Acque nere

Lontano da casa. Ogni mattina, il fosso. La mia vita lavorativa non si determina in spostamenti professionali, ma geolocali. Sono sceso più a valle lungo il fosso. In estate (e l’estate quaggiù dura un sacco di tempo…) il fosso pullula di zanzare tigre. C’è gente che deve anche viverci, accanto al fosso. Il rischio dei topi, le zanzare, il cattivo odore.

D’inverno non c’è il cattivo odore e non ci sono le zanzare.

Anche di topi ce ne saranno meno, immagino. In inverno, dico.

Due mattine fa sono arrivato al solito ponte sul fosso e la mia testa ha visto qualcosa di diverso.

L’acqua era scura e pulita, scorreva verso il mare come se fosse vera.

Come se fosse vera acqua di un vero fiume, non un canale di scolo. Mi ha ricordato un altro ponte e un altro fiume.

Per un attimo mi sono sentito a casa. Non è neanche il fiume giusto, il ponte giusto, il luogo giusto.

Il ricordo è di un altro luogo, sulla costa opposta, a Spiddal.

Ma casa mia è da questa parte, da qualche parte vicina a questo ponte. Con i suoi topi, con il suo inquinamento.

Ma anche con la sua storia, un nome da whiskey e gli ultimi echi di quella lontana battaglia.

L’altro è solo un fosso.

E a qualcuno tocca anche viverci accanto.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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