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Diario dublinese: dietro le quinte

Era tempo che tornassi anche io a raccontare il mio diario dublinese. Lo spunto me lo ha dato uno dei miei scrittori preferiti, che ho già citato più di una volta per “questioni irlandesi”: Neil Gaiman.

Dublino dietro le quinte

Ero quasi sicuro che Gaiman avesse usato l’espressione “dietro le quinte” in Nessun Dove. Google dice che invece è in American Gods.

Strano che non me lo ricordi, perché American Gods è il mio libro preferito di Gaiman, uno dei miei libri preferiti in assoluto.

Il “dietro le quinte” è la magia che sta, appunto, dietro al reale.

No. Non credo che la magia esista. Non credo che ci sia davvero una banshee che, da qualche parte vicino all’IFSC, abbia fatto soldi a palate con le suonerie degli U2 e altri servizi “speciali”.

Credo però che le parole siano magia. Che le storie siano magia.

Quel dietro le quinte della vita, della storia, della realtà, è abitato dalle parole.

Non credo che esistano le banshee. Credo che esista, invece, la loro funzione antropologica.

Non credo nel teletrasporto magico, o chiamatelo come volete. Credo però nella capacità di un luogo di risuonare con te, dandoti esperienze – per quanto del tutto personali e soggettive – magiche.

Parte della magia sta nel raccontarle.

A me è capitato più di una volta, qui a Dublino, di finire dietro le quinte. Forse è colpa della luce. Ci sono giorni in cui la luce ti si mostra come un oggetto prezioso sceso dal cielo a trasfigurare la realtà.

Un albero; un riflesso nel canale; l’insegna di un pub.

Quando quella luce si mostra e tu sei solo (incredibile come in una città si possano comunque trovare delle bolle di perfetta, anche se breve, solitudine), fai parte della trasfigurazione.

Altre volte a farti sperimentare l’Altrove è, invece, un suono. L’accento che riconosci. I colpi di mitraglia delle risate dei bambini (Dublino, beati figli di). La musica. L’arpa di Breda, la voce dell’ennesimo Patrick.

Finisci dietro le quinte. E Dublino, vista da lì, è un Luogo meraviglioso.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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