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Dialetto dublinese: piccolo dizionario per fare bella figura

Dialetto dublinese: un “vernacular” che, tra pronuncia, parole che cambiano significato, parole “uniche” e un pizzico di Gaeilge, di gaelico irlandese, rischia di essere indecifrabile. Ecco qualche dritta per conoscerlo meglio e per fare pratica! 

Dialetto dublinese: il lato ruvido dell’Irlanda

Il particolare inglese parlato a Dublino presenta una serie di peculiarità che lo rendono piuttosto ostico per l’orecchio di un non madrelingua: talmente ostico che spesso crea difficoltà anche a chi è sì, madrelingua inglese, ma magari australiano o canadese, e si ritrova con una pronuncia delle parole della “sua” lingua spesso molto diversa.

Con questo mini – dizionario ne capiremo di più, del Dublinish. E se lo accoppiate alla guida alla pronuncia dei nomi irlandesi, farete un figurone! ;-)

Intanto, però, proviamo ad aiutare l’orecchio…

I “fondamentali” del dialetto dublinese

La pronuncia dublinese della lettera “i”

Se come me siete fan di Roddy Doyle e avete ascoltato anche in lingua originale i film tratti dalla Trilogia di Barrytown, vi ricorderete che in The Commitments, quando le Commitmentettes provano il coro di Mustang Sally, Jimmy è costretto a riprenderle per la loro pronuncia del ritornello:

Ride, Sally Ride

che loro pronunciano “Ròid, Sally Ròid”, invece del previsto “Raid, Sally Raid”.

E la lettera “i” pronunciata “oi” è una delle caratteristiche più evidenti del dublinese, anche se, a voler essere più precisi, dovremmo specificare che è soprattutto espressione della Northside dublinese: quella considerata più popolana, quella appunto immortalata da Roddy, e tutto questo in un contesto di pronuncia molto particolare, tale da creare distinzioni tra un quartiere e l’altro che a me sfuggono ancora quasi tutte, ma tra dublinesi veri, no.

Bene: adesso se vi chiedono un Oi Pad, sapete di cosa stiamo parlando…

La “a”, la “e” e la “u” del dialetto dublinese

Ve la ricordate Bad di Michael Jackson? C’è poco da fare: la pronuncia è Bed. Ma se Jacko fosse nato all’ombra delle ciminiere di Poolbeg, avrebbe detto bad, mandando in crisi noi madrelingua italiani che, una volta tanto, ci troviamo davanti, almeno a Dublino, a un caso di si legge come si scrive.

Con la lettera “u” la situazione è simile: la parola but a Dublino non la sentirete pronunciata bat: piuttosto un quasi – but, con una “u” pronunciata come a metà strada tra “u” e “o”.

Del resto, la parola “Dublin” è pronunciata quasi “Doblin” tanto da diventare:

D’Oblong

nell’illustre caso del Finnegan’s Wake di Joyce.

La “e” sostituisce la “y” nell’aggettivo possessivo “my”, che viene quindi pronunciato “mì”. Esempio:

me ma’ and da’ (inquietantemente assonante con il livornese mi’ pà e mi’ mà)

Consonanti dublinesi: la “t” e la “r”

Vi ricordate poco sopra, la storia del “dialetto di quartiere”? Ecco, la “t” diventa quasi una “c” (un po’ come nel nome Butch) soprattutto nella Southside.

La “t” diventa completamente missing in action nel caso di “what?”, che diventa il dublinesissimo:

Wha’?

La “r” invece tende a essere allungata, per cui per esempio il nome Sharon diventa quasi Sharron.

La (anzi le) “o” dublinesi (e l’epitesi di Hansard)

Lo stesso nome, Sharon, ci serve come esempio per un altro fenomeno: a fine parola la “o” diventa quasi una “é” (chiusa, quindi, e breve), per cui Sharon diventa quasi Sharrén.

Una “o” che più rotonda non si può è invece l’ultima lettera di tutta una serie di troncamenti, usati per l’abbreviazione del nome e per i soprannomi.

Prima di diventare ricco e famoso, ai tempi in cui abitava ancora in Cedarwood Road, Paul D. Hewson era già diventato Bono. Ma “Bono” è l’abbreviazione di “Bonavox”, dal negozio di apparecchi acustici che era diventato appunto il soprannome del futuro leader degli U2.

Damon diventa Damo, Eamonn diventa Emo, ma, attenzione: la “o” può essere anche in aggiunta, con una epitesi, così Glen Hansard a Ballymun era Gleno!

E adesso, dopo il mini-corso di pronuncia dublinese, eccoci al dizionario minimo di Dublinish!

Pensieri e Parole. In dialetto dublinese

Banjaxed: irrimediabilmente danneggiato, ma anche stanchissimo.

Bleedin’: per bleeding, talvolta con un indeeeeeeeefinito numero di e (pronunciate “i”, comunque). Letteralmente sanguinante, ma nel senso di “maledetto”, “dannato”, e alternativa (leggermente) meno volgare di fuck (vedi).

Bollix / Bollox – Bollixes: testicolo, testicoli. Sineddoche per localizzare tra le pudenda lo scarso interesse per quanto mi stai dicendo. Ma anche un appellativo affettuoso, seppur volgare, un po’ come in ca**one avariato. E anche cosa inutile o senza senso, come stro**ata.

Brilliant: nel senso di bello, fatto bene, che ha funzionato. Talvolta: Brillo.

Chugger: puro genio dublinese. Sintesi di “charity” e “mugger”: fundraiser particolarmente aggressivo.

Culchie: contadino. Vale, dispregiativamente, per tutta la popolazione non-dublinese.

C’mere: ovvero quel che resta di un “come here”. In espressioni come “Come here until I tell you”, frase cospirativa (perché quel che sto per dirti è un pettegolezzo)  e “come here to me” (questa talmente proverbiale da essere diventata il titolo di uno dei più bei blog su Dublino. Vale come “ascoltami!” “stammi a sentire”).

Daniel Day (the): il nomignolo per la Luas, che si pronuncia come (Daniel Day) “Lewis”.

Deadly: in antitesi, sta per qualcosa di molto bello, che funziona. Trova la sua più alta applicazione in:

Alexander the fucking deadly (e quindi “the great”)

Riportata all’uscita del film Alexander con il dublinesissimo Colin Farrell.

Dyenowhwatimean / Dyeaknowhwatimeanlike: “do you know what I mean, do you know what I mean like”. Mi sono spiegato? Hai capito?

Fillum: film.

Fuck / fucking: se letteralmente indica l’atto del fare sesso, diventa un intercalare utilizzabile sempre e comunque, simile nell’uso a “ca**o!”.

Gaff: abitazione, covo.

Gas: divertente, ganzo.

Gis: quel che resta di “give us” (perché il dublinese ha un bell’ego, e si dà del plurale maiestatis!).

Grand: I’m grand, it’s grand: sto benissimo, va benissimo.

Hole: sì, quel buco. Trova la sua apoteosi nell’espressione:

I will in me hole

utilizzata per escludere assolutamente che io faccia la cosa che mi è stata chiesta.

Jax: toilette.

Jaysus / Jaysis: letteralmente Gesù, ma diventa un intercalare.

Langer: pene.

Masso: per massive, nel senso di fantastico, favoloso.

Mot: (la mia) ragazza.

Ride: l’atto di fare sesso (nel recente Smile, Roddy Doyle fa riflettere il suo personaggio sul fatto che nella Northside si usa “ride” mentre nella Southside si usa “fuck”). Da notare che non viene usato come intercalare (come appunto, invece, “fuck”), ma per metonimia può essere usato per indicare l’oggetto dell’atto sessuale (George Burgess definisce Sharon great little ride in The Snapper. Abbastanza per far diventare scarle’ (vedi) Sharon).

Story: da solo o in What’s the story? rappresenta l’incipit più diffuso nella conversazione tra due dublinesi, anche al telefono.

Scarle’ (scarlet): una metonimia effetto/causa, divento rosso perché mi vergogno.

Wan: per woman, spesso per indicare la moglie o (me aul wan) la madre.

Yis: un’altra genialata dublinese. Come faccio faccio a distinguere tra “you” al singolare” e “you” al plurale? Semplice, con yis, il plurale dublinese di you!

Yoke: “coso”, “aggeggio”.

Bibliografia e videografia per migliorare il proprio dublinese…

La già citata Trilogia di Barrytown è fondamentale: tanto i libri, quanto i film. Per quanto riguarda i film, Adam e Paul e Intermission su tutti.

Non è ancora arrivata in Italia, ma è una ottima serie e vi aiuterà a cogliere l’accento dublinese: Love / Hate. La serie Damo & Ivor vi permetterà di notare la differenza tra l’accento dellla Northside e quello della Southside.

E con questo è tutto:

I’ll see ya, me aul pal!

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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