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Federico Platania: la mia partita senza finale con Beckett

Qualche post fa parlavamo di quanto sarebbe piaciuta internet a Samuel Beckett. Ebbene, sicuramente gli sarebbe piaciuto samuelbeckett.it, una miniera inesauribile di informazioni e chiavi di lettura sull’autore di alcune delle più importanti opere della letteratura in lingua Inglese e Francese. Il burattinaio di samuelbeckett.it è Federico Platania. Non potevamo non chiedergli qualcosa su un autore nato irlandese, naturalizzato francese, profondamente europeo.

SB

Ciao Federico e grazie per l’intervista.
Le due cose principali da chiederti sono forse il perché e il come. Mi sembra di aver capìto che per te, come per me in senso più ampio l’Irlanda tutta, Beckett è una vera e propria ossessione. Quindi: perché proprio Beckett, e come si è fatto strada il tarlo beckettiano nella tua testa?

Fino alla metà degli anni ’90 per me Beckett non era che uno dei tanti scrittori che leggevo con soddisfazione, ma non primeggiava ancora su nessuno. Poi, mi sembra di ricordare che fosse il 1996 più o meno, successe una cosa particolare: stavo attraversando un periodo piuttosto complicato della mia vita, soffrivo di crisi depressive, e una sera, rincasando molto tardi, accesi la TV. Davano l’allestimento di Finale di Partita per la regia di Carlo Cecchi, con lo stesso Cecchi nel ruolo di Hamm e Valerio Binasco in quello di Clov. Siccome in quel periodo dormivo pochissimo decisi di guardarlo: non avevo ancora letto Finale di partita e quella poteva essere una buona occasione per conoscere quell’opera. Beh, come spettatore, fu una delle esperienze artistiche più devastanti della mia vita. Se mai sono stato vittima della Sindrome di Stendhal è stato quella voltà lì. Quella notte Samuel Beckett divenne il mio autore preferito e io capii che non mi sarebbe più bastato leggerlo, ma bisognava fare qualcosa di più: studiarlo, approfondirlo, finirlo insomma.

Negli anni che hanno separato quella notte dalla nascita vera e propria di samuelbeckett.it (il 2003) ho cominciato a raccogliere informazioni, scrivere brevi schede critiche, procurarmi i testi che mi mancavano. Poi ho pensato che il modo più razionale per organizzare tutto quel materiale fosse una mini enciclopedia beckettiana on line a cura del sottoscritto. All’epoca Wikipedia era appena nata e io comunque non la conoscevo, ma quello che stavo mettendo su in quei giorni, senza esserne consapevole, era una sorta di wiki-Beckett.
All’inizio samuelbeckett.it era uno strumento pensato soprattutto per me, perché volevo avere sempre a disposizione tutta la messe di dati che a mano a mano raccoglievo. Poi, nel 2006, ricevetti una mail dall’Accademia di Belle Arti di Macerata. Mi invitavano a tenere un intervento al convegno che stavano organizzando in occasione del Centenario della nascita di Beckett. Io risposi:
«ma… io sono un semplice lettore, non sono neanche laureato!»
Loro mi dissero che la cosa non costituiva un problema. Avevano visto il mio sito e si fidavano di me, anzi mi chiesero di partecipare con un breve saggio a un volume collettivo sulla multimedialità in Beckett. Quel giorno ho capito che samuelbeckett.it non era più solo il frutto di una fissazione personale ma stava diventando uno strumento utile anche ad altri. Da lì è cominciata la dimensione pubblica di questo lavoro che mi ha portato, tra le altre cose, a tenere un incontro su Beckett con alcuni studenti dell’Accademia di Brera, a fare da consulente per Rockabeckett (un festival beckettiano che si è tenuto a Milano) e a partecipare con miei testi ad alcuni saggi.

Una cosa che sicuramente accade a chi si avvicina a Beckett è lo sperimentare una sensazione di timore, al limite del disagio, di fronte a un autore che è anche un personaggio, un’icona: puoi darci, ammesso che sia possibile farlo, una chiave di lettura, diciamo così, for dummies, con cui approcciare Beckett? E c’è una… “scaletta” che secondo te potrebbe essere la più opportuna per affrontarne le opere?

Di chiavi di lettura ne esistono sicuramente più d’una, anche perché, e questo vale per tutti i grandi artisti, Beckett è inesauribile. Il consiglio che mi sento di dare è quello di avvicinarsi all’opera di questo scrittore buttando nel cestino della spazzatura tutte le etichette più trite che gli sono state attribuite, a cominciare da quella di esponente del Teatro dell’Assurdo che per me è la più fuorviante di tutte.
C’è davvero poco di assurdo in Beckett. Tra tutti i giganti del Novecento Beckett è probabilmente quello che più si è avvicinato all’essenza della condizione umana, anche nella sua dimensione corporea, nella rappresentazione della miseria fisica. Siamo lontanissimi dal naturalismo, dal realismo, è vero, ma siamo altrettanto lontani da qualunque intellettualismo o psicologismo. E ancora: Beckett era un pessimista, ma le sue opere fanno (anche) ridere; Beckett era un autore gelido ma era anche capace di toccare corde ai limiti del patetico. Insomma, il consiglio è: leggetelo senza pensare a quello che avete sentito dire sul suo conto.
Da dove cominciare? Personalmente sono un pessimo lettore di poesia ma so che alcuni considerano proprio questo, il poeta, il Beckett migliore. Io, comunque, consiglio di evitare di procedere in ordine cronologico, e dunque non partirei dal Beckett degli anni ’30, che è il meno digeribile. Sul teatro andrei sul classico: Aspettando Godot, l’immenso Finale di Partita, Giorni Felici, L’ultimo Nastro di Krapp e solo dopo affronterei i preziosi dramaticule dell’ultimo periodo.
Sulla narrativa, conserverei per un secondo momento i capolavori romanzeschi (Molloy, Malone Muore, L’Innominabile) e mi godrei subito quelle meraviglie misconosciute che sono i Testi per Nulla e alcune prose brevi della maturità: Immaginazione Morta Immaginate, Lo Spopolatore, Compagnia e Mal visto Mal Detto. Einaudi ha fortunatamente ristampato (quasi) tutto da poco e così, dopo molti anni di assenza, queste opere sono tornate in libreria e sono ora di facile reperibilità.

Considerata poi la natura specifica di italish sono altri due gli aspetti su cui non posso fare a meno di chiederti aiuto: il suo rapporto con l’Irlanda e il suo rapporto con Joyce: due esuli, ma completamente opposti (ma è davvero così?) quasi su tutto.

Beckett era un fuggiasco, un fuggiasco dalla sua lingua e dalla sua terra. Ma non c’è nessuna vigliaccheria in questo. A volte penso che Beckett sia nato in Irlanda per errore, perché era visceralmente francese. L’Irlanda affiora in molti suoi testi, ma, almeno così a me pare, sempre in forma di elemento di scena, di paesaggio. Bisogna poi tenere conto del fatto che Beckett faceva parte di una delle rare famiglie irlandesi protestanti nella cattolica Irlanda. Di irlandese, per come la vedo io, Beckett ha sempre conservato un certo gusto per lo humour nero, quello che lui stesso definiva il risus purus o riso dianoetico, cioè il riso che ride di ciò che è infelice.
Però la sua scelta di abbandonare la lingua madre (che alcuni psicanalisti hanno voluto, forse troppo frettolosamente, interpretare come una volontà di abbandonare la madre vera e propria) dal punto di vista stilistico ha prodotto risultati incredibili. Beckett compie questa scelta in modo consapevole, nel 1946, mentre sta scrivendo un racconto (che per paradosso si intitola La Fine mentre segna l’inizio della più autentica poetica beckettiana). Così, di punto in bianco, smette di scrivere in Inglese e comincia a scrivere in Francese. E io lo vedo come un acrobata che per la prima volta sceglie di camminare sul filo senza la rete sotto. O come quando per la prima volta prendi coraggio e cominci a pedalare senza le rotelle di sostegno. Insomma, non è che non sai andare in bicicletta, ma è tutta un’altra storia. Ecco, questa scelta permette a Beckett di lavorare sul linguaggio senza aiuti, senza automatismi. Tutto diventa più pericoloso e più vero. Sono convinto che se Beckett avesse scritto solo in Inglese non avrebbe mai creato i capolavori che ha invece lasciato.
C’è sicuramente qualcosa di edipico in questo, ma più che la madre, e qui arrivo alla seconda parte della domanda, la vera vittima è il padre, il padre artistico: James Joyce appunto.
Fino alla metà degli anni ’40 Beckett stava perdendosi pericolosamente nel solco di un manierismo senza via di uscita. Adorava Joyce, lo ammirava come scrittore, ne subiva tutta l’autorità e la genialità, e quel che peggio ne era diventato amico, era entrato a far parte del suo clan (poco ci è mancato che non ne diventasse il genero). In quel periodo Beckett credeva che la sua vocazione di scrittore consistesse nel proseguire l’opera del maestro. Ma la ricerca estrema che Joyce stava compiendo in campo letterario poteva essere solo di Joyce. Poi, per fortuna, accade uno dei fatti più mitizzati della biografia di Beckett. Nell’estate del 1945, mentre si trova nella stanza di sua madre per accudirla, Beckett ha quella che lui stesso descrive come un’illuminazione: lavorare sull’impoverimento della lingua, sulla sottrazione, parlare dell’infinitesimo. Cioè l’esatto opposto della poetica di Joyce. In quel momento Beckett capisce in cosa consisterà il suo lavoro di scrittore da lì in poi. E i risultati li conosciamo bene: la Trilogia romanzesca, Godot e tutto il resto.

E per finire questa prima tornata (concordo sul fatto che Beckett è, semplicemente, inesauribile) mi piacerebbe conoscere il tuo parere sul rapporto tra l’opera di Beckett e il paio di generazioni successive di autori irlandesi: Beckett è ancora un fondamento insostituibile, o quantomeno un Grande Vecchio con cui dover fare i conti?

Perdonami se sembro eludere la domanda, ma non limiterei la risposta ai soli scrittori e ai soli irlandesi. Beckett ha avuto e ha ancora un’influenza incredibile su molti artisti di ogni parte del mondo. In questo Beckett resta insuperato e ha staccato di parecchie lunghezze i suoi colleghi del pantheon novecentesco. Questo è potuto succedere per un motivo preciso: Beckett ha lavorato con uguale dedizione sulle più diverse forme espressive: ha composto opere per la televisione (ci tengo sempre a sottolinearlo: non sceneggiature televisive, ma vere e proprie piéce per la TV. A me piace pensarle come partiture per telecamera), ha scritto per la radio, ha realizzato un film improbabile con Buster Keaton, ha scritto anche un libretto (molto sui generis) di un’opera lirica. E per il teatro ha saputo creare una sintesi tra profondità del testo ed efficacia della scena che io, in tutta onestà, non sono mai riuscito a trovare in nessun altro drammaturgo contemporaneo.
Qual è il frutto di tutto questo? Che oggi non si contano le installazioni di arte visiva, le performance, le opere di video-art che in qualche modo (con esiti non necessariamente buoni, va detto) si riallacciano alla poetica e all’iconografia beckettiane. Basti pensare a quanto la musica contemporanea, Feldman, Kurtag, Glass, ha “ronzato” intorno all’immaginario beckettiano.
Poi, non so, potremmo anche divertirci a vedere quanto c’è di beckettiano in Roddy Doyle, Catherine Dunne o Joseph O’Connor , ma quello che ricaveremmo non sarebbe che la punta dell’iceberg.

Ultimissima cosa, un po’ a margine forse: l’Europa è Premio Nobel per la Pace. Beckett si esprimeva in Inglese, Francese, Tedesco. Possiamo dire che c’è un po’ di Europa unita non tanto nei contenuti dell’opera beckettiana quanto forse nel suo farsi?

Aggiungerei che Beckett era anche un conoscitore della lingua italiana. La Divina Commedia, che lui leggeva in originale, era una delle sue opere preferite e immagini dantesche ritornano in moltissimi suoi lavori. Sì, Beckett era sicuramente un europeo, geograficamente e storicamente europeo, eppure non rinchiudibile in nessuna nazione in particolare. Verso ovest, non ha mai nascosto il suo disinteresse nei confronti degli Stati Uniti e verso est, nei suoi viaggi, non si è mai spinto più in là dell’Egitto. Possiamo dire che tutta la sua vita e la sua arte si sono giocate su uno spicchio di pianeta davvero ristretto. Eppure in questo piccolo spazio si è mosso, fisicamente e intellettualmente, tantissimo. Non ha valicato solo i confini tra gli stati e tra le lingue, ma anche tra i generi. Tanto che ancora oggi studiosi e lettori si chiedono se fosse più un poeta o uno scrittore, più un drammaturgo o uno sperimentatore mediale. Probabilmente era tutto questo, insieme e di più. Un nuovo Leonardo.

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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