Storie Irlandesi

I dolori di Benjamin… Banville

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John BanvilleJohn Banville è il più importante autore irlandese vivente? “No” è la prima risposta che viene in mente: dovrebbe essere, al più, il secondo: Banville un Nobel non lo ha (non ancora?) vinto, invece Séamus Heaney lo ha vinto eccome.

Vabbè, direte voi, ma Séamus Heaney non conta: è nordirlandese…
Ah no? Conta eccome! E non provate a discutere su questo con Christy Moore…

Séamus Heaney

Potrebbe lanciarvi dietro un bicchiere da pinta. Vuoto.

Forse allora è il terzo? Forse al secondo posto dobbiamo mettere Roddy Doyle?

Roddy Doyle
Certamente Roddy Doyle è più famoso (almeno in Italia) di Banville, anche se la ricerca su Google finisce praticamente in pareggio, con Banville in vantaggio di pochissimo: 220.000-192.000. E per Roddy il Booker Prize (IL premio da vincere per gli scrittori anglofoni) è arrivato molto prima, sia cronologicamente sia anagraficamente: nel 1993 a 35 anni con The Commitments (id. in Italiano), mentre Banville ha dovuto aspettare i 60 anni nel 2005 con The Sea (Il Mare).

Ma i premi non fanno l’Autore: in fondo, il buon vecchio James Joyce (con cui sia Banville sia Doyle hanno fatto i conti, ciascuno a suo modo e quindi in due modi molti diversi) ha vinto solo qualche soldo ai tempi del College…

E poi un terzo posto non è così male. Ma qualcosa non quadra.

Il fatto è che la prosa di Banville è semplicemente perfetta. Questo non basta per farlo scattare sul gradino più alto del podio? Forse la prosa di Banville è troppo perfetta, troppo per il Dublinese che si riconosce in Doyle, troppo per l’Italiano che non riconosce la ‘sua’ Irlanda in ciò che Banville scrive? Sì: forse è proprio così.

Per Banville vale lo stesso che per quel prodotto di cui una vecchia pubblicità diceva “per molti ma non per tutti”: niente è più difficile della perfezione e le cose difficili piacciono di più, ma piacciono a meno persone. E, forse, questo poteva bastare, ma non per uno come Banville.

Poteva accontentarsi e leggere le avventure tutte Dublin slang dei poveri sfigati di Roddy Doyle con un po’ di puzza sotto il naso e il ghigno del superiore. Ma, fidatevi: se avrete occasione di incontrarlo e lo guarderete negli occhi, lo capirete immediatamente che non è lo sguardo di uno che si accontenta, quello sguardo lì… E così, fresco, appunto, di Booker Prize, come se si fosse tolto un gran peso dallo stomaco, John Banville si inventa un alter ego e pubblica Christine Falls (Dove È Sempre Notte).

Anzi, non lo pubblica Banville, ovviamente. Lo pubblica Benjamin Black.

Uno come Banville sceglie lo pseudonimo a caso? Secondo me, no. Banville ci presenta, con Benjamin Black, il suo figlio prediletto, (בִּנְיָמִין, benyamîn) che scrive romanzi noir. Neri. Black, per intendersi. Ci presenta, forse, lo scrittore che avrebbe sempre voluto essere e che se ne è stato da qualche parte per sessanta lunghi anni. E, dal 2006 a oggi, Benjamin Black è più vivo del ‘padre’: nel 2007 Benjamin colpisce ancora, con The Silver Swan (Un Favore Personale), nel 2008 con The Lemur (che era uscito a puntate sul New York Times), nel 2010 con Elegy for April (Congetture Su April); John Banville nel frattempo si fa vivo solo con Infinities (2009) e un dramma radiofonico (Conversation In The Mountains).

Banville raddoppia, quindi: si mette a fare anche il giallista e, se questo ancora non bastasse, finisce anche, come abbiamo scritto qualche tempo fa, per darsi al cinema. Troppo presto per sapere quali saranno le reazioni di giornalismo e critica letteraria al Banville scenografo, ma Benjamin Black a quanto pare ha dato un bel daffare a giornalisti e colleghi (ma colleghi di chi? Di Banville? Di Black?) suscitando un bel putiferio, come opportunamente riportato in questo articolo dal Professor Enrico Blogging (On) Yeats Reggiani. La, citata da Reggiani, Laura Lippman (qui su Wikipedia) ne fa una questione di appartenenza: da scrittrice di genere avrebbe, ovviamente, voluto avere in scuderia il grande nome, quello del vincitore del Booker, non quello del di lui figlio bastardo (a quanto pare la Lippman è tra quelli che crede che lo pseudonimo, Banville, lo abbia scelto a caso…).

Ora, se un blogger con l’Irlanda nel cuore può permettersi di dire la sua in mezzo a questo scontro tra Grandi Autori (del resto non è questo, il bello di internet..?) questa è l’occasione da non farsi sfuggire: e io credo che Benjamin Black e John Banville siano veramente due persone differenti.

Non ho alcun problema a immaginare, dentro alla complicatissima matassa sinaptica del cervello dell’essere umano che risponde al nome di John Banville, che i due io scriventi sappiano riconoscere quando sia il momento di lasciar scrivere Banville e quando Black, che cosa debba scrivere Black e che cosa, invece, debba scrivere Banville.

E trovo veramente superficiale il ridurre la scelta dello pseudonimo al semplice sottolineare la volontà di John Banville a non volersi sporcare le mani con ‘il genere’.

Perché la scelta da parte di un autore di scrivere altro con un altro nome non è un fatto banale: è la forma più complessa e autodistruttiva di complesso edipico, perché il padre e il figlio sono, in questo caso, distruttori uno dell’altro. Sono la stessa persona, due gemelli per un androgino padre-madre che ha un solo seno.

Ecco, l’ho detto.

La mia apologia di Benjamin Banville è conclusa. Per quel che può fregargliene, a Banville e a Black, di questa apologia. Ma tant’è.

Ho finito davvero?

No.

C’è un ultimo aspetto da considerare: il fatto che, in Italia, Benjamin Black non esiste.

L’editore italiano lo lascia alla frontiera, in Italia entra solo John Banville, come un Crono che si è pappato il figlio e tutte le sue opere sul volo Ryanair (ma forse Banville non la prende, Ryanair…) che lo porta nello Stivale. Benjamin Black può andarsene a scorrazzare in Spagna, dove i suoi libri vengono tradotti e pubblicati sotto il suo nome.

Ma in Italia no: in questo strano Paese di tanti scrittori e pochi lettori, persino due grandi autori come Banville e Black fanno una brutta fine… Del resto è vero: l’Italia è un Paese in cui si ha difficoltà, e talvolta un assurdo pudore, a chiamare le cose con il loro nome.

Ho avuto l’onore di incontrare John Banville nel 2008, proprio in Italia. Gli ho chiesto l’autografo. Ovviamente l’ho chiesto anche a Benjamin Black. Mi sono sentito bene, ad aiutare un clandestino senza documenti a rivendicare il suo diritto d’esistenza.

John Banville parla di Benjamin Black

Cillian Murphy parla di John Banville

LINK O’TECA:

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