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Emanuele Valere intervista Max O’Rover

Un altro passo importantissimo verso la pubblicazione di #IGCIRD – Il Giorno che Incontrammo Roddy Doyle – non l’ho compiuto io, ma Antonino Emanuele Valere, scrittore e editor che, appunto, ha avuto l’onere, come si dice in questi casi, di editare Il libro. Grazie a Emanuele non solo per l’editing (non abbiamo neanche dovuto litigare!), ma anche per avermi intervistato.

 

AEV
Il viaggio, la Casa con la C maiuscola, la magia, una visione, le vite che si ingarbugliano ingarbugliando la matassa. Come nasce un personaggio, un luogo, una suggestione, un libro?

MO’R
Nel caso di IGCIRD il libro è nato come processo “curativo” e i personaggi sono quasi tutti “reali”, almeno in parte.

Del resto, se uno dei più importanti autori irlandesi contemporanei ha dichiarato che tutti i libri che ha scritto sono in qualche modo ispirati dalla sua cerchia di parenti, why not? IGCIRD è nato come storia che doveva essere raccontata, il resto lo hanno fatto le nottate passate a scrivere.

AEV
Glomp. Sembra ruoti tutto lì. Senza svelare troppo di una storia così sorprendente e chiesto da uno che alle coincidenze proprio non riesce a crederci, quanto c’è di magico, di autentico, di già scritto, in un fatto vissuto e poi narrato, narrato e poi vissuto. Cosa c’è di vero in spiragli di esistenza che, al loro manifestarsi, mandano su e giù il pomo d’Adamo di noi che restiamo increduli a guardare e vivere?

MO’R
Sono un materialista che crede alla spiritualità.

L’Irlanda è il giardino della mia spiritualità. Mi sono accadute cose straordinarie, in Irlanda.

Non posso negarlo, e per quanto non creda nel “paranormale”, credo che luoghi, e persone, possano essere abbastanza importanti, abbastanza densi di significato da acquisire una sorta di dimensione magica personale. Chi trova quel luogo o quella persona (o magari tutti e due!) è una persona molto, molto fortunata. Tra Irlanda e mia moglie, io sono fortunatissimo.

AEV
Il cielo che, ovunque, a modo proprio, ci fa abbassare la testa. Il parallelo tra Irlanda e Sicilia. Pioggia e scirocco che dettano i tempi alla vita. Succede con tutti i posti nel mondo, oppure le isole hanno davvero qualcosa di magico in sé?

MO’R
Mi fai venire in mente un mio carissimo amico, ex collega, con cui ho condiviso dei momenti complicati e importanti sul lavoro. Lui apnenista e appassionato di mare, io appassionato di isole. E sulle isole gli ho fatto la proverbiale “capa tanta”. Le isole sono perfette, sono finite. Ti costringono a guardare dentro te stesso.

Le isole sono magiche.

AEV
Cito: “Lui, così profondamente religioso da non avere bisogno di una religione”. Ecco, qual è il rapporto con religione, spiritualità, magia tra un autore e una creatura, la sua, così permeata di altro da ciò che vediamo con gli occhi?

MO’R
L’ho scritto da qualche parte: Scrivere è tessere incantesimi.

Sarebbe bellissimo che IGCIRD vendesse miliardi di copie e mi rendesse ricco. Ma il “mana” accumulato dai lettori e dalle emozioni create nei lettori sarebbe ancora più interessante e inebriante degli euro…

AEV
C’è un aneddoto che solo io e te, editor e autore, conosciamo. La parte meravigliosa di questo tipo di collaborazione. L’editor che chiede all’autore come mai la parola BUIO scritta così, tutta in maiuscolo. L’autore che risponde perché il buio è maiuscolo. L’editor che non può che sorridere, incassare, dare partita vinta e portare a casa. Da editor e autore ad autore ed editor: quanto conta e che valore ha il ruolo di un lettore coinvolto in un’opera non ancora pubblicata?

MO’R
Spesso, per lavoro, sono costretto a fare l’editor (web editor, per la precisione) di cose orribili. Cercando di renderle meno orribili. Forse anche per questo il “nostro rapporto” è stato molto semplice: lo scrittore fa un lavoro, l’editor ne fa un altro, non puoi editare te stesso; detto questo, tutto fila liscio.

BUIO compreso…

AEV
Nell’anno di selezione de Il giorno che incontrammo Roddy Doyle, l’Irlanda vinse davvero una gara importantissima dopo 111 anni – alla fine le coincidenze esistono? – quest’anno, invece, nell’anno della sua pubblicazione, c’è qualcosa di sorprendente che ti fa ben sperare sul successo di un’opera così… irlandese?

MO’R
Le coincidenze esistono e non contano nulla. Il gioco di quella “magia personale” è dare senso alle coincidenze, farle diventare qualcosa.

Credo davvero che questo libro possa essere “importante” per chi ha un rapporto speciale con l’Irlanda. E in Italia, di irlandofili, di “Irlandesi Dentro”, ce ne sono abbastanza per fare di questo libro un successo…


Antonino Emanuele Valere

Emanuele ha trentacinque anni, molti dei quali spesi a studiare in una direzione che, forse fin dall’inizio, sapeva non sarebbe stata la sua:

Non perché non mi piaccia o non mi senta capace, ma perché i libri per me sono come le tre carte a stoppa: battono sempre il punto.

Laureatosi in architettura a soli venticinque anni, subito inserito nel mondo dell’arredamento e della progettazione, anche di grandi opere, Emanuele ha sentito di dover cambiare strada. Dal 2015 vive di libri. Scrive – nel frattempo ha pubblicato quattro opere – partecipa a concorsi letterari e lavora da editor con StreetLib e Antonio Tombolini Editore.

Il resto della vita – citando la quarta di copertina del suo ultimo romanzo, Dora Sturm:

si scrive nel mentre.

Emanuele è su Facebook.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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