno a finire tutte le bozze..?

Qualche mese fa The Snapper arriva a teatro. Non ce lo perdiamo. Al plurale: la missis ha finalmente trovato lavoro a Dublino, la famiglia si è ricomposta, inizia una nuova vita, I’m Grand!

E non ci perdiamo l’incontro con Roddy e gli attori (8).

Ora che le cose sono un po’ più stabili ho iniziato (appena iniziato) a fare il volontario per Fighting Words.

Fighting Words, con Roddy che ne è uno dei fondatori, ha presentato qualche giorno fa una partnership con la DCU.

Di quello che Roddy ha detto nell’occasione mi ricordo un bel:

Write first, worry later

E una cosa sulla genesi, banale e affascinante insieme, del personaggio di Sharon, che poi è diventata protagonista di un altro libro.

Eccoci arrivati a 9.

Sarebbe proprio bello che la decima fosse nella città in cui era ambientato quel film; nella città in cui, alla mia famiglia, era toccato lo stesso destino di quella di Rosie.

Sarebbe proprio bello.

 

 

 

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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