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L’alluvione: un racconto irlandese

ItalishMagazine è nato come progetto molto, decisamente molto legato alle storie irlandesi. Il racconto irlandese è un piccolo grande gioiello nello sterminato panorama letterario dell’Isola di Smeraldo. Questo racconto, e altri che seguiranno, sono un omaggio alla tradizione irlandese della short story.

L’alluvione: un racconto irlandese

L’alluvione – I

Maeve Best aveva un nome da regina e un cognome da calciatore di successo.

Maeve era stata una regina leggendaria che aveva dato parecchio filo da torcere al marito.

George Best era stato un attaccante che era stato famoso tanto per le sue reti spettacolari quanto per la quantità di donne che aveva avuto e di alcool che aveva ingurgitato.

Entrambi avevano fatto una brutta fine.

Sia Maeve sia George Best erano stati esempi di genio e sregolatezza (di sregolatezza, almeno, di sicuro, entrambi), ma il vocabolo sregolatezza non si addiceva a Maeve Best.

Maeve, comunque, era stata una ragazza fortunata.

Rory Hayes era arrivato a Belfast da Cork, in cerca di lavoro. Lo aveva trovato, come operaio edile. Invece di lasciare completamente l’Isola aveva preferito provare in quel territorio alieno che è l’Ulster inglese. Almeno, non doveva prendere il traghetto per tornare a casa, quando poteva andare a casa.

Maeve e Rory si erano conosciuti in fila dal macellaio, un sabato mattina. Maeve doveva comprare i rognoni per il pasticcio della domenica, quello che sua madre cucinava ogni domenica. Rory doveva comprare le salsicce e il black pudding per le colazioni della settimana, le colazioni sua e degli altri tre operai con cui divideva due stanze.

Si erano visti per diversi sabati, un sabato si erano parlati, qualche sabato dopo erano usciti insieme.

I Troubles, i disordini tra Cattolici e Protestanti, pian piano diminuivano di intensità, mentre il lavoro di Rory andava bene. Si erano sposati, Maeve e Rory.

Poi Rory era riuscito a mettersi in proprio e, in società con il cugino, alla fine aveva trasferito l’impresa di ristrutturazioni edili a Dublino. Dopo quattrocentocinquanta anni di attesa, le cose cominciavano ad andare meglio, in Irlanda, e Dublino era la città in cui doveva vivere e lavorare chi aveva voglia di fare strada.

A metà degli anni novanta Maeve e Rory erano una coppia benestante che viveva in una bella villetta a Monkstown. Una villetta a due piani, con il muro bianco, il portone colorato di rosso con il battente in bronzo dorato e due bovindi, uno in sala e uno nell’ingresso.

Voleva essere indipendente, Maeve Best.

Lo aveva sempre pensato: ogni sabato che andava alla macelleria, con i soldi che suo padre lasciava a sua madre, pensava che non avrebbe voluto chiedere al suo futuro marito i soldi per la spesa. Per questo, anche se non ce ne sarebbe stato bisogno, Maeve, quando si era trasferita a Dublino con Rory, aveva cercato lavoro. E lo aveva trovato. Lontano da casa, ma lo aveva trovato.

Era arrivato anche un figlio. Uno solo: sia Maeve sia Rory ne avevano avuto abbastanza delle famiglie numerose. Quindi un figlio solo, uno soltanto su cui riversare tutto l’affetto e tutte le possibilità economiche che una famiglia benestante può avere.

John Patrick Hayes era nato quando Maeve aveva quarantuno anni. John Patrick era nato quando i due genitori si erano sentiti pronti, quando il conto in banca per il futuro figlio aveva raggiunto la somma che si erano prefissi, quando era il momento giusto.
Maeve lavorava in una concessionaria di automobili. Automobili tedesche. Eleganti, affidabili, sicure.

Maeve andava al lavoro con una piccola utilitaria americana, Rory aveva sempre avuto auto più grandi, in genere fuoristrada Land Rover, perché per lavoro spesso doveva transitare su strade sterrate o comunque in pessime condizioni.
Non aveva mai avuto occasione, Rory, di comprare un’auto nella concessionaria in cui lavorava la moglie. Non aveva mai avuto occasione, fino al maledetto ottobre del duemilasette.

Si chiamano SUV, Sport Utility Vehicles. L’evoluzione del fuoristrada. Rory aveva tradito la Land Rover e, a settembre del duemilasette, nella concessionaria in cui lavorava sua moglie, aveva acquistato un SUV della casa tedesca. Lo aveva preso di colore bianco. con le grandi ruote nere, la linea aggressiva e una sorta di pinna sul tetto, a Maeve ricordava un’orca.

C’era anche John Patrick, quando Rory ritirò il SUV. Era un sabato mattina, un sabato che Maeve si era tenuta libera: quel sabato era alla concessionaria da cliente, accompagnava il marito che acquistava una macchina costosa, bella, potente.

A John Patrick il direttore della concessionaria regalò un modellino dell’auto che il padre stava acquistando. Rory si mise John Patrick sulle ginocchia. Maeve pensò che il SUV era davvero grande se John Patrick, dentro, che stringeva il volante stando sulle ginocchia di suo padre, sembrava così minuscolo, anche adesso che ormai non era più un bambino, ma ormai quasi un ragazzo.

Perché crescono in fretta, i bambini, nel ventunesimo secolo.

Poi Rory fece scendere John Patrick dalle sue ginocchia, anche Maeve salì sul SUV e la famiglia, su quell’orca bianca con le ruote nere, si produsse in un giro di prova fino a Santry, poi a Elmgreen e poi giù, verso casa, proseguendo verso sud sulla M50.

Non tutti i folletti irlandesi sono buoni e di animo gentile. Ce ne sono anche di demoniaci, come il Phuca. Tra il folletto malvagio e l’orca a quattro ruote motrici, fu il folletto a vincere. Era un sabato pomeriggio. Ma in Irlanda, in ottobre, non esistono i pomeriggi. C’è qualche ora di luce, e poi c’è la notte. Nel buio della pioggia, il SUV finì nelle acque del Pollaphuca dal ponte della N81.

La polizia non riuscì a capire esattamente che cosa era accaduto.

Dissero che forse Rory aveva sbandato per evitare un’altra macchina, o un animale.

Quel sabato Maeve era al lavoro. Rory aveva portato John Patrick su e giù per i monti Wicklow. A John Patrick piaceva molto camminare all’aria aperta, anche con il brutto tempo.

Le telefonarono quando stava per uscire dall’ufficio della concessionaria in cui si occupava dei finanziamenti ai clienti. Era la Garda, così si chiama la polizia in irlanda.

Una pattuglia aveva trovato il guard rail sfondato sul ponte. Immediatamente era stato chiamato da Santry il Nucleo Sommozzatori. Rory e John Patrick erano rimasti imprigionati nel SUV. Annegati.

Quello del duemilasette fu il peggior Natale della vita di Maeve. Tornò a Belfast, dalla madre. Rimase là da dopo il funerale fino a gennaio. Si costrinse ad andare in macchina, sulla sua utilitaria americana, perché sapeva che, se non fosse tornata a Belfast da sua madre in macchina, da sola, non sarebbe più riuscita a guidare un’automobile in vita sua.

A gennaio tornò a Dublino, in macchina, e tornò a lavorare.

L’alluvione – II

Era passato poco più di un anno dall’incidente.

Qualche mese prima Maeve aveva messo in vendita la villetta di Monkstown. Voleva trasferirsi più vicina al posto di lavoro: c’erano giorni in cui il viaggio era massacrante, a causa del traffico. Purtroppo non era facile vendere la casa: la crisi economica era arrivata anche in Irlanda. Maeve spesso si era chiesta se fosse il caso di vendere la villetta a un prezzo stracciato pur di liberarsene, una volta e per sempre. Per chiudere con il passato, definitivamente.

Casa nuova, vita nuova.

Anche il lavoro cominciava a risentire della crisi, ma il suo posto non era affatto in discussione: era esperta, era brava.

” E allora, signora Best, quando potrò ritirare la mia auto? “

” Un attimo… A quanto pare, signor Lato, dovrà avere ancora un po’ di pazienza. “

Mentre era al telefono con il cliente, il signor Tadeusz Lato, Maeve verificava sul monitor lo stato di avanzamento del finanziamento e dell’ordine. Nessun problema sul fronte finanziamento, ma l’auto doveva ancora arrivare. pensò Maeve mentre al telefono il signor Lato cominciava ad avere una nota di alterazione nella voce:

” Signora, è sicura che il finanziamento sia a posto? Non è che ci sono dei pregiudizi contro i Polacchi? Io lavoro onestamente! “

” No, signor Lato, nessun pregiudizio, le assicuro. Né da me, né da nessuno dei miei colleghi. Posso assicurarle personalmente che il finanziamento è già stato approvato, e da tempo. è solo che… Deve soltanto arrivare la sua auto. “

“E poi parlano di crisi! Io la voglio comprare, l’auto! Ha visto che tempo da lupi? Sono stufo di stare ad aspettare autobus strapieni e puzzolenti per andare a lavorare! “

” Signor Lato, la penso come lei. Sulle auto e… Sul tempo. Non appena avrò notizie la chiamerò io, d’accordo? “

Il signor Lato non rispose. Era caduta la linea. Un fulmine e, qualche secondo dopo, un tuono assordante prennunciarono il black out. mentre Maeve riattaccava la cornetta andò via la luce, ma solo per un paio di minuti. Giusto il tempo di far azionare i ‘bip’ dei gruppi di continuità dei computer. Sembravano un gruppo di oche starnazzanti, pensò Maeve.

Che in Irlanda piove molto e piove spesso lo sanno tutti. Ma stava piovendo veramente moltissimo, in quei giorni. Molto, e per molto tempo, ogni giorno.

Era un inverno duro.

Non appena tornò la luce il telefono sulla scrivania di Maeve suonò.

” Ma signora Best, mi ha riattaccato in faccia!? “

” Ma no, signor Lato, vede… “

Un altro fulmine. Un altro tuono. La comunicazione morì, nuovamente. Il concerto di ‘bip’ ricominciò. Maeve aveva un ufficio tutto suo. Non per prestigio, ma per praticità: i clienti che venivano per i finanziamenti avevano bisogno di privacy.

Non sarebbe stato bello parlare di stipendi e di quanto potevano permettersi di spendere al mese. Perché, e questo aveva sempre fatto storcere il naso a Maeve, c’erano anche molti clienti che venivano a cercare di comprare un’auto che non potevano permettersi.

E allora si incavolavano, e le provavano di tutte, e tiravano fuori fattorie di zie e nonni come garanzia…

A Maeve quei clienti non piacevano.

L’ufficio di Maeve aveva comunque come parete verso la zona espositiva una vetrata. Maeve vide il direttore della concessionaria che stava facendo il giro delle postazioni dei venditori nell’open space dell’esposizione.

Stavano spegnendo tutti i computer. Per un attimo Maeve ebbe l’impressione di star guardando dei pesci in un acquario. Poi realizzò che la sua stanza era molto più piccola dello spazio aperto che stava contemplando, per cui, forse, quella nell’acquario era lei.

Il direttore si stava avvicinando all’ufficio di Maeve con un mezzo sorriso. Aprì la porta, che era anch’essa trasparente. Una volta un cliente ci aveva sbattuto contro la faccia. Nella faccia sorpresa che percuoteva il vetro una Maeve sobbalzante aveva visto le otturazioni dei molari del cliente, la bocca lasciò una specie di traccia da lumaca sul vetro della porta…

“Dobbiamo spengere tutto, Matthew?”

“Sì, Maeve, forse è meglio. La corrente è saltata in tutta la zona. Ci prenderemo tutti una pausa, vediamo che succede. Ma il cielo fa spavento…”

Maeve spense diligentemente il computer.

Non c’era, nel suo ufficio, nessuna traccia di ciò che era stata la sua famiglia. Lo sfondo del desktop era il classico blu di Windows, sulla scrivania ‘vera’ non c’era nessuna cornice, nessuna fotografia.

Portava ancora la fede al dito, Maeve. Naturalmente. Solo la sua. Quella di Rory era a casa, nel cassetto del comodino di Rory.

Quando l’alimentatore del computer tacque Maeve, sorpresa come ogni volta, si accorse di quanto fosse rumoroso mentre era acceso. Il concerto di ‘bip’ stava scemando, perché più o meno tutte le postazioni erano state spente.

Si chiese, Maeve se era meglio rimanere nella stanza o unirsi ai colleghi che si stavano tutti dirigendo nel salottino che divideva l’esposizione dalle officine, il vano in cui si prendeva un tè (o comunque una brodaglia definita tè) o uno snack dai distributori automatici quando si era in pausa o quando non c’erano clienti.

Tranne una ragazza molto giovane che lavorava in officina da qualche mese (è proprio vero che i tempi cambiano!), Maeve aveva soltanto colleghi uomini. Non aveva molto da dire mentre parlavano delle partite di hurling, lo sport irlandese per eccellenza, o di rugby, o della squadra di calcio del Manchester, proprio quella in cui aveva giocato George Best ormai tanti anni prima, al tempo dei Beatles.

Maeve non aveva mai seguito lo sport.

Maeve decise di andare comunque, di uscire dall’ufficio. Era l’unica vedova sul posto di lavoro, era sicura che qualche volta i suoi colleghi la guardassero in modo strano. Forse perché qualche volta si comportava ‘davvero’ in modo strano? Non seppe rispondersi.

“Andrò a prendermi un tè schifoso” si disse Maeve lasciando l’ufficio.

Era l’ultima ad arrivare e la cosa non le piacque. Si sentiva tutti gli occhi addosso. Ma era solo colpa sua, che si era trattenuta a valutare di fare la solitaria. Mancavano, in realtà, altre due persone, Cillian e Pierce, due ragazzi dell’officina, ma non era una sorpresa perché Maeve li aveva visti uscire un’ora prima.

Un paio dei ragazzi e Laura, la ragazza-meccanico, stavano fumando. Laura stava facendo uscire il fumo attorno al piercing che aveva sotto il labbro inferiore.

Maeve non fumava e non le piaceva il fumo: ne odiava l’odore che rimaneva sui vestiti e sui capelli.

La porta che dava sull’officina era aperta. Da lì si poteva vedere il portone aperto dell’officina. Pioveva così forte da sembrare notte. A Maeve sembrava di aver letto una volta qualcosa che uno scrittore (un Tedesco?) aveva scritto sulla pioggia in Irlanda. Su quanto fosse ‘solida’. A guardare fuori dal portone dell’officina, in effetti, sembrava che quella pioggia potesse essere scolpita.

Tuoni e lampi. lampi e tuoni. Qualcuno fumava, qualcuno mangiava o beveva. Maeve era in piedi, in un angolo, e si sentiva trasparente.

Improvvisamente ai tuoni si aggiunse un altro rumore. Colpi di clacson. Ripetuti, impazziti. Il rumore di un motore che si avvicina.
Il fuoristrada aziendale, quello che avevano preso Cillian e Pierce, si scolpisce sotto la pioggia e entra dal portone con stridìo di freni.

“Il solito rompiballe”. è Conn a parlare, il capo officina. è il più vecchio lì dentro, lavora alla concessionaria da sempre. Maeve sa che Conn e Cillian non si piacciono. Mai tenere due galli in un pollaio…

Cillian e Pierce scendono dal fuoristrada. Urlano. “via tutti! Via tutti! il Tolka ha tracimato!”

Il salottino si svuota immediatamente, tutti corrono in officina. Maeve cammina, ultima.

Conn e Matthew sono davanti a Cillian e Pierce. Cillian e Pierce hanno degli stivaloni da pescatore.

“Cosa c’è?” Chiedono Matthew e Conn all’unisono. è Cillian che risponde. Pierce è giovane, molto giovane, se ne sta zitto, dietro a Cillian.

“Il fiume è straripato. più a valle , per ora, ma continua a piovere a dirotto, potrebbe straripare a monte o… qui! Dobbiamo andare via!”

“Ma siete sicuri?” Chiede Conn.

“Sì!” Risponde Cillian. Pierce annuisce.

“Dobbiamo pensare alle macchine!” Esclama Matthew. Questa volta è Conn ad annuire.

“Pensi alle macchine? È pericoloso stare qui! Andiamocene!”

Non ci sono più di tre centimetri tra il naso di Cillian e quello di Matthew.

È una sfida.

Lo pensa Maeve, lo pensano tutti. e Conn non è il solo a pensare che Cillian sia un rompiballe.

“Cillian… Ragiona, una volta tanto. Qui siamo in una zona più alta, e le fondamenta rialzano la concessionaria di un altro mezzo metro. Dobbiamo spostare più macchine che sia possibile sul parcheggio al primo piano. Non ci credo che l’acqua possa arrivare lì, è impossibile. E, se arrivasse al primo piano, potremmo sempre salire sul tetto! Dobbiamo spostare le macchine. Ecco che cosa dobbiamo fare. Forza ragazzi!”

Se era una battaglia, Cillian l’ha persa. Tutto il personale sembra come percorso da una scossa elettrica. Solo Cillian rimane fermo.

E Pierce.

E anche Maeve rimane ferma: si sente d’impaccio. Conn divide il personale in squadre, vengono distribuite le chiavi di tutte le auto che in quel momento sono nel piazzale scoperto, dietro l’officina, sotto il muro d’acqua.

“Cillian, vieni?” Chiede Conn a Cillian, ma la sua faccia è quella di un uomo che conosce già la risposta.

“No Conn. Voglio andarmene con il fuoristrada, voglio portare su l’aspirazione dell’aria. Voglio andarmene, il prima possibile.”

“Fai come ti pare Cillian, come al solito?”

“E tu, Pierce, vieni?” Chiede Conn.

“Sì, vengo.”

Le squadre sono al lavoro e Conn dirige il traffico. La rampa che porta le auto al primo piano sembra un’autostrada intasata. La vede, Maeve, dai finestroni dell’officina.

Nessuno le ha chiesto di fare niente. Cillian invece sta percorrendo in lungo e in largo l’officina, ha raccolto un tubo flessibile, un telo di nylon, dello scotch e degli attrezzi. Ora è con la testa nel cofano, ora è con la testa sotto il fuoristrada.

La pioggia martella il tetto dell’edifico, come i tettucci delle auto che risalgono la rampa, come tutta Dublino, forse tutta l’Irlanda e, Maeve si chiede se sarebbe mai possibile che potesse, anche una sola volta nella storia, piovere contemporaneamente su tutto il pianeta, su tutte le persone che lo abitano.

“Vuoi una mano?” Chiede Maeve al sedere di Cillian, che ha il busto sprofondato nel cofano del fuoristrada.
Cillian risale dalle profondità. “Eh? No, Maeve, tutto a posto. Tu, piuttosto?”

“Tutto ok, grazie.”

“Tu dove avevi parcheggiato, Maeve?”

“Vicino al pub di O’Donovan, ero andata a prendere due cose al supermercato prima di entrare al lavoro.”
“Lì l’acqua era già alta…”

“Ah. Capisco. Pazienza.”

“Se ce la faccio a sistemare il fuoristrada così da non rischiare di rimanere bloccati vuoi venire con me?”

“Non importa Cillian. Grazie comunque.”

Cillian si tuffa di nuovo nel ventre del fuoristrada.

Maeve si avvicina al portone dell’officina. Conn sembra un lupo di mare: ha rispolverato fuori da non si sa dove una cerata verde militare e degli stivaloni gialli, dà indicazioni, ritira le chiavi delle macchine portate ‘in salvo’…

Tra le macchine che sono ancora nel piazzale, sotto il martellamento incessante della pioggia che a tratti è anche grandine, c’è anche un SUV. Uguale a quello in cui sono morti John Patrick e Rory.

Stesso colore.

Bianco, con le enormi ruote nere. Come un’orca. Un’orca che aspetta l’acqua, che si sta avvicinando.

Maeve torna in ufficio, prende l’impermeabile e il cappello. Torna ancora sui suoi passi e attraversa il portone dell’officina. Non dice niente a Cillian, che sta cercando di fissare il tubo che esce dal cofano semiaperto del fuoristrada sul parabrezza, utilizzando scotch, nylon, fil di ferro e uno dei tergicristalli.

Scomettiamo che nessuno si accorge che sono nel piazzale?

La pioggia è come un miliardo di chiodi che la colpiscono. Il cappello si affloscia immediatamente, i capelli si bagnano. Si avvia verso il SUV bianco. Sarà una delle ultime auto ad essere spostata, vista la posizione defilata rispetto alla rampa. Il piazzale e la concessionaria sono effettivamente sopraelevati: sembra di essere su un’isola circondata dal fango e illuminata solo dai lampi.

Vicino al SUV c’è un cancelletto in ferro. Da lì si può uscire in direzione del fiume. Oltre il cancelletto c’è un tratto di asfalto con i cassonetti dell’immondizia. Maeve si avvicina al cancelletto. È chiuso. Crede di sapere dove si trovano le chiavi.

Scommettiamo che non si accorgono che apro il cancelletto?

Torna indietro, attraversa ancora una volta l’officina, che adesso ha l’odore soffocante dei gas di scarico perché Cillian ha acceso il fuoristrada per provare Dio solo sa cosa (non solo Dio, forse, ma Maeve non lo sa di sicuro). Entra nell’ufficio di Matthew. Il suo mazzo di chiavi è lì. Il mazzo di tutte le chiavi di tutte le porte della concessionaria. Anche di quella del cancelletto.

Maeve entra nell’officina mentre Cillian sta uscendo dal portone con il fuoristrada. Suona il clacson e sbraita, Cillian, perché il flusso di auto verso il piano superiore gli impedisce di guadagnare l’uscita.

Questa volta non si bagna Maeve, perché è già fradicia. Raggiunge il cancelletto, comincia a provare le chiavi del grosso mazzo. La terzultima è quella giusta, con uno scricchiolio che solo Maeve, nel frastuono della pioggia, può sentire, il cancelletto si apre.

Maeve guarda ancora una volta il SUV e esce.

Due gradini. Sulla piattaforma che ospita i cassonetti l’acqua è alta solo una decina di centimetri, ma Maeve sa che anche la piattaforma è sopraelevata rispetto al prato, invisibile sotto l’acqua piombigna, che divide la concessionaria dal letto del fiume.

È in quel momento che Maeve realizza che ormai il letto del fiume è quello, che il fiume si è mangiato il prato e potrebbe salire ancora.

Scommettiamo che l’acqua non è così fredda?

Maeve fa qualche passo. L’acqua è fredda. Freddissima. Ma non per Maeve. Si toglie le scarpe fradicie per camminare meglio. Sente con le dita dei piedi l’erba che non può vedere, percepisce la mollezza del terreno imbevuto. Si costringe a non battere i denti per il freddo, Maeve. Trova che anche l’impermeabile le sia d’impaccio, come e forse più delle scarpe. Lo toglie. Rimane dietro di lei a galleggiare come un fantasma nella luce incerta.

È come se camminasse dentro l’acqua.

Scommettiamo che trovo il punto esatto in cui comincia il vero letto del fiume?

L’acqua aveva già raggiunto le cosce, ora è al bacino. Maeve sa che a questo punto sarebbe più semplice nuotare, ma si ostina a puntare i piedi sul terreno molliccio, là, sott’acqua. L’acqua è all’ombelico.

Prosegue.

Maeve è sicura che basti solo un altro passo. Il vecchio Tolka non è più un vero fiume, è stato riorganizzato dalla mano e dal volere dell’uomo. C’è un dislivello artificiale che limita il letto del corso d’acqua. Certo, non lo limita in questo momento…

Maeve è sicura di essere esattamente su quella soglia, lo sente dall’indurirsi del terreno sotto i suoi piedi che preannuncia la striscia di cemento. L’acqua ormai le lambisce i seni, è veramente difficile tenere ancora i piedi per terra, continuare a tenere i piedi per terra, ciò che Maeve ha fatto per tutta la vita e che le è servito solo a ritrovarsi vedova e madre di un figlio morto.

Maeve cerca un segno.

Qualcosa che le dica che è arrivato il momento di compiere, letteralmente, l’ultimo passo, prima di abbandonarsi all’acqua. Le sembra di vedere qualcosa di più grigio muoversi sul buio dell’acqua. Decide, sa, che quello è il segno che aspettava. Un passo, non c’è più terra sotto i suoi piedi.

Mentre la sua testa finisce sott’acqua Maeve crede di sentire un rumore provenire dalla cosa grigia che l’aveva appena superata. Le viene automatico inarcare la schiena e respirare, ancora una volta, aria, mentre il rumore si definisce meglio.

Un lamento, che proviene dalla cosa grigia.

Maeve vuole sapere, prima di continuare ad uccidersi, che cosa c’è nella cosa grigia.

Il suo corpo non è più una cosa abbandonata all’acqua e nell’acqua. Il suo corpo nuota e con tre bracciate raggiunge la cosa grigia. È un fusto di birra sfondato.

Afferrandolo Maeve si taglia sul metallo. Il lamento è in realtà una cacofonia di miagolii disperati. Una gatta e dei gattini. Non era il metallo ad averla tagliata. è stata la gatta, che cerca di proteggere i suoi figli.

C’è acqua, nel fusto sfondato, e i gattini sono piccoli. La madre sta cercando di aiutarli, ma non sa che cosa fare e non sa come farlo. La gatta, semplicemente, odia, perché è impotente.

È il muso della gatta, l’odio in quegli occhi sbarrati per l’acqua, per quella donna, per non saper gridare aiuto ma solo miagolare, che convince Maeve a smettere di uccidersi.

A Maeve era rimasto in testa il cappello. Se lo toglie e lo getta nel fusto. Chissà, spera di dare un po’ di riparo ai piccoli. Poi capisce che è un gesto assolutamente inutile, stupido. l’ennesimo graffio che si prende dalla gatta è la giusta ricompensa.

Allora Maeve capisce che c’è solo una cosa da fare: tornare all’asciutto, spingere il fusto all’asciutto, sperando che la madre in qualche modo riesca a tenere vivi i figli, nel frattempo. Intorno tutto è buio, un lampo illumina la concessionaria, da cui la corrente sta allontanando Maeve.

Maeve è al centro del letto del fiume, sa che sarebbe inutile andare controcorrente. Nuota, spingendo il fusto con la testa e con la spalla, verso quella striscia che prima aveva cercato per superarla, ma in senso opposto.

Nuota con tutte le sue forze.

Cerca di inclinare il fusto in modo che entri meno acqua possibile, ma piove troppo forte, probabilmente non servirà a nulla. Deve solo essere veloce. E, dopo istanti troppo lunghi, lo stinco di Maeve urta la striscia di cemento. Maeve spinge con tutte le sue forze avanti a sé e in direzione contraria alla corrente il fusto, fa leva sul cemento ed è fuori dal fiume.

Sente nuovamente il terreno sotto i piedi. Inclina il fusto per fare uscire quanta più acqua possibile, stando bene attenta che i piccoli non finiscano fuori. La concessionaria si avvicina. Maeve arriva alla piattaforma dei cassonetti, i cassonetti non ci sono più: li ha portati via la corrente.

Il cancelletto è rimasto aperto.

I gradini.

Nel piazzale della concessionaria c’è solo qualche centimetro d’acqua, e, per la prima volta dopo ore, la pioggia sta diminuendo di intensità.

Fa’ che sia aperta pensa Maeve mentre afferra la maniglia della portiera anteriore destra del SUV. La portiera si apre.

È una macchina davvero grande, sul sedile accanto Maeve deposita il mezzo fusto.

La gatta fugge via impazzita, saltando sulle ginocchia di Maeve e via, fuori, con un miagolio rauco. A Maeve piace pensare che quel suono sia, comunque, un grazie.

Le chiavi sono nel cruscotto. Non aveva mai messo in moto un SUV.

L’altro, quello dell’incidente, lo aveva guidato solo Rory.

Maeve accende il riscaldamento al massimo e toglie i gattini dal fusto, lo getta fuori dalla portiera. Tre dei cinque mici sono ancora vivi. Maeve si toglie la camicetta e il maglione fradici e si stringe sul petto i tre gattini ancora vivi. In pochi minuti all’interno del SUV la temperatura è tropicale. I tre mici smettono di tremare.

Domani dovrò portarli dal veterinario, pensa Maeve. Anzi no, è meglio se li porto subito. Ce n’è uno tre isolati dopo il supermercato, sono sicura. Speriamo che non sia allagato! Altrimenti li porto alla clinica veterinaria dell’Università.

Maeve dà gas.

Non c’è molta benzina nel serbatoio, spera che basti. Non piove più. E comunque quelle ruote gigantesche dovranno pur servire a qualcosa!

Maeve porta la macchina all’uscita della concessionaria. Scende, dopo aver depositato i gattini sul fondo della vettura per paura che cadano dal sedile.

Entra nella concessionaria per azionare il cancello automatico. Ma la luce non è ancora tornata. Esce dalla concessionaria, rientra in macchina, fa manovra, si avvicina in retromarcia al cancello e lo fa crollare come in un poliziesco americano.

Le grandi ruote lo schiacciano a terra.

Non ho tempo da perdere

si dice Maeve.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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