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Storie irlandesi: il Libro Che Viene dall’Irlanda

Raccolta di racconti ispirati dall’Irlanda: le storie irlandesi di Italish Stories. Dal primo volume, un racconto di Sara Nepoti.

Il Libro Che Viene dall’Irlanda

di Sara Nepoti

 

Oh it’s such a perfect day,
I’m glad I spent it with you.
Oh such a perfect day,
You just keep me hanging on,
You just keep me hanging on.
(Velvet Underground)

È autunno.

Ma non sembra autunno, per niente.

O ancora meglio, è una di quelle giornate autunnali serene, incredibilmente tiepide, con qualche alta nuvola sfilacciata come zucchero filato, sparsa in un cielo azzurro pallido.

Una domenica pomeriggio da passare in compagnia di nient’altro che me stessa.

Armata solo del Libro, mi sono seduta nel gazebo che ho in giardino. Quel gazebo che hanno costruito i miei genitori e che non usa quasi mai nessuno. Perché non è mica facile andare d’accordo in casa e la voglia di mettersi a tavola in giardino è pura utopia.

Ma questa è un’altra storia.

Questo deve essere il racconto di una giornata perfetta.

Magica.

Di uno di quei rari pomeriggi immobili, così rari nel mondo moderno.

E quando il mondo si ferma si può veramente ammirarlo nel suo complesso e nei suoi particolari.

Di me seduta sotto questo gazebo di legno, sulla panca di ferro battuto col sedile di assi di legno che ogni anno mio padre leviga, ma che puntualmente a fine stagione torna consunto e ruvido. Di quel disastro del mio cane che in questo preciso istante ha deciso di approfittare della terra smossa nel punto in cui fino a pochi giorni fa era piantato l’alberello del Natale scorso – che a quanto pare non ha sopportato il lungo caldo estivo – per scavare una buca profonda quanto lui sollevando un enorme polverone come in un cartone animato, evidentemente allo scopo di seppellirvi il pupazzetto…

Per finire per scappare via ad un mio urlo di finta minaccia, con un’espressione di assoluta felicità sul muso.

Sentire il sole che, nonostante sia San Francesco oggi, è ancora caldo, così come la terra che ancora restituisce il suo calore – l’ho proprio toccata, la terra: ho la fortuna di avere un giardino, anche se costellato di buche ed erbacce, ma chi se ne frega, ho appoggiato la mano in terra per sentire se era calda, e lo era, calda e polverosa. 4 di ottobre, e io sono fuori in maglietta e pantaloni della tuta tirati su fino al ginocchio, sotto al gazebo e di fianco ai cespugli di rose, un po’ stentati, ma fioriti e profumati.

Una di quelle lievi, singhiozzanti brezze che ogni tanto vanno a smuovere il glicine – lui invece è rigoglioso, come se avesse sottratto il nutrimento alle rose… non ci capirò mai niente di botanica – ogni tanto arriva a rinfrescarmi.

Lo so, è l’Italia, mica l’Irlanda, in cui in ottobre si apprezza una lieve arietta rinfrescante.

Beh dicevo. In questa giornata ho deciso di finire di leggere Il Libro.

Il Libro Venuto Dall’Irlanda.

È “solo” un libro. Ma ha avuto la magia di farmi rallentare. No, di farmi fermare. Per un intero pomeriggio. Niente internet, niente cellulare, niente radio, niente auto, niente traffico, niente litigate coi clienti, niente uscire per forza perché è il fine settimana.

E come dicevo, leggendo, e leggendo, ho rallentato.

Ho rallentato tanto che mi sono fermata a guardarmi intorno. Ad ascoltare i suoni che circondano la mia casa. A percepire i profumi a cui non facevo più caso da un pezzo. A riflettere un po’ su temi astratti. E a ridere del mio cane scavatore. A ritrovare un pezzettino di identità.

La mia vicina che sta cuocendo la marmellata su una grata alimentata a fuoco in giardino. Dalla finestra aperta della casa dell’altro vicino un valzer di Strauss. Una ventata di profumo di rosa. Il sole caldo sulle mani e sul collo.

Qualche immancabile zanzara tigre. E Il Libro che Viene dall’Irlanda.

Tutto è cominciato qualche mese fa, quando, in piena estate e con un mal d’Irlanda che si sente fin dentro l’anima dal gran che preme, mi sono iscritta in un gruppo di letteratura irlandese su www.anobii.com, una community di Gente Che Legge. Qui spulciando nelle librerie virtuali dei vari membri, trovo questo strano libro.

The Day We Met Roddy Doyle, di tale Max O’Rover.

Guarda un po’. Un libro di un autore irlandese che non conosco. Guarda un po’, anche l’autore è qui su anobii. Guarda un po’, lasciamogli un saluto e chiediamogli già che ci siamo se i suoi libri sono venduti anche in Italia.

“Hi, No they are not. Take a look at Q&R blog.” E di seguito il collegamento ad un piccolo mondo. Il sito della Querci & Robertson.

Tra un po’ svengo dall’emozione. Non possono scrivere sulla homepage che sono un “Irish-Italian little -but pugnacious- publisher”, che hanno in mente un “Italish project for readers and for writers”!! Come se a San Pietro fosse caduto il mazzo di chiavi di tasca (sempre che le abbiano – tasche, chiavi e cancellate) e mi fosse caduto letteralmente in testa.

Scorro ogni singolo post su questo blog, assorbendo queste piccole schegge che arrivano direttamente dall’Irlanda, che negli ultimi mesi (complice un po’ di vita da protagonista di romanzo d’appendice) avevo lasciato impolverarsi.

Qualche giorno dopo sempre su Q&R viene postato un collegamento ad un concerto degli Swell Season, di cui non ho mai sentito parlare, e mi innamoro di queste canzoni, una chitarra, due voci… che meraviglia, nella loro semplicità, ma così penetranti… E così arrivo a scoprire un’altra perla che mi ero persa, Once.

Uno di quei film che non passa attraverso i canali dei sensi, ma che sembra abiti già dentro di te, solo che non lo sapevi. Ma anche questa è un’altra storia, e Once l’ha già raccontata alla perfezione.

Nei giorni successivi il male diventa sempre più profondo, come se una punta aguzza fosse piantata lì, di fianco al cuore, e ogni volta che respiro un po’ più profondamente va a colpire nel punto più dolente.

Avrei tanto voluto fare una vacanza in Irlanda questo agosto. Ma col fatto che al lavoro mi hanno cortesemente invitato a rimanere in ferie dicendomelo con una sola settimana d’anticipo, non ho avuto modo di prenotare con sufficiente anticipo e i voli in questi giorni sono assurdamente costosi, anche quelli di Santa Ryanair, e io sto cercando di risparmiare qualcosa per investirlo nella casa che sto ristrutturando.

Niente vacanze neanche in Italia.

Passo le mie giornate di ferie in pratica da sola, con il morale sotto i tacchi, nuotando per chilometri nella piscina comunale.

Almeno mi abbronzo e mi tengo un minimo in forma. Meglio che stare in casa ad appassire, no?

Poi è successo qualcosa. Un messaggio su anobii da parte di Q&R.

“In arrivo qualche copia in Italiano del primo libro! Contatta Maxmag al loro ritorno in Italia, avranno 3 copie ma una è per te.”

Lo leggo senza capire.

Meglio, senza poterci credere.

Ho capito male? Spero tanto di no.

Per sicurezza mando un messaggio anche a Maxmag, che verrò poi a scoprire solo in seguito essere “due persone”, ovvero Massimiliano e Maria Grazia… che mi scrivono dall’aeroporto di Dublino (ovviamente in quel momento la punta vicino al mio cuore spinge un po’ più a fondo) dicendomi che hanno “Il Libro”.
Sto saltellando. Come un bambino.

Come una persona felice adulta dovrebbe continuare a fare infischiandosene se poi i vicini la guardano con un sopracciglio sollevato. Machissenefrega!

Con Massimiliano e Maria Grazia alla fine rimaniamo d’accordo che Il Libro arriverà per snail mail, perché loro sono a Livorno e io a Bologna, ed è il mezzo più comodo.

Le ferie sono finite, il rientro al lavoro è tra i più massacranti che abbia fatto. Già dopo un’ora non mi sembra nemmeno di avere staccato per due settimane.

Macché. Tutto cancellato nel giro di pochi minuti. Il sole, il nuoto, il blog, Q&R, Max O’Rover, Maxmag, Il Libro.

Una full immersion senza nemmeno poter respirare, con il contratto di lavoro in scadenza da lì a un mese, senza alcuna certezza davanti, nel bel mezzo della Crisi.

‘Sta cazzo di Crisi che è la scusa officiale per qualsiasi cosa non vada, o non si voglia fare andare, bene.

Alzarsi di mattina e infilarsi nel traffico, che continua ad intasare nervosamente le strade, nonostante la Crisi. Cercare di vendere ai clienti convincendoli ad investire in nuovi impianti, sebbene ci sia la crisi.

Litigare poi con i clienti che non pagano, a causa della Crisi.

Litigare col capo che non si sbilancia sul futuro del contratto, perchè c’è la Crisi.

A casa la Crisi c’è da un pezzo e non è una novità. Ho mal di testa, sono nervosa, sono stanca e non ne ho mezza voglia… sarà la
Crisi…

Questo è lo standard di questi giorni, che in un soleggiato lunedì arriva a toccare sublimi apici di odiosità. In una di quelle giornate in cui tutto quello che può andare storto lo sta facendo e addirittura lo sta facendo con perverso sadismo.

Non solo al lavoro mi rompono l’anima che ormai è a brandelli. Arrivo a casa finalmente, con mia madre che mi annuncia che “È arrivata una busta gialla per posta”. È lì, sul tavolo. Il timbro postale indica che viene da Livorno.

Lo so cos’è.

M’illumino d’immenso, come direbbe il poeta.

Solo che non faccio in tempo a raggiungere l’immensità, perché non riesco nemmeno a prendere in mano il pacco… che squilla il cellulare. Cazzo, il lavoro.
Pure a casa adesso mi chiamano… Cinque minuti densi di parole e nervi saltati come una salva di petardi, e morale della telefonata: chi si prende i pesci in faccia (per non dire da altre parti) senza nemmeno la possibilità di ribattere di persona… indovinate chi è.

Ma la cosa peggiore… la cosa pessima è che mi hanno rovinato la gioia. Mi hanno rovinato la storia. Mi hanno rovinato l’arrivo del Libro.

Trattenendo i lacrimoni e con le mani che tremano dal nervosismo, prendo il pacchetto giallo e lo porto in camera. Lo appoggio sulla scrivania, ma non lo apro, non lo aprire, mi dico, prima aspetta che sia passata la mareggiata.

Ma è come chiedere ad un pescatore che durante la tempesta sia stato sbalzato in acqua di aspettare ad aggrapparsi ad una sirena dai capelli verdi che gli tende le mani dal suo lontano mondo color acquamarina.

Così, nel bel pieno della Crisi, apro il pacco giallo, e finalmente mi aggrappo al Libro Che Viene Dall’Irlanda.

The Day We Met Roddy Doyle.
Max O’Rover.

E il logo dell’editore, Q&R, iscritto nella bandiera irlandese.

Una foto di Dublino (scoprirò poi che è una foto di Ha’Penny Bridge presa da O’Connell Bridge), in bianco e nero, sullo sfondo. Nell’angolo in alto a destra un altro libro. The Woman Who Walked Into Doors di Roddy Doyle.

Lo apro a caso, nel mezzo. Ci immergo la faccia, inspirando a pieni polmoni. Insipirando forte.

Come a volerle respirare, quelle lettere stampate, più che leggerle, per farle arrivare direttamente in circolo… Detta così sembra cocaina. Beh, non è che ci vada poi molto lontano.

Mi immagino che l’odore di libro nuovo trattenga ancora qualche particella di aria umida di Dublino. Sì, dev’essere quell’odore strano che rimane ai lati del
profumo di colla. Deve esserlo per forza. Dopo aver appagato il senso dell’odorato, ritorno alla vista.

Il Libro non è intonso, ha le prime due, tre pagine che si vede che sono state sfogliate, non hanno la perfetta aderenza di tutte le altre. Incuriosita, apro il Libro alla prima pagina. E, in una calligrafia sottile, inclinata e un lievemente sghemba, con quel tratto fine e irregolare di stilografica, eccola.

La dedica dell’Autore. E la firma. Semplice.
Sotto quella data che reca “Baile Atha Cliath, August 26 2009”.

In quel momento so che non lo leggerò subito.

Voglio resistere e aspettare che si calmino le acque.

Aspettare di essere pronta.

Perché le magie bisogna maneggiarle con cura e al momento giusto. È così che acqua e rifiuti passano sotto i ponti per quasi un mese. Poi una notte finalmente è giunta l’ora.

Nel silenzio della notte – beh, con la minor quantità di rumore della notte, sulla statale qui vicino c’è ancora qualcuno che corre da qualche parte – e nel caldo delle coperte ho cominciato a leggere. Leggo le prime quaranta, quarantacinque pagine.

Leggo una storia che parla di irlandesi trasferiti in Italia, di adolescenti italish un po’ scoppiate, e soprattutto di italiani un po’ strambi che lavorano in un magazzino e sognano, scrivendo, dell’Irlanda.

Non me ne accorgo subito, ma solo dopo aver letto dei “sogni” trascritti capisco che alcuni di quei personaggi sono troppo veri. Troppo veri per essere creati a tavolino. E collego quello che Max O’Rover ha confessato in un altro suo racconto:

Gli scrittori non sono persone che hanno buone idee. Non sono altro che avvoltoi, che se ne stanno a guardare i necrologi e le altre brutte notizie sui giornali.
È con quello che campano. E magari ci diventano ricchi.
Quelli più sfigati l’hanno vissuto davvero, loro, personalmente, quello di cui scrivono.
Un bel modo di farsi la doccia dalla merda che ti è piovuta addosso, sicuramente.

E allora ripongo nuovamente il libro, e lo tengo in serbo per una giornata speciale. Perché ho finalmente raggiunto la consapevolezza della potenza della magia contenuta in esso.

Torniamo all’inizio di questo racconto. San Francesco: 4 Ottobre, domenica. Giardino, sole, libro.

Tempo che rallenta: se fosse un film si sentirebbe un suono di puntina strappata bruscamente dal vinile, l’inquadratura comincerebbe a ruotare attorno a me, zoomate sui particolari di rose, di legno ruvido della panca, di cane che corre.

Ma, a dispetto di quanto pensassi all’inizio, questo è solo l’effetto collaterale.

Perché mentre leggo quelle pagine sono davvero catapultata di fianco ai vari protagonisti del romanzo. Vorrei dire a Massimo di tenere duro mentre lavora in un magazzino; ad Aoife di smettere di usare un nome italiano, che il suo è bellissimo (anche se non ho la minima idea di come si pronunci); a Patrick che sta per fare una grandissima cazzata e urlargli: Noo, non farlo!

Eccetera.

Ma ancora più a fondo, sono ad un passo da quei protagonisti veri, così veri che sono solo l’immagine, il simbolo di quelle persone reali. In questo giardino non sono sola, anzi.

Non sono nemmeno in questo giardino, a ben pensarci.

Sono di fianco a Max O’Rover mentre insonne si prepara il té cercando di non svegliare la moglie (e tantomeno il gatto) mentre scrive, scrive, scrive, immaginando i momenti in cui quei fogli gli sembrano quasi terrorizzanti nel loro bianco. Sono di fianco a Massimo che lascia l’Italia per scontrarsi con un Irlandese (Bob?), e mi immagino già con loro dietro a una pinta a farmi raccontare la loro storia.

Sono anche assieme a Massimiliano e Mariagrazia, che dietro a quella pinta già ci sono stati, mentre in un piovoso pomeriggio dublinese ricevono tre copie di un libro da riportare in Italia, a mano, in zainetto, in valigia, appoggiato per qualche giorno sul tavolo, per poi finire in una busta gialla che verrà aperta da mani tremanti.

La magia esiste, nella parola… le parole sono ingredienti di incantesimi e chi scrive è il mago.

Il tempo e lo spazio diventano concetti relativi. In questo preciso istante sono nuovamente assieme a Max O’Rover che sta cercando di capire che effetto gli fa vedere le sue parole citate in un racconto.

E soprattutto la magia è infinita. Perché Bob, Massimo, Max, Massimiliano, Mariagrazia e tu che leggi, nel preciso istante in cui queste parole scorrono sotto i vostri occhi, lettera per lettera, così come sono venute da me per finire sulla carta, siete con me in questo giardino, a toccare la terra polverosa, sentendo il sole sulla pelle, col profumo delle rose – e della marmellata della vicina – che colora l’aria tiepida.

E non provate a dire di no. Che non ci siete.

Vi sento.

E magari a leggere di questa piccola magia vi verrà voglia di mettervi a scrivere un racconto, o scrivere una canzone, o girare un film, o a raccontare questa storia ad un vostro amico: Del Libro Che Viene Dall’Irlanda. E il circolo si espanderà.

Infinitamente.


 

Le storie irlandesi di Italish Stories

About QRob

Massimiliano “Q-ROB” Roveri writes on and about Internet since 1997.
A philosopher lent to the IT world blogs, shares (and teaches how to blog and share) between Ireland and Italy.

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