I denti di Dublino

La ragazza è bellissima. Ha gli occhi blu. Non azzurri. Blu.

Come (questo l’ho già scritto di altre paia di occhi irlandesi) i Fremen di Arrakis.

Nel “ristorante da poveri” (bicchieri e brocca di metallo per l’acqua, vassoi da mensa, menu settimanale. Vegetariano) dove c’è sempre qualche deragliato, la ragazza non può fare a meno di spiccare.

Ti chiede gli spiccioli. E capisci che anche lei, le gambe perfette, il corpo perfetto, il volto perfetto, fa parte dei deragliati.

La ragazza è bellissima e ha i denti marci.
Ce l’avete presente Shane McGowan, sì?
Stessa cosa.

Noi non potremmo accorgercene ma siamo con D. che è dublinese, e D. ci dice che la ragazza è una tinker. Si riconosce dall’accento, se hai l’orecchio giusto.

La sua bellezza svanisce nello spettacolo triste di lei che, mezza fatta e/o mezza ubriaca, a forza di chiedere spiccioli in maniera sempre più insistente finisce circondata dal personale del ristorante.

Il giubbotto di pelle nera non le serve neanche per somigliare a una pantera in trappola.

Anche i denti di G. sono marci. Il perché non lo so. Ormai conosco G. da quasi tre anni. Lui a Dublino ci vive. Più o meno. Perché a quanto ne so non ha una casa.

Li avete presenti quei millemila film americani in cui il detective, gradino dopo gradino, sale l’inferno dell’albergaccio malfamato in cui il deragliato di turno (a volte vittima, a volte carnefice) vive?

Ecco, non è esattamente un albergo e non è (per fortuna, visto che in più occasioni ho finito per passarci un paio di mesi della mia vita da pendolare Italia – Irlanda) esattamente malfamato, ma G. vive lì, con i suoi denti marci.

G. è un deragliato sui generis: ha il tablet, lo smartphone, tiene un diario scrivendo su dei quaderni perché comunque la carta è un’altra cosa, usa Facebook e Twitter.

Ma i denti sono marci.

Qualche giorno fa, dopo che ci eravamo, come al solito, salutati prestissimo (io con il mio doppio tè, lui con il suo doppio caffè, lui pronto a passare la giornata a parlare con chi lo ascolta, io pronto a passare la giornata ad aspettare davanti al monitor che qualcosa succeda), G. l’ho incontrato per caso lungo la Liffey, sulle passerelle con le panchine.

Era una di quelle giornate dublinesi per cui c’è solo un aggettivo: gloriose.

E G. guardava il cielo, il sole glorioso, e i suoi denti ridevano.

Con la sua storia personale di deragliato (ne conosco qualche pezzo, ma non ve la racconterò) G. era lì a ridere a quel cielo che, anche a me, strappa un sorriso, qualche volta una lacrima, ogni volta che dà il meglio di sé.

About maxorover

Max O’Rover is the pen name of Massimiliano ‘Max’ Roveri. He started writing about Ireland in 2008, after nearly a decade of fascination with the country. He now lives in Dublin, not far from Cooldrinagh — Samuel Beckett’s birthplace — and within reach of Barrytown, real or imagined. Max has worked with Irish author Catherine Dunne since 2016 and co-directs the San Patrizio Livorno Festival. After a long Italian-language phase, he now writes primarily in English, in fiction, theatre, and essays. He is the author of The Butterfly Saviour, praised by John Banville; Three Lives, currently in progress; and She-Wolf Blood, which he hopes will make him rich. For the stage, he has written multilingual plays including Not-Beckett, which will premiere at SPLF25 and has earned praise from both Patrick Bixby and Federico Platania. When not writing, planting seeds, or cooking, Max plays Skyrim or Fallout 4 with his wife Maria Grazia, who is also his life support system.

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