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Aspettando Godo

Aspettando Godo: ovvero l’ora del tè

Prima te la posano davanti e poi ti dicono:

“Vuoi una tazza di tè?”.

La guardi fumare e alzi lo sguardo sull’interlocutore. Sorride benevolo, ma sai che è una trappola.

Perché “Vuoi-una-tazza-di-tè” te lo chiedono sei, sette, otto, dieci volte al giorno. Diresti non facciano altro che scaldare acqua, macerare foglie, inzuppare bustine, versare nuvole di latte. E aspettare.

Aspettare.
Aspettare.
Aspettare.
E aspettare ancora.

La vita in Irlanda è per i tre/quarti attesa.

Una qualche forma di deviazione spazio-temporale della mente fa sì che in Irlanda, aspettare, sia bellissimo. Forse perché fuori piove e non ci sarebbe granché da fare. Ma intanto sei lì che aspetti. Aspetti che spiova. E mentre lo fai tanto vale occuparsi. Si aspetta per tutto. Aspetti per il tè, aspetti per la Guinness, aspetti all’aeroporto, ai semafori, all’autobus, aspetti la fine della carestia, la liberazione dalla Gran Bretagna, la venuta del messia. O che smetta di piovere. Aspetti.

“Quando Dio ha fatto il tempo ne ha fatto abbastanza”,

recita un antico proverbio irlandese.

Aspettare, attendere. Attendere, aspettare. Pare non ci sia altro da fare in questa terra bastonata dal vento e dalla pioggia. E tra un’attesa e l’altra ci si innamora, ci si sposa, si fanno dodici figli, si va in vacanza in Spagna, si invecchia, ci si pensiona e si muore. Sempre aspettando.

Così, aspettando l’ora di farsi una Guinness ci si fa un tè e si aspetta che sia pronto. Ma anche aspettando l’ora di andare a lavorare ci si fa un tè, e si aspetta che sia pronto. E così mentre si aspetta che inizi il film. O aspettando di uscire. Ci si fa un tè, e si aspetta che sia pronto.

Il tè, in fondo, è l’essenza dell’attesa come filosofia di vita. Per questo te lo propongono dieci volte al giorno. Potrebbe sembrarti che ti stiano semplicemente chiedendo se vuoi berne una tazza, ma quello che in realtà stanno facendo e insegnarti ad aspettare. Farti penetrare in un’esistenza che è attesa e pazienza e sospensione.

Dalle nostre parti il tè è robetta raffinata o bevanduccia riservata ai malati.

Noi figli della moka e della cuccuma, che ci risvegliamo col denso e penetrante odore dell’arabico; gusto rotondo e avvolgente, nero, impetuoso.

Lava incandescente eruttata da vulcani Bialetti. Che vuoi dunque che sia quel risciacquo di piatti che gli inglesi sorseggiano alle cinque del pomeriggio sotto il ritratto della Regina con espressioni del tipo: “Esso è delizioso, non lo è esso?”.

Piccolo inciso su certi stereotipi.

Non è la Gran Bretagna il paese col maggior consumo pro-capite di tè. È la Turchia. Segue l’Irlanda. E solo in terza posizione troviamo i sudditi di sua maestà.

In ogni caso, nella nostra testa c’è quell’immagine lì. Salottino, caminetto, ritratto della Regina, e tè in tazze di porcellana fine sorseggiate con britannica flemma.

E infatti così lo viviamo anche noi alle nostre latitudini. Il tè è piccolo rituale elegante con bustine a prezzi esorbitanti. Le compriamo a peso d’oro. Confezioncine da venti impacchettate in bustine più piccole che contengono altre bustine che contengono il sacchettino finale di tè. Fruttato.

Al Patchouli, all’arancio, ai fiori di ciliegio, al caramello. È interessante come, da noi, tè e bagnoschiuma abbiano le stesse essenze.

Se va bene, al bergamotto. L’Earl Grey Tea. Perché così ci sentiamo tanto inglesi. E poi zucchero? Due cucchiaini, grazie. E un po’ di limone? E certo, non vuoi mica bere il tè senza una spruzzatina di limone. Anche la spruzzatina di limone ti fa sentire un po’ conte di Windsor.

Il sacchettino di tè con la sua codina da inzupparlo due o tre volte e quando l’acqua comincia a volgere ad un ambra chiaro, allora togliere la bustina.

Se poi si hanno tendenze etnicofile, allora andiamo in certe erboristerie, tisanerie, sale da tè, dove lo si compra sfuso, a piccoli cucchiaini d’argento pesati su bilancine tibetane, e ci indebitiamo fino alla terza generazione per portarcene a casa un sacchettino che però, ti assicurano, è decisamente un’altra roba!

Ecco: dimentichiamo tutto questo.

Il tè, in Irlanda, si beve a manciate. Metti a scaldare l’acqua, e quando è abbastanza calda da fondere i cucchiaini, si prende una manciata di bustine a casaccio e le si getta nella teiera. È, per definizione, una teiera, qualsiasi recipiente non bucato atto a contenere un liquido. Possibilmente senza fondere a contatto con l’acqua incandescente. Le bustine vengono dimenticate là dentro per un tempo indefinito. Ere geologiche. Ci si sono estinti i dinosauri, aspettando che il tè fosse pronto. Nel frattempo si tirano fuori le tazze.

Il servizio buono generalmente è composto da mugs. Tazze cilindriche alte sette, dieci centimetri. Tozze, dure, resistenti. Ottime da scagliare nel corso di liti domestiche. Forse per questo, o forse no, sono spesso scheggiate, crepate, col manico rotto. Non ce n’è una uguale all’altra. In una credenza a caso troverai invariabilmente la mug dei Celtic, quella con uno Spitfire della Seconda Guerra Mondiale, una con babbo natale e una con su scritto “Buongiorno un c*o”.

Nel dogma dei puristi l’interno delle tazze deve essere marrone. Si sostiene che le tazze vadano risciacquate ma non lavate affinché si inguantino di teina. Bere in una tazza marrone è sintomo che quella tazza ha attraversato l’inferno. Ed evidentemente se il tè è capace di fare quello a una singola tazza di porcellana, immagini facilmente, con una certa dose di angoscia, le tracce che può lasciare nel tuo corpo.

Ma nel frattempo, a forza di aspettare, il tè è diventato nero. Altro che ambrato dopo cinque minuti di infusione. Nero e incazzato. Getti un’occhiata e ti sembra di guardare una notte scura e senza stelle o un buco siderale. Solo agitando la teiera lo si sente sciaguattare e ci si rende conto della sua presenza.

Ora il tè è pronto. E viene versato nelle tazze che aspettano a bocca spalancata. Il tè cade con un getto poderoso. Ne risale un geyser di vapore che fulmina le lampadine al soffitto. La tazza stride, si incrina, ma non cede. Capolavoro d’Efesto, resiste. Ma guai a prenderla in mano, sarebbe ustione assicurata e perdita immediata delle dita che cadrebbero a terra tintinnando.

Si aspetta. Che raffreddi, questa volta.

Niente zucchero e limone, ovviamente. Solo un velo di latte è ammesso. E qui le scuole si spaccano. L’ortodossia prevede che il latte sia depositario primo, antropologicamente ancestrale, da sempre in attesa sul fondo della tazza; perché così facendo, il tè bollente che gli verrà versato in testa lo scotterà e lo cuocerà. Non si chieda conto della validità scientifica di questa tradizione. Il sapere druidico è cosa antica. Non è dato di penetrarlo. Si domanda agli adepti una cieca fede incrollabile.

Altrimenti ci si iscriva all’eterodossia di chi il latte lo versa dopo. E onestamente è più bello. Un piccolo tuffo e la nube di latte che si allarga nel tè è uno spettacolo che, da solo, merita il prezzo del biglietto. È ipnotico.

Potresti rimanere ore, giorni, settimane, a guardarlo (ancora aspettare, dunque). Le sue volute sono un nebbia misteriosa e fiabesca. Si può scorgere un artiglio di drago, il lungo collo di Nessie o un relitto del Titanic, in una tazza di tè col latte.

Ovviamente, manco a dirlo: niente profumi strani, per il tè. Niente tè alla rosa del deserto. Il tè è tè. Punto. Al massimo sia concessa la possibilità di scelta tra il Barry e il Lyons. Attenzione. Non è una scelta a cuor leggero perché l’intera popolazione irlandese si divide su questa che, a un profano, potrebbe apparire una semplice quisquilia. Ci sono famiglie andate in frantumi. Amici di infanzia che non si parlano più. Padri che hanno rinnegato le figlie.

Va bene. Sto un po’ esagerando. Ma neanche troppo.

Quando entri in una casa ti chiedono subito: Tu cosa sei? Barry o Lyons? Ci sarebbe anche il Bewleys, ma è un po’ come i Verdi alle elezioni.

Non proprio inutile ma quasi.

Io, personalmente, sono Lyons. E lo sono stato da subito. Dalla prima sorsata. Non so se fu un colpo di fulmine. Di sicuro fu un colpo.

Diciassette, diciotto anni, una cosa così. Prima volta in Irlanda. Sono in cucina. La mamma irlandese che mi accudiva come un piccolo pulcino bagnato lontano dal nido, me la posa davanti e mi dice:

“Vuoi una tazza di tè?”.

Adesso lo so, ma all’epoca ignoravo l’intera la storia del tè, dell’attesa, e tutte quelle altre cose lì. Per me, come detto, il tè era cosetta raffinata o bevanduccia da ammalati. Niente più. E allora dico sì, come se quella della mamma fosse stata una vera domanda e davvero avessi avuto il diritto di oppormici; e mi bevo così il primo sorso di tè.

Ascolta.

Incomincia come una robetta da nulla. Il battito cardiaco che prende leggermente ad accelerare. Hai una piccola contrazione dell’occhio, ma fai finta di niente; ti aggiusti sulla sedia e cerchi di dimostrare scioltezza. Poi però un formicolio lungo il braccio scende alle mani che si contraggono, e non riesci a tener chiuse le dita. La schiena pizzica, gli occhi si dilatano, scariche d’adrenalina ti attraversano i chakra e le terminazioni nervose.

Dopo un attimo hai occhi da civetta e palpitazione incontrollabile e non riesci a stare fermo sulla sedia e “Tutto bene?” ti chiedono gli altri un po’ preoccupati.

Tu fai sì sì con la testa, l’unica parte del corpo che ti sembra di poter ancora controllare, ma in realtà la tua anima è in una fase trascendentale che ha superato i limiti delle pareti di casa ed è volata via, da qualche parte nel macro o nel micro cosmo. Il tuo corpo è lì; tutto il resto non c’è più.

Apparentemente è normale. Capita, le prime volte. Basta aspettare: Di nuovo. Ancora. E poi l’anima torna al suo posto.

Sono in cinque in cucina. Chini sul tavolo verso di te e ti stanno osservando. Senti che qualcuno dice: “Forse è morto.” Poi il padre prende la situazione in mano.
“Sei sicuro di stare bene?”
“I’m… I’m… I’m…” ti sei incantato. Si guardano preoccupatissimi. Leggi il panico nei loro occhi. E con uno sforzo sovrumano ti sblocchi.
“I’m grand.”
Sospiro di sollievo generale. Esplodono le risate e gli schiamazzi. “He’s grand!”. “O’course he is!”.

Nel frattempo la mamma irlandese te ne ha messa un’altra davanti e ti ha detto: “Vuoi un’altra tazza di tè?”.

Ecco. Quando esci vivo da un’esperienza come quella, è ovvio che non sei più l’uomo che eri prima. Sei come un miracolato. Uno che è uscito dal coma o che ha camminato sui carboni ardenti. Chiedi cosa ti abbiano dato da bere. Lyons, ti dicono. Lyons, ti rigiri quella parola nella bocca come un sorso di tè. Lyons. E da quel momento sai che non ce ne saranno più altri. Sai che se ne potranno andare a fanculo il Barry, il Bewleys, il tè al Patchouli, al mandarino e ai frutti di bosco. Anche Sir Grey e il suo bergamotto se ne possono andare a fanculo. Perché ormai esiste solo il Lyons. E quando vai al supermercato e trovi la confezione da 600 bustine, allora gli occhi ti volgono al bianco e capisci che la trascendenza può raggiungere altri livelli fino allora sconosciuti.

La mistica dell’attesa. La dottrina della teina. Il paziente sussurrare del tempo che è poi l’aspettare.

E Aspettando, Godo.

Certo, poi resterai condannato per sempre a terrificanti insonnie notturne. Ma ne vale la pena. Mentre aspetti di riaddormentarti potrai sempre farti un’altra tazza di tè.

About Francesco Scarrone

Francesco Scarrone ha scritto per il teatro e per il cinema. Ha sceneggiato 'The Repairman' per la regia di Paolo Mitton e 1978, 'Vai piano ma Vinci' (Nomination David di Donatello 2018) per la regia di Alice Filippi e 'Fuori Onda' (Regia Nicoletta Polledro). Arno Klein e Il Mulino di Amleto hanno rappresentato molte delle sue opere teatrali. Ha scritto 'Ecuba - ovvero il banchetto dei morti' per Franca Nuti. Ha rivisitato Alice nel Paese delle Meraviglie per la regia di Marco Lorenzi in una produzione del Teatro Stabile di Torino. Ha scritto inoltre due libri, 'Di lama e d'ocarina', edito dalla Gorilla Sapiens edizioni e 'Dublino 90' per la Rogas Edizioni.

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