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La guida turistica di Dublino per fantasmi

Guida turistica di Dublino per fantasmi #2: Tolka

 

Se gli animali possono diventare fantasmi molti di questi fantasmi saranno di quegli animali uccisi dalla plastica che scambiano per cibo.

La mia Irlanda purtroppo non fa eccezione: che si tratti della grande (si fa per dire) Liffey o del piccolo Tolka i rifiuti, galleggianti o affondati, non mancano.

Il pesce mangia un tappo di plastica, un cormorano mangia il pesce, il cormorano muore con lo stomaco perforato dalla plastica. E un altro fantasma aleggia sulle acque, limpide e scure insieme, del fiume che vide trionfare e morire Brian Boru.

Per dire la verità alla battaglia di Clontarf, combattuta sulla riva del Tolka, Brian era troppo anziano per combattere, e morì mentre pregava dimostrando che, se Dio esiste, quel giorno era molto impegnato altrove, come è capitato spesso nella storia irlandese. Ma questa è un’altra storia.

E se il Tolka ha visto scorrere sangue irlandese e vichingo, di fantasmi ce ne saranno di sicuro. Per cui, se fossi un fantasma dublinese che deve scrivere una guida turistica di Dublino per fantasmi non dublinesi, il Tolka nella guida ce lo metterei di sicuro.

Anche se ci sono i rifiuti.

Talvolta, per qualche scherzo del fato (della corrente, visto che stiamo parlando di un fiume), anche un rifiuto, un pezzo di spazzatura, può diventare l’impressione ectoplasmatica su una foto. Il fantasma di altre vite, un embrione morto della storia di qualcun altro. Una storia, comunque, da raccontare.

La valle del Tolka è diventato il mio posto. Quando sono solo, e lo sono spesso, e, finalmente, spengo il computer, arrivo camminando al parco che costeggia il fiume. È incredibile, bellissima, la sensazione che un posto così bello possa raggiungerlo camminando.

E che un posto così bello costeggi, serpeggiando, una Dublino che non è affatto quella da copertina.

Nelle acque del Tolka nuotano le trote. E lattine di sidro e di birra. Biciclette, intere. La gamba di un manichino (e il manichino smembrato avrà per certo il suo fantasma. Su questo c’è da giurarci).

E, nelle acque del Tolka nuotano, anzi, no: si sono incagliati, due rifiuti che somigliano a fantasmi di storie.

Una maglia da rugby. Dei nemici del Munster. Impigliata in un cespuglio appena sopra la superficie del Tolka. Se ci passi al buio, quella sì che sembra un fantasma!

Sporca, a brandelli, ma il cervo del Munster si intravede ancora, si intuisce. Che sia bottino di guerra o, invece, una bandiera piantata in territorio nemico, quella maglia è un memento, una voce pronta per essere ascoltata.

Lo chiami fiume, ma a volte le acque del Tolka sono profonde appena pochi centimetri.

Forse la prima mattina che andavo lì l’Irlanda mi ha regalato questa immagine: un camán incagliato tra le rocce. Un rifiuto incagliato tra le rocce.

Ma il camán è qualcosa di più. È l’arma di Cú Chulainn. È il simbolo di tremila anni di identità irlandese, da Setanta che vince solo contro tutti alla Bloody Sunday del Croke Park, ai ragazzini che, oggi, tremila anni dopo, si portano il camán a scuola.

Quel camán buttato via, per burla o per rabbia, non è spazzatura: è il fantasma di tremila anni di Irlandesi.

fantasmi irlandesi: il tolka

 

Max O’Rover

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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