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Raccontare l’Irlanda: Federica Sgaggio intervista Max O’Rover

Raccontare l’Irlanda, e il displacement, è anche per Federica una esigenza. Sono felicissimo di parlare con lei de Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle.

Raccontare l’Irlanda… in Italiano

Federica Sgaggio è una amica a cui mi sento molto vicino.

Anche per lei l’Irlanda è un posto speciale e guarda caso ci siamo visti quasi sempre in Irlanda, per esempio alla presentazione di Lost Between / Tra una Vita e l’altra, o per “motivi irlandesi”, come alla apertura del suo Vibrissae a Verona, cui era presente Catherine Dunne.

Federica si è prestata al gioco dell’intervista sul libro, sono ben contento di rispondere alle sue domande!

FS
Che rapporto c’è fra l’Irlanda e la scrittura? Riesci a scrivere anche quando sei lontano dall’Irlanda, o l’Italia uccide la tua creatività?

MO’R
Avevo sempre cercato di scrivere.

Ma è con l’Irlanda che ci sono riuscito e la gran parte di quello che voglio scrivere – ho una sorta di “grande piano di conquista di mondo” a tal proposito – è ambientato, o comunque ha a che fare, con l’Irlanda.

I primi tre romanzi che ho scritto sono ambientati quasi completamente in Irlanda. Il romanzo che sto scrivendo adesso è di nuovo mbientato in Irlanda anche se, forse, per la prima volta, potrebbe essere ambientato in qualsiasi luogo del mondo occidentale.

C’è invece un altro luogo che mi aveva suggestionato molto rispetto alla necessità di scriverne: è Chiusi della Verna, un bellissimo posto non lontano da Arezzo. La prima volta che mi sono detto: dovrei scrivere un romanzo, la suggestione era partita proprio di lì, con una immagine netta che mi si era presentata mentre ero lì.

Prima o poi ne scriverò, ma ci sarà un personaggio irlandese pure lì…

 

FS
Da quale immagine iniziale, da quale pretesto, da quale scintilla è nato il tuo primo libro?

MO’R
La scintilla iniziale del libro è stata… una bella batosta.

Ero davvero a Dublino per un colloquio, credevo davvero di essere stato assunto. Mi sbagliavo. Chissà, se tutto va bene la letteratura mondiale dovrà ringraziare il tipo che non mi ha assunto (e, sì: era Italiano…). ;-)

Scherzi a parte, il libro è nato come possibilità di immaginare una vita diversa, e di raccontare una storia in cui si supera una sconfitta. Ma essendo una mia storia, non poteva fare a meno dell’Irlanda, questo senza ombra di dubbio.

FS
Cosa chiedi a questo libro? Qual è il ruolo che ha nella tua vita?

MO’R
Bella domanda.
Scrivere questo libro è stato necessario, per me. In primo luogo perché è stato, appunto, una sorta di cura, il modo in cui ho metabolizzato una sconfitta, riuscendo a creare qualcosa da essa. Quindi non posso che dire che è stato fondamentale, nella mia vita.
Adesso spero che venga letto, e apprezzato. Credo davvero che “debba” essere letto da chi soffre il cosiddetto Mal d’Irlanda, è un libro con cui si può “risuonare”, se lo si affronta con questo spirito. Spero di emozionare i lettori malati d’Irlanda, ecco. Se chi va in Irlanda se lo portasse dietro, questo mi renderebbe felice.

FS
Cos’è che ti tiene così legato all’Irlanda, e a Dublino? C’è un altro luogo che, oltre alla capitale, tu senta vicino al tuo universo più profondo?

MO’R
Ricordo di essermi sentito displaced – e uso una parola per te importante – per la prima volta in quarta elementare. Sono cresciuto continuando a sentirmi fuori posto.

Alcuni dei posti di lavoro che ho avuto non hanno fatto che acuire la sensazione.

Continuavo, nel frattempo, a pensare che sbagliavo io, che era colpa mia: del resto ero io a essere diverso rispetto a tutti gli altri.

In Irlanda, invece, ho cominciato ad avere attorno a me persone che si comportavano come me.

Questo mi ha dato un senso di appartenenza che cercavo da tutta la vita. Dublino per me è Casa.

Anche con i suoi difetti. Senza ombra di dubbio è dove sono rinato.

L’altro luogo irlandese per me “fondamentale” è rappresentato dalle Isole Aran.

Non aggiungo altro, visto che in un certo senso il libro “inizia lì”.

E comunque ne parlo molto nel primo libro, sono citate nel secondo, che anzi è parzialmente ambientato anche lì.

Adoro il loro essere l’isola di un’isola.

Una sorta di compiutezza al quadrato.

FS
Se l’Irlanda fosse una persona, che ruolo avrebbe nella tua vita? Moglie, amante, sorella, amica… Ti va di descrivermi il carattere di questa Irlanda-bipede?

MO’R
Due bambini. Un maschio e una femmina.

I figli che non avrò mai, e di cui ogni tanto vedo i fantasmi, mentre guardo le vite degli altri dal piano superiore di un Dublin Bus.

FS
Qual è stato il momento in cui hai realizzato che con l’Irlanda era nato un amore di quelli che sarebbero durati una vita?

MO’R
Non lo dimenticherò mai.

Vedere le Isole Aran sfolgorare nel sole e capire immediatamente che ero tornato a Casa.

Una sensazione quasi fisica, di qualcosa che si chiudeva e qualcos’altro che si apriva.

Era l’agosto 1999. Ci sono voluti quindici anni prima di iniziare a vivere a Dublino, e non è stata una passeggiata.

Ma quella sensazione era una delle cose più vere e gioiose, e definitive, che mi ricordi.


Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle

Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle uscirà a Marzo 2017 per Antonio Tombolini Editore, Collana Oceania.

About maxorover

Ebbene sì. Max O’Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O’Rover.
Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O’Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. “Rómhar” è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare.
Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione?
Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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