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guinness e tè

Birra irlandese o tè? Guinness e tè si incontrano in un libro

La birra – soprattutto la Guinness – e il sono due pilastri della cultura irlandese. Lo abbiamo già scritto su ItalishMagazine. In questo brano tratto da Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle – #IGCIRD – la Guinnes e il tè finiscono per incontrarsi…

Che cosa hanno in comune la Guinness e il tè, quindi?

Lo scoprirete arrivando alla fine di questo brano.

E se volete scoprirlo in inglese, invece, seguite questo link.

Perfettamente in linea con lo spirito di Found in Translation, il corso di scrittura creativa che si terrà a Dublino dal 31 luglio al 5 agosto, Catherine Dunne ha lavorato con me (e potete immaginare quanto ne sia onorato e felice!!!) sulla traduzione dall’italiano all’inglese appunto di questo stesso brano, incentrato su un “magico” rapporto tra la Guinness e il tè…

Buona lettura!

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Irlanda, venerdì

Messaggi in bottiglia

La stessa mattina in cui Massimo aveva capito che non avrebbe avuto il posto, Bob Robertson era da sua madre.

Era il giorno del funerale di suo padre Colm e lui, in quanto figlio maggiore, doveva accollarsi gli onori e gli oneri della faccenda.

«Come va, ma’?» la salutò, baciandola sulla fronte.
«Oh, buongiorno Bob. Come vuoi che vada… Ci prepariamo un tè?»
«Sì, certo. Che stavi facendo? Che cosa leggevi?»
«La madre di tuo padre era originaria delle Aran, lo sapevi, no?» rispose sua madre, alzandosi e lasciando sul tavolo, a bella posta, dei fogli.

Bob pensò che fossero dei vecchi documenti provenienti dalle Aran che sua madre, in vena di commemorazioni, aveva tirato fuori.

Non rispose, non aveva voglia in quel momento di parlare del passato.
Nuala Dirrane, vedova di Colm Robertson da tre giorni, riempì il bollitore e preparò le tazze per sé e per suo figlio Robert, il padre di Aoife.

La cucina dava sul piccolo giardino sul retro. Dalla doppia porta a vetri si vedevano l’erba e un paio di cespugli di rose bianche, tristi per il cielo grigio.

Sull’erba, il triciclo arancione, rovesciato, di uno dei nipoti più piccoli.

Orientare lo sguardo dal rubinetto del lavello della cucina alle rose, guardare l’ora sull’orologio da pub marchiato Guinness, sopra il frigorifero alla destra della porta, e far tornare gli occhi sul lavello, corrispondeva alla quantità di tempo necessaria per riempire il bollitore di tanta acqua quanta ne bastava per una tazza.

Ma Nuala non aveva mai fatto una tazza di tè solitaria in tutta la sua vita. Per cui concedeva sempre ai suoi occhi delle pause che consentissero di ottenere abbastanza acqua almeno per due tazze: sul muro perennemente scrostato che delimitava il giardino rispetto a quello speculare dei vicini, sui rametti di semi di miglio a disposizione degli uccellini, sui fili per stendere il bucato, così spesso inutili.

Tanti anni prima, quando vivevano in quindici, in quella casa, usavano semplicemente una grossa pentola…
La base del bollitore, attaccata alla presa di corrente a cui non era mai stato attaccato nient’altro se non un bollitore, era sul mobiletto a sinistra del lavello.
Un passo e il bollitore è sulla sua base. Nuala prende dal pensile sopra il mobiletto due tazze con impugnatura e lo zucchero. Tre contenitori di metallo nascondono Lapsang Souchong, Earl Grey e Irish Breakfast.

Oggi è una giornata particolare e non ha praticamente dormito per tutta la notte, quindi va bene il Lapsang Souchong anche a quest’ora. Non ha mai chiesto ai suoi figli quale tipo di tè volessero. Semplicemente bevono lo stesso che lei sceglie per sé. Semplicemente, è così che funziona.

Richiude l’opportuna dose di foglie in due sferette di fine rete metallica che depone ciascuna in una tazza.
In questo mentre, quasi distrattamente, accende il bollitore. Certe mattine d’inverno l’acqua esce così fredda dal rubinetto che sembra impossibile che possa arrivare mai ad ebollizione.

Versa l’acqua dal bollitore spento nelle due tazze, meravigliandosi, come ogni volta, delle volute di colore che le foglie trasmettono all’acqua.

Per un attimo c’è ancora solo acqua, poi il tè comincia a farsi strada con quelle volute di colore, come un animale che scappa e improvvisamente rallenta per un qualche motivo a noi ignoto.
Sedersi al tavolo dal lato del lavello è ovvio, per aspettare i cinque minuti sbirciando l’orologio.

Il tè è tempo.

Un qualsiasi irlandese saprà come utilizzare al meglio, come economizzare quei minuti.

Per capire se il marito è ancora sbronzo. Per capire se la figlia ha fatto l’amore la notte precedente.

Se sei al pub: – perché sì, è possibile bere del tè anche in un pub… – ti servono per vedere se il tizio accanto a te ha voglia di chiacchierare.

Quando sono passati i cinque minuti, il tè ti farà da sponda. Per mandare affanculo il marito, per chiedere alla figlia se è tutto a posto, per chiedere al tizio del pub da dove viene e perché è lì.

Nuala aveva una teoria: la Guinness era una birra come tutte le altre, non c’era veramente bisogno di aspettare per completare la pinta.
Ma Arthur Guinness aveva inventato una spillatura ad hoc per gli Irlandesi, per costringere chi beve e chi spilla a studiarsi, in quei momenti in cui la pinta non è ancora pronta. A gettare i ponti per passare la serata.

E questo, Nuala era sicura, Arthur Guinness lo aveva imparato dal tè.

About maxorover

Ebbene sì. Max O’Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O’Rover.
Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O’Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. “Rómhar” è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare.
Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione?
Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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