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Hurling: lo sport più bello del mondo

Hurling…

Mi piacerebbe proprio spiegarvi come sia andata. Già, mi sa proprio che va spiegato perché da lì altrimenti non si capisce.

Il fatto è che quando vivi in Irlanda per un po’ di tempo, prima o poi ti capita di sicuro. Non può non capitarti, di incappare nel GAA. Non c’è modo di sottrarsi. È come la Guinness, la pioggia e le ragazze dai capelli rossi.

Una specie di simbolo nazionale o qualcosa del genere.

La prima volta

Così successe a me la prima volta.

Ero invitato a un barbecue nel Kildare, nella campagna dalle parti di New Bridge.

Là dove è nato il celebre cantautore Christy Moore- quello di Smoke and Strong Whiskey, per intenderci:

Seventeen years and Kelly is a man – Who stands on the street with a gun in his hand – Protecting the pipers that play in the band – While the enemy waits with an army

con tanti saluti alla regina e auguri a mai più rivederci.

Insomma, ero invitato nel Kildare, e Brian aveva guidato per un’ora, da Leixlip, su per piccole stradine tortuose costeggiate da muretti di pietra; striscioline d’asfalto a saliscendi che tagliavano nel verde dei prati punteggiati da mucchi di torba nera alti come la notte.

Il Kildare.

Era lì che Mar e Fran avevano sempre vissuto, come i loro padri, e i padri dei loro padri; in una casa spaziosa circondata sui quattro lati da un prato ben tenuto dove i panni stavano stesi lungo un filo e ballavano al vento dell’ovest. Un posto che, nei giorni di sole, poteva essere tranquillamente scambiato per il paradiso in terra.

Percorremmo tutta quella strada e quando arrivammo Fran ci venne incontro e ci accolse con una stretta di mano e un grosso sorriso. Era una persona squisita, Fran, anche se quando parlava non si capiva niente. Però di birra ce n’era parecchia e la carne era grassa e gustosa. Così mangiammo, chiacchierammo e ridemmo e a un certo punto del pomeriggio, quando le salsicce erano già oltre il livello di guardia e la spessa stout non aiutava la digestione e io boccheggiavo e giravo per il prato in cerca di un angolo in cui morire, mi accorsi che non c’era più nessuno.

Tutti scomparsi. Solo Kildare a perdita d’occhio per miglia e miglia.

Prati, torba e muretti di pietra. Dove diavolo erano finiti? Feci il giro della casa ma trovai solo vento.

Allora sbirciai attraverso la finestra e li vidi in salotto attorno al televisore. Entrai e fui investito dalla folla che urlava e da una telecronaca serrata; mi aspettavo ovviamente di vedere il Liverpool o il Manchester giocare, e invece loro stavano guardando tutt’altro: erano calamitati da dei ragazzoni armati di mazze che si menavano sotto gli occhi di ottantamila persone in delirio.

Ora, tu che non hai mai visto una partita di hurling ti chiedi cosa stia succedendo, ma da quelle parti quello è l’evento sportivo dell’anno. Più del rugby, del calcio, delle freccette e dell’elezione di Miss Maglietta Bagnata. Si chiama All Ireland, e come presto avrei scoperto, quando c’è l’All Ireland tutta la nazione si ferma.

All Ireland: Tutta l’Irlanda.

Le partite si giocano a Dublino, al Croke Park, una specie di Maracanà in cui il calcio, come gli altri sport inglesi, è bandito.

Solo Hurling e Gaelic Football. Tutto il resto è roba per fighette.

Ora dovete immaginarvi quelle domeniche, quando in città convergono tifosi dalle 32 contee (le 26 della Repubblica e le 6 dell’Ulster) e le macchine hanno bandierine colorate che sventolano il giallo e verde del Kerry o il rosso di Cork o l’azzurro e il blu con su scritto Atha Cliath, la città del guado, del fango:

Dublino, insomma.

Ecco, quelle giornate sono un carnevale a cielo aperto. Niente può essere paragonato a quelle domeniche.

Quattro milioni di persone smettono di respirare per questo evento che ha dell’incredibile, per questo sport da pazzi dove una pallina di cuoio appena più grande di una mela viene presa a sberle da una mazza sventolata per aria che spesso finisce sulle nocche, la testa e le spalle degli avversari.

Questa pallina folle scaraventata da una parte all’altra del campo a una velocità impressionante, presa a calci da ragazzi semiprofessionisti che passano ogni minuto libero a consacrarsi a uno sport in cui si finisce, a trent’anni, con le mani storte come tralci di vite; e che non si portano a casa manco i soldi della benzina.

E io ero lì, con la mia salsiccia che colava grasso sulla moquette del salotto, e stentavo a credere che esistesse qualcosa del genere. E poi quando vidi la pallina scaraventata a velocità pazzesca verso una porta, un misto tra quella di calcio e quelle di rugby, ma con un mentecatto lì sotto che cercava di intercettarla ai 140 all’ora, là decisi che quello sarebbe stato, per sempre, il più bello sport del mondo.

Quel giorno non feci altro che porre domande in continuazione sull’Hurling a zio Fran che mi rispondeva senza che capissi niente. Ma chi se ne importava.

Era bello sentire che mi parlava con la sua cantilena – dindilindilindilin – di quello sport sconosciuto, quella religione da matti, quella misteriosa scintilla che aveva acceso un fuoco nel mio cuore.

Il giorno dopo Papà Brian arrivò con una mazza da Hurling e me la regalò. Quando poi mi capitò di tornare in Italia la mostrai agli amici e quella sera i carabinieri volevano arrestarmi per porto di arma impropria. Avessero saputo che durante l’Easter Rising del ’16 e nella guerra civile del ’22 gli aderenti dell’IRA la usavano per mimare i fucili nelle esercitazioni, forse avrebbero avuto ragione di farlo.

Ma quella sera mi fecero solo incazzare.

Comunque. Oggi ce l’ho ancora lì, la mia mazza da Hurling, appesa al muro della camera a ricordarmi di quando l’Irlanda era più verde, la Guinness più nera e forte e le ragazze avevano capelli più rossi. O forse ero solo io a essere più giovane. Pazienza.

L’hurling, in ogni caso, no.

L’Hurling è sempre quello, non cambierà mai.

Palle pazze nell’aria, galoppate sulla fascia, e colpi di mazza da abbattere un bisonte che ti lasciano le dita storte per sempre.

Insomma, come avrete capito: lo sport più bello del mondo.

About Francesco Scarrone

Francesco Scarrone ha scritto per il teatro e per il cinema. Ha sceneggiato 'The Repairman' per la regia di Paolo Mitton e 1978, 'Vai piano ma Vinci' (Nomination David di Donatello 2018) per la regia di Alice Filippi e 'Fuori Onda' (Regia Nicoletta Polledro). Arno Klein e Il Mulino di Amleto hanno rappresentato molte delle sue opere teatrali. Ha scritto 'Ecuba - ovvero il banchetto dei morti' per Franca Nuti. Ha rivisitato Alice nel Paese delle Meraviglie per la regia di Marco Lorenzi in una produzione del Teatro Stabile di Torino. Ha scritto inoltre due libri, 'Di lama e d'ocarina', edito dalla Gorilla Sapiens edizioni e 'Dublino 90' per la Rogas Edizioni.

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