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Libri irlandesi in Italiano: Laura Schiavini intervista Max O’Rover

Laura Schiavini ha, letteralmente, visto nascere Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle. È già stata collaboratrice di ItalishMagazine ed è un onore essere intervistati da chi di libri irlandesi in Italiano se ne intende!

Laura Schiavini: tra Trieste e Dublino

Anche se gli ultimi libri di Laura, come A Qualcuno Piace Dolce o Tutta Colpa dello Yoga strizzano l’occhio alla chick – lit più che all’Irlanda, l’Isola di Smeraldo ha sempre avuto un posto speciale nel cuore della scrittrice triestina, che ci aveva regalato alcuni suoi racconti irlandesi per la serie Italish Stories e uno speciale racconto natalizio proprio per ItalishMagazine e che aveva scritto un libro dedicato a uno dei… monumenti nazionali irlandesi: All I Want is U2.

Con Laura ci siamo anche divertiti, in un paio di occasioni, a scrivere a quattro mani: sempre storie irlandesi, naturalmente.

Quindi sono ancora più felice che si sia prestata al gioco dell’intervista al sottoscritto. :-)

LS
Ciao Max, sta finalmente per uscire il tuo romanzo d’esordio Il giorno che incontrammo Roddy Doyle, quello di cui avevo letto la primissima versione addirittura nel 2008. Come ti senti?

MO’R
Come dicono dalle mie parti, I’m grand! Sono davvero contentissimo.

Citando un altro tuo libro, La Fortuna è un Talento, è stato il destino a rendere possibile qualcosa che ho inseguito per anni in Italia e che poi, qui a Dublino, è diventato improvvisamente semplicissimo: trovare l’editore giusto per quel libro.

Addirittura, la collana giusta, visto che Oceania, di Antonio Tombolini Editore e diretta da Michele Marziani, è proprio dedicata a chi, displaced come me, scrive in lingua italiana di e da altri Paesi.

LS
Il giorno che incontrammo Roddy Doyle è un titolo che incuriosisce molto e che lascia intuire l’ambientazione.
Com’è nata questa storia?

Come ho già scritto in uno dei post dedicati a #IGCIRD, la serie dedicata alla marcia di avvicinamento all’uscita del libro, le motivazioni che stanno alla base del libro sono molto personali e tanto alcuni dei personaggi quanto alcuni degli avvenimenti che “fanno” il libro sono ispirati a, come si dice, fatti di vita vissuta: la mia vita (o almeno la vita del mio alter ego che non è uno scrittore).

Roddy Doyle è stato, per me, un compagno di viaggio mentre, anno dopo anno, esploravo, molto sui libri e il più spesso possibile sulle strade, l’Irlanda.

E quel libro citato nel mio libro, La Donna Che Sbatteva Nelle Porte, è, oltre che un testo meraviglioso, un libro molto importante per me.

Che poi sia diventato anche il motivo per cui, grazie alla sua elaborazione teatrale, ho davvero incontrato Roddy (per la prima volta… poi ne sono seguite anche altre!), beh, è un’altra bella storia che prima o poi racconterò.

LS
Perché Roddy Doyle e non, ad esempio, John Banville o William Trevor?

MO’R
Mi ha sempre colpito il fatto che, spesso, i romanzi spiegano la realtà molto meglio delle analisi. Roddy è, da sempre, uno scrittore socialmente impegnato (a suo tempo si dichiarò marxista, e nel mio piccolo ho cercato di analizzarlo, il marxismo dei suoi libri).

Questo me lo ha fatto sentire più vicino.

Se fossi nato a Dublino, lasciando invariato tutto il resto, sarei vissuto nella Northside. Adesso vivo nella Northside.

Quando sei alla fermata e accanto hai un cavallo, capisci che Barrytown esiste, e ora ci vivo dentro.

È lo scrittore che mi ha raccontato Casa mia, prima ancora che ci abitassi.

LS
E perché l’Irlanda? Qual è il tuo rapporto con questo Paese?

Non credo che saprò mai rispondere a questa domanda.

È la seconda cosa più importante della mia vita, ed è l’unico posto in cui mi senta a Casa, a cui senta di appartenere.

About maxorover

Ebbene sì. Max O’Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O’Rover.
Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O’Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. “Rómhar” è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare.
Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione?
Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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