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Eric Godon, In Bruges: intervista

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Eric Godon, In Bruges: intervista

Siamo felicissimi di ospitare sul nostro blog Eric Godon,Yuri di In Bruges, per una intervista in cui non potevano mancare… le alcove!

La Martin McDonagh section di ItalishMagazine si arricchisce di un nuovo contenuto di cui siamo molto fieri.

Eravamo in Bruges lo scorso 18 aprile per una chiacchierata con Eric Godon, Yuri in In Bruges di McDonagh. 

Abbiamo avuto una conversazione molto interessante con lui sulla sua risposta alla “invasione irlandese” di Bruges per il film, sulla natura beckettiana del suo personaggio e su cosa significhi essere un attore che recita in molte lingue; le sue connessioni irlandesi, il lavoro attuale e, ovviamente… le alcove!

IM: Eric, innanzitutto, grazie per avere accettato di parlare con ItalishMagazine…

EG: Prego.

IM: Qui a Bruges.

EG: Nella c*o di Bruges! In questa c*o di fiaba!

IM: Esatto: nella c*o di Bruges! In questa c*o di fiaba!
Grazie di nuovo per questa intervista sul tuo ruolo in ‘In Bruges’: un cult movie, un film non solo irlandese, non solo belga (un film europeo, forse?); una intervista che ha naturalmente il taglio di ItalishMagazine, che esplora la cultura irlandese in Irlanda e nelle sue relazioni con gli altri Paesi.
Naturalmente tu non sei irlandese…

EG: Naturalmente non sono irlandese. Ma sono stato cresciuto a patate

IM: E quindi hai qualcosa in comune, con gli irlandesi…

EG: Assolutamente sì.

IM: Beh, per ‘In Bruges’ siete stati praticamente invasi, dagli irlandesi: Martin McDonagh, Brendan Gleeson, Colin Farrell… Come hai affrontato questa “invasione” che ti ha portato a lavorare in quello che sarebbe divenuto un cult movie?

EG: Non l’ho percepita come una invasione.

All’inizio, non ero cosciente della “irlandesità” di ciò che stava succedendo. Per me si trattava, per la prima volta, di lavorare in un film in inglese: un grande film, scritto e diretto da un grande drammaturgo come Martin che conoscevo dalla sua trilogia [teatrale] delle Aran.
Avevo visto a Brussels The Cripple of Inishmaan (Lo storpio di Inishmaan) e The Lieutenant of Inishmore (il Tenente di Inishmore).

Ero in qualche modo un nuovo arrivato nel mondo del cinema: avevo iniziato la mia carriera di attore professionista solo nel 2003. Quattro anni dopo avevo la possibilità di lavorare in tanto film. Per me si trattava di una grande avventura con grandi attori.

Ho realizzato quanta irlandesità ci fosse nel film quando l’ho visto!

Come sono finito in In Bruges? La gente si fa un sacco di domande su cosa significhi essere attore, su come funziona, che tipo di vita hai… In realtà ho semplicemente sostenuto un’audizione, che è ciò che un attore fa. 

Ho poi saputo che la prima scelta di Martin McDonagh per Yuri era stato l’attore belga Olivier Gourmet.

Ma Gourmet non poteva; poi, l’attore francese Mathieu Amalric, ma non poteva neanche lui. Così Martin ha organizzato un’audizione con il casting director belga Patrick Hella, e ho avuto la fortuna di sostenere un’ottima audizione. 

Certo, ho avuto molte altre parti interessanti da allora ma In Bruges è probabilmente il film in inglese più importante di cui abbia fatto parte.

IM: E così eccoci qui, con te e Yuri, “in” Bruges, undici anni dopo ‘In Bruges’. Questa conversazione in realtà è iniziata via email, dopo che tu avevi letto il mio saggio sul film (qui in inglese).
Il saggio è tutto incentrato sulla importanza del linguaggio nel film, e il tuo personaggio, in esso, Yuri, è assolutamente importante per esplorare questa prospettiva, quindi, con il film in mente, e con molti accenni di “beckettismo” nel lavoro di Martin, tu dici che il tuo Yuri è un personaggio beckettiano, nel suo costante smembramento del pubblico con e sulla lingua e le lingue (“alcove” e “angolini”, “dum dum” e “dam dam”).

EG: Vorrei iniziare con il dire che all’università ho studiato filologia germanica, letteratura inglese e tedesca.

Quindi il linguaggio mi ha sempre interessato molto.

Ogni copione che ho letto, l’ho letto dal punto di vista della mia formazione in linguistica. E, sì: Yuri è assolutamente un personaggio beckettiano, non solo per la sua ossessione sulle “alcove”, ma per cercare sempre di usare la parola, il termine, giusto: chiede a Brendan Gleeson se “alcove” è corretto, e Brendan replies “direi piuttosto angolini nascosti”.

E Yuri è subito entusiasta della espressione “angolini nascosti” (
nooks and crannies, una espressione non molto comune in inglese, a maggior ragione per un non madrelingua). Quando è con Ralph Fiennes, e Yuri pronuncia “dum dum”, Ralph ne corregge la pronuncia: “dam dam”. Ma in quel caso Yuri mantiene la sua pronuncia “dum dum”,  à la française.

Quindi, alla fine, rimane fedele al suo punto di vista. È molto interessante perché va oltre la semplice caratterizzazione necessaria per la funzione narrativa. Ogni personaggio ha una funzione narrativa che contribuisce alla trama.

Dal mio punto di vista – e credo che Martin lo abbia fatto scientemente – il copione è scritto come una tragedia greca: tutti i personaggi incontrano ineluttabilmente il proprio destino.

È tutto scritto fin dall’inizio: finirà come è iniziato. Tuttavia, il personaggio di Yuri trasmette un senso di assurdità che attraversa il film come una linea rossa. Rende l’intera storia più interessante. Per me
come attore (e anche come regista e sceneggiatore occasionale) è molto importante quando i personaggi hanno delle idiosincrasie.

Non possono essere ridotti a una semplice funzione narrativa: “esistendo di più” rendono l’intera storia molto più robusta e aprono nuove opzioni per la scrittura e l’analisi. Sebbene, quando guardi il film, ti chiedi a cosa serva il personaggio. A che cosa serve il discorso di Yuri sulle alcove? Non sembra esserci nessun motivo per farlo.

Credo che ogni strato che il regista e lo scrittore sovrappongono nella mente del pubblico andrà a costruirà il vero significato e la potenza del film. Americani e inglesi sono molto bravi a farlo. Spesso leggo copioni in cui i ruoli di supporto sono semplici funzioni narrative. Come attore, devi trovare il modo di rendere il personaggio “esistente” oltre la sua funzione narrativa.

C’è un’altra cosa interessante a proposito di Yuri: nel 2008 sono stato nominato per il “Rolling R Award” (a fianco di Cate Blanchett, Ben Kingsley e Olek Krupa), per il miglior accento russo interpretato da un attore non russo.

È divertente, perché di “russo” Yuri ha solo il suo nome: per il resto, io stavo solo recitando nel mio miglior possibile inglese! Martin non aveva mai detto che Yuri fosse russo. Non era parte della caratterizzazione del personaggio: mi piace molto l’assurdità di tutto questo.

E comunque: ancora oggi, alle audizioni in Inghilterra, o negli States, mi dicono: “oh, ma tu sei il tipo delle alcove di In Bruges“, 
Ebbene sì: sono ancora Yuri, il tipo delle alcove di  In Bruges!

IM: Andiamo ora in direzione della relazione tra il personaggio e l’attore: Yuri è un personaggio “beckettiano” perché usa, e usa “male”, il linguaggio. Ma tu, Eric, sei un attore che si occupa di, e recita in, lingue diverse, con un forte background filosofico anche in linguistica. Quindi, se vuoi, qual è il “tuo” essere beckettiano, confrontandoti con lingue diverse? Sei un attore diverso in diverse lingue?

EG: in realtà, sebbene io sia sempre me stesso, e anche se i personaggi non esistono finché un attore non li (letteralmente) incarna, ogni volta che ti sposti su un’altra lingua, ogni volta che reciti in una lingua straniera, diventi un personaggio diverso, un “tu” diverso .

Ogni lingua ha una sua diversa sensibilità, una diversa risonanza; ogni lingua trasmette un diverso patrimonio culturale. Le lingue germaniche sono sintetiche, mentre le lingue neolatine tendono all’ampio respiro.
Il francese, per esempio, ha bisogno di girare attorno all’argomento per descriverlo.

Sono anche convinto che il linguaggio strutturi i nostri pensieri: questo è il cuore della cosiddetta filosofia del linguaggio. Siamo prigionieri della lingua. La lingua struttura i nostri pensieri e le nostre idee: non abbiamo altra scelta che seguire il corso della lingua…

È l’assunzione aporetica di Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus: “was man nicht sagen kann, muss man schweigen” (su ciò di cui non si può parlare si deve tacere).

Per esempio: in questo stesso momento sto cercando la parola giusta per esprimere esattamente il mio pensiero, ma l’unica cosa che posso fare è pronunciare altre parole: quindi… sì: questo è molto beckettiano!

In effetti, recito in sei o sette lingue: francese (mia lingua madre), fiammingo, inglese, ovviamente, tedesco, russo, italiano, spagnolo, ebraico e ho buone nozioni di arabo.

E ogni volta che reciti in un’altra lingua, sei immerso in una cultura diversa e, quindi, sei destinato a diventare un altro personaggio. Ciò non significa che sei “lost in translation”: è un altro te, un altro te stesso, un altro “Yuri”, un altro Eric, che ora recita. Le ragioni sono molte e sarebbe interessante indagarle.

IM: Dopo l’invasione irlandese qui a Bruges, hai recentemente lavorato con un altro attore irlandese famosissimo: Cillian Murphy. Puoi dirci qualcosa su Anna, di Luc Besson?

EG: Ouch! A dire il vero non ho lavorato “con” Cillian Murphy, perché non eravamo in scena insieme, in Anna.

E, parlando di Anna, c’è una cosa che mi ha colpito moltissimo di Luc Besson: la sua straordinaria padronanza di ogni reparto della produzione cinematografica.

Conosce tutto in ogni reparto e, per di più, conosce la bio-meccanica dell’attore!

Luc Besson è molto preciso ed esigente, così come Martin McDonagh: entrambi sanno esattamente cosa vogliono. Martin mi ha diretto in In Bruges come se dirigesse un’orchestra: con estrema precisione e un acuto senso della sinfonia che voleva ottenere.

L’atteggiamento di Martin McDonagh e Luc Besson impone il rispetto assoluto. Sono maestri che possono essere paragonati a Hitchcock o Kubrick, quando si tratta di visione e padronanza tecnica.

IM: Ma Eric Godon ha delle connessioni personali con l’Irlanda e gli irlandesi?

EG: Sì. Beh, la prima connessione… come ho detto ho studiato filologia tedesca e letteratura inglese, ho letto centinaia di libri in tedesco e inglese.

Ma quando ho iniziato a leggere in inglese l’Ulisse di James Joyce’s ho realizzato che, per un non-madrelingua, era una impresa pressoché impossibile. Nonnostante l’aiuto di un enorme dizionario lo abbandonai.

Ho più tardi letto DublinersGente di Dublino, che è stato molto più facile da leggere. In un certo senso quella è stata la mia prima esperienza irlandese, visto che non sono stato in Irlanda fino ai 40-45 anni.

Ho questa “tenerezza” nei confronti degli irlandesi a causa della loro storia e di qualcosa che hanno in comune con il Belgio: anche noi siamo un piccolo paese, che è stato invaso e controllato da paesi confinanti molto più potenti. E anche noi mangiamo un sacco di patate …

Qualche anno fa ho avuto la possibilità di far parte di un bel film, PilgrimageTerre Selvagge

(2017, diretto da Brendan Muldowney, con Tom Holland, Richard Armitage e Jon Bernthal).

È stato girato in Connemara.

Non ho mai visto niente di così bello come il Connemara.

E di così potente: il tempo è così mutevole che abbiamo avuto letteralmente le quattro stagioni in un giorno: grandine, vento, pioggia, sole, nuvole, tuoni … Incredibile! Pilgrimage è stata anche l’occasione per lavorare con grandi attori americani e irlandesi.

Dal momento che il film è ambientato nel XIII secolo, ho avuto davvero il senso di essere immerso nella storia dell’Irlanda.

IM: tornando a In Bruges: hai avuto qualche sensazione, qualche percezione, del fatto che In Bruges stesse diventando un film di culto, e “alcove” una battuta che sarebbe diventata classica?

EG: Beh, no.

Sapevo che sarebbe stato un grande film – voglio dire: con quella sceneggiatura, quegli attori … – ma non avevo questa sensazione. Sì, c’era un po’ di magia, ma ho capito che il film sarebbe stato un cult movie quando l’ho visto. Tra la lettura di una sceneggiatura, il recitare e poi vedere il film può esserci una grande differenza: non è stato fino a quando non mi sono confrontato con il potere delle immagini che ho capito che In Bruges era destinato a diventare un cult movie. 

Al momento della sua uscita, molte recensioni hanno cominciato a menzionare la battuta delle alcove, e io mi sono reso conto che sarebbe diventato un one-liner iconico.

In pochissimo tempo sono diventato il tipo delle alcove, e 12 anni dopo aver girato il film, eccoci qui, a parlare ancora delle alcove, qui a Bruges, e … sì: è grandioso!

Naturalmente, fortunatamente, non mi sono limitato alle alcove :-)

Potete scoprire di più sulla mia carriera sul mio sito.

About QRob

Massimiliano "Q-ROB" Roveri writes on and about Internet since 1997. A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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