Home / Cinema Irlandese / Black 47 nei cinema irlandesi: recensione

Black 47 nei cinema irlandesi: recensione

Black 47 è appena uscito nelle sale irlandesi. Definito un western irlandese, Black 47 è dedicato alla pagina più nera della storia irlandese: la Grande Carestia appunto del 1847.

Un Western (ambientato in) Connemara: Black 47

Il film, dopo il prologo in cui troviamo un Hugo Weaving che, diciamo così, nella costruzione del personaggio ha dovuto guardare molto di più al suo Agente Smith che non a Elrond, inizia con una citazione beckettiana.

Anzi, una citazione al quadrato, visto che un teschio in Connemara “nasce” con Beckett e diventa un titolo di opera per Martin McDonagh.

Un teschio umano, naturalmente perché nel Connemara, nel 1847, si muore.

Non si muore di fame. Non si muore di febbre tifoide.

Si muore di Inghilterra.

Si muore di dominazione inglese, la dominazione che, mentre la popolazione rimane senza cibo, causa la perdita del raccolto di patate, continua a mandare in Inghilterra tutto ciò che quella stessa popolazione potrebbe salvare.

La storia dellla Grande Carestia (the Big Famine, An Gorta Mór in irlandese) è una storia di oppressione ed è la storia di un genocidio, che tanto somiglia a quello degli aborigeni australiani e a quello degli indiani d’America.

Ed è qui che il film diventa un western: uno dei nativi, disconosciuto dalla propria stessa famiglia proprio per essersi arruolato nell’esercito degli invasori, torna a casa in tempo per vedere distrutto ciò che della sua miglia restava.

Al reggimento dei Connaught Rangers (del “Reggimento del Diavolo” e della sua storia tormentata dovremo parlare più e meglio) che si è guadagnato da vivere esportando l’oppressione britannica in un altro continente (scopriremo che è un disertore fuggito dal reggimento di stanza in India, e le citazioni dell’Afghanistan durante il film ci ricordano che forse l’impero britannico è morto, ma l’imperialismo, no), non resta da far altro che vendicarsi.

Mi era già capitato di scrivere del Connemara come “west”: a proposito del già citato Martin McDonagh e del suo Sette Psicopatici e sulla rivista Il Colophon, più in generale sull’Ovest come linea di confine verso l’altrove irlandese; è stato interessante vedere concretizzarsi su schermo alcune di quelle mie suggestioni.

Nel film prevale spesso il non colore.

Che si tratti della nebbia, che si tratti del gelo, il Connemara: l’Ovest, il West, si presenta appunto quasi come un non luogo, o comunque un luogo denotato per sottrazione.

In questo non luogo si muovono l’Eroe, l’anti-eroe e il potere: militare, politico ed economico della dominazione inglese, con i suoi simboli.

Il film si avvia al suo triplo finale (morte, speranza, una decisione ancora da prendere) raccontandoci l’espropriazione culturale perpetrata dall’Inghilterra, vietando l’uso della lingua irlandese e usando il cibo come leva di conversione all’anglicanesimo e senza mai dimenticare di mostrarci come le scelte morali divengano molto, molto più difficili quando si lotta per la sopravvivenza.

Se volete saperne di più sulla Grande Carestia, se siete appassionati di Irlanda quanto di film western, se sentir parlare in irlandese vi dà i brividi (pur non capendo niente), dovreste vedere Black 47.

Black 47: il cast

  • Hugo Weaving: Hannah
  • James Frecheville: Feeney
  • Stephen Rea: Conneely. Uno degli attori irlandesi più popolari, in un ruolo che, magari, è anche questo (ma forse è solo la mia ossessione) una citazione di Beckettiana, di Lucky.
  • Freddie Fox: Pope
  • Barry Keoghan: Hobson. Da Love / Hate a oggi, Keoghan si sta facendo strada come attore emergente di livello mondiale. Con Black 47 torna nella sua Irlanda.
  • Moe Dunford: Fitzgibbon
  • Sarah Greene: Ellie. La vedremo presto anche in Rosie, film sulla crisi degli homeless in Irlanda sceneggiato da Roddy Doyle.
  • Jim Broadbent: Lord Kilmichael

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

Check Also

tides, Alessandro Negrini

Alessandro Negrini e “Tides”

Tides è un nuovo documentario sulla città di Derry. Un progetto di Alessandro Negrini che …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

This website uses to give you the best experience. Agree by clicking the 'Accept cookies' button or Decline by clicking 'Decline cookies'.