Storie Irlandesi

Aspettando l’anello: suggestioni tra Beckett e Tolkien

Questo è un post rischioso. Perché a scherzare con i giganti si rischia di rimanere schiacciati. E Beckett e Tolkien sono due giganti belli grossi…

Beckett e Tolkien non esistono (insieme)

Quando Google non ti aiuta c’è da scoraggiarsi: la prima impressione è quella di essere su qualcosa di inutile. Quel che non si trova su Google non esiste, giusto?

E per Google una connessione tra Beckett e Tolkien, che la si cerchi in Italiano o in Inglese, non esiste: la ricerca non restituisce niente di utile.

Eppure…

Tra Beckett e Tolkien passando per Václav Havel

John R.R. TolkienOgni volta che mi azzardo a “interpretare” mi viene in mente che le interpretazioni somigliano molto a masturbazioni mentali, e che spesso sono non solo fini a sé stesse, ma, molto semplicemente, sbagliate.

Il fatto che magari, oltretutto, su intepretazioni sbagliate a volte si scatenino faide e guerre sante mi spaventa sempre un po’.

In questo post tento, ebbene sì, una interpretazione, la ricerca di un territorio comune tra l’autore de Il Signore Degli Anelli e quello di Aspettando Godot.

Perché? Perché forse viene naturale (e qui aggiungerei: a una certa età…) cercare di organizzare in una visione comune le cose che ti interessano. Non casualmente su ItalishMagazine c’è già un post sui rapporti tra Tolkien e l’Irlanda, così come, ovviamente, ce ne sono su Beckett.

Da dove è venuta l’ispirazione? Dall’ultima rilettura de Il Signore Degli Anelli. O, se preferite, dalla prima lettura di Lord Of The Rings, visto che le diciotto precedenti letture erano sul testo in Italiano e affrontavo l’originale per la prima volta al diciannovesimo round (sì: è il libro che ho riletto di più in assoluto).

Per chi mastica un po’ di Tolkien la chiave di lettura anarchica (corroborata da alcune delle lettere dello sterminato epistolario di Tolkien) de Il Signore Degli Anelli è una delle più complesse e articolate (e senza dubbio la dimostrazione del fatto che l’opera di Tolkien non è semplicemente un libro di genere fantasy, ma un’operazione filosofica fondata su una sperimentazione filologica).

L’Anello è il potere, il potere di per sé corrompe, il potere di per sé estrania da sé stessi (in ultima analisi persino Sauron è una vittima: in nome del potere perde la sua stessa soggettività). L’unica positività attribuibile al potere è la sua inesistenza.

Non a caso Tolkien dichiarerà, ancora nel suo epistolario, di aver rinunciato a scrivere storie dei discendenti di Aragorn perché alla fine tornavano a essere nient’altro che storie di giochi di potere.

La fine della storia, quell’attimo perfetto in cui si concretizza la eucatastrofe tolkieniana (attimo perfetto solo per un attimo, visto che il potere e la sua brama rinascono, sempre e comunque, anche tra i nobili ma non troppo discendenti di Aragorn), è l’attimo in cui il potere cade a pezzi.

È l’attimo in cui arriva Godot. C’è un momento della storia recente in cui Godot è arrivato, trionfando, almeno per un attimo.

Godot is here è la frase che svettava nel 1989 nella Praga in cui era finito il totalitarismo.

C’era stato un rapporto stretto tra Beckett e la dissidenza cecoslovacca: le opere di Beckett erano al bando nella Cecoslovacchia comunista e Beckett aveva dedicato nel 1982 CatastropheVáclav Havel, drammaturgo che nel 1982 era in prigione perché “sovversivo”.

'Godot is here': how Samuel Beckett and Vaclav Havel changed history

An act of resistance … John Gielgud and Rebecca Pidgeon in a 2001 TV production of Beckett’s Catastrophe Photograph: Channel 4 Television/PR – The Guardian

Sul rapporto tra Beckett e Havel e il “Godot a Praga” c’è un ottimo articolo sul The Guardian, e il tema è parte integrante del testo The International Reception of Samuel Beckett curato da Mark Nixon e Matthew Feldman (di cui si può leggere un estratto su Google Books).

Se Frodo e Sam avessero letto Waiting For Godot, forse avrebbero scritto con la cenere di Monte Fato, mentre non sapevano di aspettare le aquile, quella stessa frase: Godot is here.

Nessuno si impicca a Gorgoroth

Sam e Frodo

Ma la beckettianità de Il Signore Degli Anelli inizia un bel po’ di pagine prima. Nel capitolo Messer Samvise e le sue decisioni Sam si ritrova in una situazione che riecheggia la celeberrima

I can’t go on, I’ll go on.

The Unnamable

Un tema che compare anche in Aspettando Godot:

Estragon: I can’t go on like this.
Vladimir: That’s what you think.

È esattamente la situazione di Sam prima, e di Sam e Frodo insieme, poi.

In La Torre di Cirith Ungol Sam va avanti anche se la più probabile conclusione del viaggio è la morte. Ma è il capitolo Monte Fato che riecheggia Godot in continuazione: Sam e Frodo sono i nostri Vladimir ed Estragon.

E non mancano gli altri due protagonisti: Lucky e Pozzo. Perché lo schiavo Lucky sta al padrone Pozzo come Gollum sta all’Anello.

La corda che lega Lucky e Pozzo ha la stessa valenza della catena, fisica, con cui Frodo porta il fardello e di quella, concettuale, che rappresenta l’irrisolvibile relazione tra l’Anello e Gollum.

Il vagare di Sam e Frodo potrebbe continuare non per la durata di due atti, ma all’infinito, se non si arrivasse alla liberazione: alla distruzione dell’Anello, al momento in cui Godot arriva.

O meglio: fino al momento in cui Godot viene stanato.

E gettato, finalmente, nella voragine del Fato, dando, forse solo per un momento, la speranza della libertà.

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