Storie Irlandesi

MO’R e… Irlanda: questa volta è una cosa seria

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Parafrasando l’allenatore della nostra squadra di calcio (sport che non seguo) non dovrei dire gatto finché non è nel sacco. Nondimeno, in questi giorni non riesco a pensare ad altro. Alla mia, alla nostra, relocation in Irlanda.

Domani torno a Casa. Le probabilità di rimanerci (finalmente!) non sono mai state così alte. Questo non significa niente: finché non hai il 101% di probabilità non puoi sapere come vanno a finire le cose.

Suppongo che siano questi i casi in cui avere una, come si dice, fervida immaginazione non sia d’aiuto.

Dormo ancora meno e immagino. Immagino la lettera di licenziamento, immagino il viaggio del gatto, immagino mia moglie che finalmente entra nella nuova casa.

La mia immaginazione è una inguaribile ottimista: forse per questo non sono uno scrittore abbastanza buono.

La mia immaginazione dà per scontato che questa volta andrà tutto per il meglio, che presto la mia famiglia (sì: gatto compreso) vivrà in Irlanda. Sono così perso nel delirio che quando vedo il gatto alla finestra mi metto a parlarci, con il gatto, e gli prometto una vista migliore dell’obbrobrio che ha adesso.

Potrei metterlo sul curriculum: parlo coi gatti.

O almeno con il mio.

Non ci sono mai andato così vicino, ma ci sono già andato vicino. Anche le altre volte non potevo fare a meno di ricordare la scena finale di Papillon.

Sarà tutto un problema di culturapoppostmodernadallamatriceamericana, ma è veramente difficile, almeno per me, non sovrapporre esperienze reali, di vita, a cose viste, e sentite, al cinema.

La scena finale di Papillon mi è rimasta agganciata alla memoria da tempi biblici, perché non credo di aver mai rivisto il film dopo la prima volta, e quella prima volta, ne sono certo, ero poco più che un bambino. Io non sono Steve McQueen e non avrei neanche un buon rapporto con l’acqua.

Strano, poi, che alla fine le isole, che in fondo non sono altre che prigioniere del mare, rappresentino per me la libertà (e la barca: la barca che sta affondando, la sinking boat di Falling Slowly. Non riesco ad ascoltare quella canzone senza commuovermi, perché io mi ci vedo sopra alla barca dipinta da Glen Hansard in quella canzone. Al prossimo giro devo ringraziarlo, per quella canzone…).

E, per me, rappresenta la libertà non tanto quel tuffo di Steve McQueen, ma il fatto che sia vecchio quando si tuffa. Il fatto che non abbia mai smesso di provare a tuffarsi, finché non gli è stato possibile, veramente, tuffarsi.

Adesso devo solo tuffarmi.

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