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Home Sweet Home Dublino: tra arte e politica

Qualche giorno fa un gruppo di persone preoccupate per la crisi degli homeless a Dublino ha occupato un edificio per ospitarne al caldo il maggior numero possibile. Il gruppo si è dato il nome di “Home Sweet Home”.

Questo il fatto, questa la cronaca. Però io non sono un giornalista. Quindi, a proposito di Home Sweet Home, preferisco raccontarvi una storia.

Anzi, comincio tra un attimo.

Prima vi lascio i riferimenti per saperne di più, e magari per sostenere, Home Sweet Home:

su Facebook e su Twitter, @HSHIreland.

La nascita di Home Sweet Home

Home Sweet Home nasce da uno dei personaggi più nobili del panorama artistico irlandese, un personaggio che chi “bazzica” ItalishMagazine conosce ormai molto bene: Glen Hansard. Stavo scrivendo prima che, se i The Frames hanno una canzone, intitolata Monument, Glen, il leader della band, invece, è un monumento.

Glen Hansard ormai da anni porta in strada (Grafton Street, di solito…) altri artisti irlandesi per raccogliere fondi  e per sensibilizzare sul problema appunto dei senza casa, costretti a dormire per strada.

Quest’anno, però, Glen non si è limitato al busking della vigilia di Natale (io fino a ora me ne sono goduto uno solo. Quello che Bono non c’era, per la cronaca. Vediamo come va tra quattro giorni…).

Alla testa di un gruppo di artisti (musicisti come Hozier, Christy Moore, Liam Ó Maonlaí, i Kodaline e Jim Sheridan – il regista di film indispensabili per capire l’Irlanda come The Field, Nel Nome del Padre, Il Mio Piede Sinistro) Glen ha occupato un edificio attualmente abbandonato, l’Apollo House, aprendolo agli homeless

con un atto di disobbedienza civile.

L’Apollo House è uno degli edifici più brutti di Dublino, appartiene alla agenzia governativa NAMA che, per farla breve, avrebbe il compito di occuparsi dei cocci lasciati dalla esplosione della bolla immobiliare nel 2009, con edifici abbandonati, talvolta agibili, talvolta ancora in costruzione, persi da proprietari (e talvolta, di affaristi e speculatori) finiti in bancarotta.

L’assunto di Home Sweet Home è semplice: se è di NAMA, è nostro: usiamolo per dare riparo a chi non ha una casa, almeno nel periodo più freddo dell’anno.

La mia storia inizia in Tara Street, davanti alla Apollo House.

home sweet home - apollo house

Home Sweet Home: quella che ti meriti

Le storie hanno bisogno di una ambientazione e di ritmo.

Tara Street, se si esclude la presenza di Mulligan’s, uno dei migliori pub di Dublino, è, diciamoci la verità, parecchio brutta.

I due palazzi di cemento grigio, uno dei quali è appunto l’Apollo, sono inguardabili. È così brutta che ce la aspetteremmo sull’altro lato del fiume (quello nord, e io, da Northsider, posso permettermi di dirlo).

Ebbene, io Tara Street l’ho conosciuta prima di abitare a Dublino. Avevo bisogno di un posto brutto con un parcheggio, in centro. Lì il cattivo del mio secondo romanzo, Il Mistero Della Pinta Abbandonata, parcheggia la sua Cadillac Escalade.

Tara Street era perfetta.

Il tempo è passato, e a Dublino, alla fine, ho cominciato a viverci davvero. Ho avuto la fortuna, e l’onore, a Dublino, di conoscere la persona che, come mi è capitato di dirle (scherzando!!!) mi ha rovinato la vita, traducendo in Italiano i libri di Roddy Doyle, per me uno dei patogeni principali del mio mal d’Irlanda.

Una delle prime volte che ci siamo visti ci siamo dati appuntamento – rieccola – in Tara Street: del resto se c’è Mulligan’s…

Mentre la aspettavo passano due Italiani.

Della conversazione colgo solo:

possiamo anche andarcene da questo quartiere fatiscente.

Che, per carità, Tara Street è brutta davvero, ma sentirmelo dire in italiano mi ha fatto, come si dice, andare il sangue agli occhi.

Ero incerto tra l’aggredirli e il chiamare la Garda (per cosa poi? Per insulto a edificio orribile?).

E vabbè. Quando senti parlare male di Casa tua, fa male. In famiglia ce lo possiamo dire, che siamo brutti e sporchi, ma gli altri,

col c*o che possono permetterselo.

E stamani, 20 dicembre 2016, rieccomi in Tara Street.

Dove un manipolo di artisti si è esposto in prima persona, ha compiuto un reato, in nome di un ideale.

Dove, stamani, si sono riunite persone per sostenere il progetto. Dove, stamani, come nei giorni scorsi, c’era Mattress Mick, uno dei più eccentrici irlandesi viventi, commerciante di materassi che i materassi l’ha regalati, a Home Sweet Home

Alle storie serve tempismo, dicevo.

Stamani era il giorno delle scuse del ministro italiano che ha detto che ci sono certi che è meglio che ci rimangano, all’estero.

Si era espresso male, ha detto, il ministro.

Se dipende da me io non tornerò.

E sono sicuro, c*o se sono sicuro, di essere tra quelli che è meglio che rimangano dove sono. Ma, caro ministro, meglio più per me che per voi. Sono così orgoglioso del mio Paese adottivo, che sinceramente motivi per tornare indietro proprio non ne vedo.

Perché un Paese lo fanno le persone che vedi per strada e qui, sinceramente,

I’m grand.

About maxorover

Ebbene sì. Max O'Rover parla anche Italiano. E in Italiano scrive. Un Irlandese con la geografia contro, ecco chi è Max O'Rover. Il falso vero nome (quindi vero o falso?) di Max O'Rover è, ovviamente, in Irlandese: Mach uí Rómhar. "Rómhar" è il ventre, ma anche il ventre della terra, quello in cui crescono i semi, in cui nascono gli alberi. Mica male per essere uno che non esiste, avere un cognome così evocativo. Prima o poi la scriverò, la vera falsa storia degli uí Rómhar. La storia del perché ci hanno cacciato via. Una storia fatta di boschi sacri che non abbiamo difeso, di maledizioni scagliate contro di noi da Boann. Un pugno di druidi falliti costretti a scendere a sud. Fino a che la maledizione sarà spezzata. Fino a quando potremo tornare. Quando sono in pausa pranzo, ogni giorno, mangio una mela. Non getto mai i semi della mela nella spazzatura. Li getto nel prato. Perché sotto sotto ci credo, alla maledizione. Mi ricordo la maledizione. Ma non ricordo quanti alberi devo far crescere: dieci? Mille? Un milione? Intanto continuo a gettare i semi nel prato, e ad aspettare il ritorno a casa.

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