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Storie irlandesi: Così Lontani Così Vicini

Un altro dei racconti irlandesi di Italish Stories. Così Lontani Così Vicini, scritto da Laura Schiavini, faceva parte del primo volume.

Così Lontani Così Vicini

L’aereo si tuffò fra le nubi scure e minacciose, sobbalzò per un po’ e riprese a scendere nel cielo, più azzurro e profondo di un cielo italiano in una giornata di sole.

Un paradosso, dal momento che eravamo partiti in ritardo da Venezia causa una fitta nebbia che impediva la vista sulla città. Vista che ora, nell’isola delle piogge, mi si rivelava con un’arroganza tipicamente irlandese, come a dire:

Ehi, l’azzurro del nostro cielo è meglio del vostro, per non parlare del verde. Te lo scordi un verde così a casa tua, con piccole macchie bianche a punteggiare i prati!

Che fossero pecore? No, troppo ferme, come le pietre dei muri a secco.

Lacrime di commozione e gratitudine mi riempirono gli occhi.

Ce l’avevo fatta, ero in Irlanda. Non per una viaggio di piacere ma di studio. Che importava? L’Irlanda del mio immaginario era comunque un incanto per gli occhi e il cuore.

Avevo una missione da compiere.

Una missione che non aveva niente a che vedere con il motivo ufficiale per cui ero lì.

Poco prima dell’atterraggio, aprii la borsa che tenevo sulle ginocchia e vi frugai dentro. Lo riconobbi al tatto: la copertina liscia, le pagine composte, lo spessore discreto… il mio libro.

Dovevo solo consegnarlo alla persona giusta, tutto il resto, se era destino, sarebbe venuto da sé.

Durante i primi giorni della mia permanenza sembrò che quel destino cui mi appellavo con il fatalismo di chi non ha niente da perdere mi mostrasse il suo lato oscuro.

Le giornate al Dipartimento dell’Istruzione erano piene di appuntamenti.

Fra meeting e innumerevoli visite alle scuole della città e della periferia, cui il gruppo di studio giungeva a bordo di un pullman gran turismo, non restava molto tempo per visitare la città e i luoghi resi celebri dalla musica e dalla letteratura.

La sera, quando finalmente ci era consentito rompere le righe, scorrazzavamo per il centro e per i pub mischiandoci all’allegra gioventù di Dublino che, ligia alle recenti regole, si ammucchiava nelle strade per fumare. Tutti mezzi svestiti e assolutamente incuranti del tipico clima irlandese dei primi di ottobre.

In un pub che divenne presto una specie di quartier generale del gruppo di studio, ci scolavamo pinte di Guinness cantando con un duo folk che però si rifiutò di intonare “Danny Boy”. Troppo triste, dissero, la gente viene qui per divertirsi.

Ma la mattina dopo, si ripartiva.

In una scuola elementare, bambini e bambine di dieci anni inscenarono per noi una giga tratta da Riverdance.

E a Ballymun, quartiere degradato con molti problemi sociali, conoscemmo insegnanti appassionati che riuscivano ad assicurare un porto sicuro e forse un futuro a ragazzi disagiati.

Vidi le Seven Towers, orrore degli anni Settanta che aveva sradicato un’intera comunità di dublinesi e prodotto uno dei più grandi front man del rock’n’roll.

E che, probabilmente, aveva ispirato la Trilogia di Barrytown di Roddy Doyle.

Ma io tutto questo non lo sapevo, lo intuivo soltanto. Al punto che chiesi a un Preside: – Dov’è Barrytown?

Lui mi guardò un po’ perplesso, poi sorridendo, rispose:

Barrytown è fiction.

Ecco cosa succede quando si crede di conoscere un luogo soltanto perché si è letto molto su quel luogo e per lo più nella traduzione italiana.

Non che se l’avessi letto in lingua originale sarebbe cambiato qualcosa, ma non si può mai dire.

Comunque il mio Inglese era ed è a un livello piuttosto basso, da prima elementare, e facevo molta fatica a seguire gli incontri con i vari rappresentanti della scuola.

Anche se devo dire che gli irlandesi sono molto comunicativi e sanno farsi capire anche da una tonta come me.

Fiction o non fiction, l’Irlanda e Dublino rappresentano il luogo ideale, dove i suoni della musica e delle parole si fondono in una straordinaria alchimia.

Dove James Joyce e Bono, due irlandesi così lontani e così vicini, possono incontrarsi e dialogare fra loro a suon di versi. Avevo scritto un racconto su questo incontro virtuale da cui, poi, era nato un libro.

E adesso dovevo consegnarlo alla persona giusta, per lasciare la mia testimonianza, come a dire: ci sono anch’io.

Non è per questo che si scrive un libro? Per questo e per vanità, come recita Brendan O’Connel: per scrivere bisognerebbe immaginarsi morti, solo così si riesce a sconfiggere la vanità.

Beh, io non ero morta, non ancora, e a Dublino mi sentivo meravigliosamente viva.

Così una sera scappai dal mio gruppo per andare al Clarence Hotel, di proprietà degli U2, dove contavo di concludere la mia missione.

Dublino, la sera, è sempre animatissima. Ragazzi e ragazze la cui età media si aggira sui venti – venticinque anni, si muovono come se avessero posti interessanti in cui andare e soldi da spendere.

Camminai per mezz’ora, rallegrata dalla folla eterogenea che mi sfilava accanto, e finalmente ecco il Clarence, al lato sinistro del Liffey splendente di luci.

Davanti alla Hall c’era un portiere in livrea e sguardo arcigno, da buttafuori, una figura presente in tutti i negozi e luoghi pubblici della città.

Un sistema alquanto vessatorio per un Paese che dopo tanta oppressione stava scoprendo l’ebbrezza della libertà.

D’altra parte, nessuno è perfetto.

Mi presentai, nel mio migliore Inglese, come una scrittrice italiana che doveva assolutamente consegnare un libro importante agli U2, meglio se a Bono.

Lui rimase per un attimo interdetto, rimuginando su quanto gli avevo detto, valutando se respingendomi non si sarebbe messo nei guai.

Quindi mi aprì la porta del Paradiso.

Non è niente di che l’interno dell’albergo, un ambiente un po’ freddo e affatto accogliente, dove se vola una mosca ti sembra un C130.

Una giovane donna in divisa, giacca e gonna scure con camicetta bianca, trucco perfetto e aria di sufficienza, mi chiese cosa poteva fare per me.

Sempre nel mio miglior Inglese ripetei quanto già detto al lift.

Lei continuò a guardarmi con aria di sufficienza, poi, sforzandosi di sorridere, replicò: – oh, non è il momento.

– Non è una bomba – ribattei – ma solo un libro. Gli U2 stanno cenando qui, stasera?

Mi restituì un’espressione scandalizzata, come se le avessi chiesto, che so, se Bono non stesse girando col pisello di fuori per il ristorante.

– Non posso rispondere a questa domanda.

Fossi stata in Italia, avrei tirato fuori una banconota da venti euro, oppure sarei ricorsa alla tipica, odiosa frase:  ma lei sa con chi sta parlando?
Anche se non ero nessuno, in Italia una frase del genere fa sempre effetto.

Ma qualcosa mi diceva che non sarei riuscita a cavare sangue da quella rapa di ragazza.

Avrei potuto pretendere di parlare con un superiore, ma temevo di uscirne più pesta di quanto non mi sentissi in quel momento.

– Glielo posso lasciare? Le scrivo l’indirizzo del mio editore su un biglietto e magari me lo può far spedire.

Cominciai a scrivere il mio nome, ma a un certo punto mi bloccai, con la penna a mezz’aria.

La guardai. Aveva sempre quell’aria di sufficienza cui si aggiungeva una punta di noia.

Così dissi:  non importa.

Poi ripresi il mio libro e quel che restava della mia dignità e uscii, senza voltarmi indietro.

A passo spedito, tanto per scaricare la rabbia, m’incamminai verso Temple Bar.

Quando arrivai ero di nuovo calma. Gironzolai un po’ per il quartiere e a un certo punto entrai in un negozio di gadget. Un commesso molto gentile mi si avvicinò pronunciando la frase di rito: cosa posso fare per te?

Perché no? Mi dissi.

Riportare il libro a casa era fuori discussione. Non so se i libri abbiano un’anima, ma se una piccola parte della mia era rimasta in quelle pagine, non potevo deluderla. Tanto valeva affidarmi a una sorta di book crossing.

Nel mio pessimo inglese gli raccontai quello che mi era successo. Lui, un uomo sui cinquanta ben portati, mi ascoltò con attenzione.

Poi esordì:  mia sorella è un’amica d’infanzia di Bono.

– Davvero? – Finsi di stupirmi, dal momento che è universalmente noto che metà Dublino è amica di un amico di Bono. L’altra metà lo conosce personalmente.

– Sì, posso rispedirtelo con il suo autografo, ma già che ci sei, perché non lo firmi?
– Cool! – Esclamai, scarabocchiando il mio nome sulla prima pagina. Poi aggiunsi i miei dati su un foglietto e glielo porsi.

Uscii dal negozio sentendomi leggera e libera come il gabbiano, delle dimensioni di un’oca, che mi fissava da uno dei ponti sul Liffey.
Dopotutto avevo compiuto la mia missione.

Sono passati quattro anni e del libro, quel libro, non ho saputo più nulla.

A volte mi ritrovavo, nel cuore della notte, a pensare a lui. Dov’era, che fine aveva fatto?

Lo immaginavo sullo scaffale polveroso di una libreria scalcagnata in un salotto polveroso di periferia, dopo essere passato da chissà quante mani indifferenti, tanto più che era scritto in italiano. Una lingua aliena per gli irlandesi anche se, durante la visita di studio, avevo conosciuto un insegnante che parlava italiano meglio di quanto io blaterassi in inglese.

Tanto più che mi aveva suggerito di parlare nella mia lingua sostenendo, molto cavallerescamente, che gli piaceva tenersi in esercizio.

O, peggio, a far la muffa in qualche cantina in compagnia di vecchie riviste. In ogni caso avevo la certezza, quasi matematica, che non era mai arrivato a Bono. Oppure sì, ma lui l’aveva liquidato senza nemmeno sfogliarlo, stufo di tutte le pubblicazioni e lettere che riceveva.

Peggio per lui, mi dicevo, ponendo mentalmente lo sguardo sui bellissimi disegni di Anna Rita Centura disseminati qua e là fra le sue pagine, come segnalibri artistici.

Ma poi, in un rinnovato ottimismo puramente irlandese mi consolavo al pensiero che per gli Irlandesi i libri sono importanti, prova ne sia che, contrariamente all’Italia, in Irlanda si legge.

In ogni caso ero triste per lui perché essere comunque a Dublino non è come esserci occupando il posto che ti spetta.
Finché un giorno non ricevetti un’e-mail dal direttore dell’Istituto di Cultura Italiana di Dublino.

Cara Laura,
saremo molto felici di ricevere i tuoi libri per arricchire la nostra biblioteca.
Il direttore dell’ICID

In una storia che si rispetti, tanto per mantenere il pathos, tutto ciò dovrebbe essere accaduto per caso o per opera del destino. Della serie: Il direttore è venuto in contatto con il mio libro e, incuriositosi, ha preso informazioni su di me e mi ha contattato.

Non è andata così. Diciamo che ho dato una mano al caso o al destino. D’altra parte se Maometto non va alla montagna ecc.

Ma ciò che conta, al di là della lunga lettera con vari riferimenti e link che avevo mandato al ICD – fra cui la mia replica sul quotidiano La Stampa alla lettera d’amore di Bono all’Italia – è che un’altra copia del mio libro avrà il posto che gli spetta nella grande biblioteca dell’Istituto di Cultura di Dublino.

E non sarà da solo, bensì in compagnia degli altri due che ho scritto.

Certo, non è il volume che avevo lasciato a Temple Bar, che ormai posso dare per desaparecido, ma così va la vita.

Sono sicura che il fratello più fortunato vi si troverà bene e in ogni caso, non so quando e non so con certezza nemmeno se, potrò andare a trovarlo.

Sarà cool tornare lassù per ritrovarlo e per poter dire, finalmente: – ehi, ragazzi, ci sono anch’io!


 

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Massimiliano “Q-ROB” Roveri writes on and about Internet since 1997.
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