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Diario d’Irlanda: Orio al Serio, 4 febbraio 2016

 

Carissimi cuori irlandesi,

scrivo dall’aeroporto, questa volta. Orio al Serio. Ore di attesa prima del decollo. E penso a voi, perché so che voi questo momento l’avete vissuto mille volte, nella concretezza della vita o nella realtà illogica del cuore.

Attesa. Alle 23.05, ora irlandese, atterrerò di nuovo a Dublino. Poco meno di due mesi fa (era il 13 dicembre) ho lasciato quella terra. Nell’ultimo anno riuscivo a resistere almeno 3 o 4 mesi prima di scoppiare e dover tornare a tutti i costi.

Questa volta non ho retto nemmeno un giorno.

13 dicembre 2015. Parto da Dublino. Atterro a Linate. Navetta-treno-bus e sono a casa mia a Pinerolo. Entro, accendo la luce e sono scoppiata a piangere. Avevo bisogno di sapere che fuori dalla finestra c’erano le casette di mattoni rossi. Ma così non era. Quel pianto mi ha accompagnata ogni singolo giorno e anche adesso sta per riaffiorare. Perché so che domenica dovrò già riprendere un aereo per tornare qua, in prigione. Davvero, questi due giorni sono l’ora d’aria dei carcerati.

Quel 13 dicembre, il mio telefono riceveva messaggi, in inglese. Sempre lo stesso mittente.

Così iniziava una di quelle tante storie surreali che solo l’Irlanda sa partorire.

Nei prossimi giorni dallo scritto si passerà al parlato. L’isola mi ha regalato e mi sta regalando un’altra fortissima emozione.

E gli occhi blu (idealizzati, sognati, platonici) del suonatore di banjo del Gogarty stanno lasciando il posto alle parole, ai pensieri, alla vita di quell’ex professore di Inglese che suona con un Italiano e che mi racconta della sua vita, della fatica di essere irlandese a Dublino, della tenacia necessaria per strappare un sogno dal mondo dell’impossibile e catapultarlo nella vita reale.

Lui che riesce anche a farmi sorridere quando mi dispero con TO GET. Ieri sera, mi ha scritto: I like when you say “I get you”.

Forse questa magica Irlanda riuscirà anche a farmi amare i phrasal verbs…

 

UN’ORA DOPO – AL GATE

25 minuti di ritardo per il decollo.

Attesa nell’attesa.

Resto comunque serena e calma: so che tra poco tornerò da lei.

Passando il controllo passaporti, pensavo a quante barriere ora mi separano dal mondo in cui sono cresciuta, quella realtà che mi opprime ogni giorno di più. Qua – in questo “oltre” – quel mondo, quelle persone, non mi posso toccare. Loro qua non ci entrano. Qua sono sola, completamente io. Qua loro non uccidono i miei sogni. È stata dura, in questo ultimo anno e mezzo, lottare per tenere vivo un sogno. Per tenere viva me stessa. Tanti anni fa, avevano vinto loro e mi ero lasciata trascinare in quell’apatia tanto ben descritta nel memorabile incipit di Trainspotting.

In questi anni mi sono allenata, giorno dopo giorno, notte insonne su notte insonne, mal di stomaco dopo mal di stomaco.

È stato faticosissimo ritrovarmi e ricostruirmi.

Sì, l’Irlanda (se ti sceglie) tira fuori ciò che realmente sei.

E dopo sei altro, sei quello che eri quando sei nato, senza se e senza ma, senza sovrastrutture, senza compromessi.

Lo devi accettare. O puoi scappare. Ovviamente, la via d’uscita c’è sempre. Pillola rossa, pillola blu.

Mi fa male questo periodo a cavallo tra i due mondi. Entro ed esco dal Poltergate. Letteratura e film sono pieni di metafore per questa situazione. Il problema è che adesso, quando sono in Matrix, non riesco più a comportarmi come loro, a pensare come loro.

Éire ha scelto. Io ho scelto.

Qualche giorno fa c’erano le nuvole colorate, nel cielo sopra Dublino. Ho davvero pregato di poterle vedere. Sprazzi di aurora boreale. Un fenomeno che avviene solo al Nord. Ma al Nord Nord Nord. Nemmeno Dublino è così tanto a Nord, di solito. Forse, allora, l’Irlanda si è spostata, è salita ancora più a Nord, ancora più lontano da questo posto che ha in comune con me solo la lingua. E il caffè.

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