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Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle - son contento

Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle: son contento

Sono, naturalmente, molto contento che il primo romanzo che ho scritto, Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle, venga (finalmente!) pubblicato davvero, da una vera casa editrice. Sono contento – certo, l’attesa è stata lunga – anche di come ci sono arrivato. Soprattutto rispetto alle cose che non ho fatto.


Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle uscirà per Antonio Tombolini Editore, collana Oceania, nel marzo 2017.


Come non farsi pubblicare un libro. Se sei me

La prima mail “seria”, quella che fa da spartiacque tra il prima e il dopo, tra i sogni e le certezze, è arrivata stamani, in fondo. Quella con cui si comincia a lavorare sul libro.

È arrivata poche ore dopo aver rimesso piede in Irlanda.

Appena poche ore dopo essere tornato a Casa.

E c’è anche il sole…

Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle - son contento

Scherzavo, negli ultimi giorni in cui ero qui, quando si era capito che stava per succedere, con quella che è di fatto la mia famiglia adottiva irlandese:

un altro scrittore per la Northside!

E poi, dopo quei giorni in cui si era capito che stava per succedere, sono dovuto tornare in Italia. Con le conseguenze sempre dolceamare di vedere le persone che mi mancano in un luogo che non mi manca proprio per niente, mai.

Ho pensato molto al libro, mentre ero in Italia.

E siccome sono un gran rompizebedei (conosco bene alcuni dei miei difetti. Con questo non dico che abbia mai fatto nulla per eliminarli o “spuntarli”), ho pensato molto al libro anche in maniera critica. Rispetto ai come e ai perché non era stato pubblicato fino a ora.

E alla fine, se non è stato pubblicato fino a ora…

Son contento

Son contento, appunto, per tutte le cose che non c’è stato bisogno di fare per pubblicarlo.

Per esempio

non ho dovuto affondare una nave.

Che, voglio dire, anche solo per l’inquinamento è un gran casino.

Non sono dovuto andare in televisione.

Da qui si presentano dei corollari.

Non ho dovuto fare a meno di leggere libri.

Mi sono sentito spesso fuori luogo, nel Paese in cui sono nato, ma una delle volte in cui mi ci sono sentito di più è quando sentii un losco figuro vantarsi di non avere mai letto un libro e una losca figura che fa televisione appoggiare questa posizione. Salvo il fatto che la losca figura ha pubblicato almeno un libro.

Almeno uno, di più non lo so, che col c*o che faccio una ricerca Google su di lei.

Quando si dice un Paese di contraddizioni. Ecco, fatemi vivere in un altro, di Paesi. Datemi altre contraddizioni, ma non queste.

E magari in televisione ci vai per cantare.

Perché si sa che se canti le probabilità di essere pubblicato aumentano.

Da tre accordi a un romanzo il passo è breve, pare.

Così,

non ho dovuto cantare.

Ricordo invece, con piacere, con gioia, l’impellenza di scrivere quando ho iniziato la stesura de Il Giorno Che Incontrammo Roddy Doyle.

La gioia e la facilità con cui il secondo romanzo si è scritto quasi da solo. Forse era così che si sentiva George Best quando le cose andavano bene: la facilità della gioia, la gioia della facilità.

Il senso di compiuto alla fine della scrittura del terzo libro, lasciato in sospeso in un altro momento oscuro e finito per fare un regalo di compleanno alla persona che amo.

Quella donna meravigliosa che ha sposato uno scrittore della Northside.

L’ultimo arrivato.

Son contento.

About maxorover

Ebbene sì. Max O’Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O’Rover.
Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O’Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. “Rómhar” è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare.
Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione?
Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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